Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Apostoli


Apostoli di Gesù, cioè Suoi inviati: questo è il progetto che bisogna scoprire per costruire il regno col Suo aiuto. Fino allora vaghiamo nel deserto, mormorando e contestando, deviando dalla giusta rotta, facendo tutto, tranne che vivere.

“Madri, muse e amanti” (sonetti dedicati alla sacralità dell’universo femminile) di Alessandro Ialenti.


di
Franz Krauspenhaar

 

Alessandro Ialenti è una persona creativa e poliedrica: studioso e docente di filosofia, lingua italiana e tedesca, scrittore di poesie e saggi, pianista di formazione classica, cantautore, dedito anche alla produzione di jazz e alla musica elettronica.

Un italiano, nato nella “Manchester Italiana”, Terni, città industriale, circondata, quasi per contrasto dalle dolci e mistiche colline dell’Umbria, “Cuore Verde d’Italia”. Alessandro Ialenti cresce in una famiglia con solide e profonde tradizioni musicali. Continua a leggere→

Nuovo


Ogni giorno è una nuova creazione. Se ci alzassimo con questa coscienza, non potremmo non cambiare il mondo. È il nuovo di cui abbiamo bisogno: non la patacca dei modernisti d’ogni tempo, ma quello che proviene dal cielo.

Continua a leggere. 12


Ricordi il paradiso terrestre, quest’isola fuori d’ogni male, la natura originaria, dove il progetto è visibile e tangibile, dove la cattiveria e la violenza, l’invidia e la malignità non si sa cosa siano e se ci siano, perché il Signore ha parlato, e tutto esiste? È allora che tornano alla mente i momenti in cui si è espresso l’unico volere produttivo, la sola modalità di costruzione in mezzo alle macerie di una umanità che ora, proprio ora, entra nel tunnel di cui discutevamo da tempo immemorabile, quando tutti ridevano di queste prospettive un poco ostiche alla pancia molle della terra. Ma ora, a poco a poco, la nebbia si dirada, e si vede che cosa si annidi dietro la facciata del tutto è lecito, basta che lo si voglia realizzare. È il momento dei nodi che vengono al pettine, delle richieste esasperate che si scontrano le une con le altre, e i pensieri diventano cannoni, i sentimenti bombe nucleari, destinate a esplodere nel cuore malato del mondo, umano, troppo umano, che ha smarrito il senso di un progetto incubato nella notte dei tempi, quando ancora non c’era quello che vediamo, quando tutto era un punto nella mente di Dio e noi aspettavamo di scoprire l’oscuro antiprogetto in cui ogni intenzione è rovesciata nel contrario, dove la penna diventa fucile, la lettera d’amore dichiarazione di guerra, l’accoglienza invasione. Solo adesso s’intravede lo scenario che nessuno potrà mai chiamare castigo di Dio, ma solo conseguenza di ogni azione andata in direzione opposta al paradiso preparato dai secoli dei secoli. Amen.

Colori


Abbiamo i mezzi per farci santi, anche se li trascuriamo. Dio ci ama e vuole che realizziamo il nostro potenziale, è impensabile credere di non avere una strada avanti a noi. La via è Cristo, fiducia, carità, speranza, un cuore che si apre a questo dono colore del cielo.

Continua a leggere. 11


L’aria d’ospedale ti entra nei polmoni, è un edema spirituale, un ricordo dei momenti più difficili, come quando pregavo in ginocchio perché stavi, come sempre, in bilico, e mi guardavano come fossi un marziano. Chissà da lassù come li vedi i nostri tempi tormentati, in quel Gemelli dove mi dicevi sempre di portarti, per non finire al Grassi. Erano i giorni del dimagrimento, in cui mangiavo in fretta e furia dopo una breve fila al bar più rumoroso del mondo, dove si parlava di calcoli e colesterolo, di glicemia e pressione, per cui avevi l’impressione di riempirti lo stomaco di medicinali. Metà della vita l’abbiamo passata tra iniezioni e test, con l’aria navigata di chi ne sa più degli altri, a forza di fare avanti e indietro per i corridoi giallastri, dove perdi il senso dell’inizio e della fine, della sinistra e della destra. Pensavo, a volte, che la mia esistenza fosse un grande ospedale, dove ogni tanto metti il naso fuori per respirare un poco. Ma vedendola da qui, quasi quindici anni dopo, mi sembra che la vita sia stata un’esperienza unica, folle e bellissima, con continui mutamenti di scena, come un film che rivivrei mille e mille volte, pur di stare con te. Ora che c’è silenzio, in questo corridoio giallastro, con due anziani che mi guardano come fossi un marziano, tutti i ricordi si accavallano, come l’ovatta e le siringhe accatastate sul tavolo della sala da pranzo, dove si svolgeva il rito quotidiano della prova della glicemia, con te che mi porgevi il dito rassegnato, e io ero pronto a inveire contro gli spaghetti e il pane, che ti proibivo di mangiare, sapendo che avresti trasgredito. Ricordo tua sorella che faceva lo stesso col marito, schiantatosi poi con l’auto sulla strada per Taormina, e mi chiedevo a cosa fosse valso rinunciare alla pasta alla norma e agli arancini – che poi neanche lui ci rinunciava tanto. Nell’ospedale della vita, i malati sono quelli che si curano di meno, forse per un sesto senso che gli fa intuire che il gioco non vale la candela. O forse perché, alla fine dei giochi, quello che ricordi è il grazie, il passaporto per il cielo, dove solo chi passa la vita a lamentarsi non può entrare.

 

Continua a leggere. 10

Ora che mia madre è in ospedale, il tempo si è arrestato: c’è solo il fermo immagine delle corse in macchina, di comunicazioni ansiose con parenti e amici, la ricerca di una calma che sta sotto, nel profondo, qualcosa che resiste alle tempeste, come quel giorno, sulla barca, che Gesù disse: taci, calmati! e subito le acque tornarono lisce come l’olio, in quel lago dove, come niente, ti trovi nei pasticci. Anche qui ci troviamo nei pasticci, negli alterchi che nascono dal nulla, nella paura del male, della morte, che toglie il barlume di lucidità indispensabile alla vita. Ma ci sei Tu, che mi segui così, senza parere, sembra quasi che ti sia eclissato, e invece ecco, un segno, un’improvvisa coincidenza di eventi e tutto si riallinea, come nelle corse in cui l’auto fa più giravolte e poi si rimette miracolosamente in sesto. Sì, ci sei, soprattutto qui, nella tempesta, a dire taci, calmati! a chiederci ancora una volta della nostra poca fede, del nostro incorreggibile contare solo su noi stessi, poveri cristi senza Cristo, credenti miscredenti, gente che non sa che Tu risusciti anche i morti, che non temi le polmoniti e le ischemie, le incompetenze della scienza, la pigrizia e l’arroganza, perché Tu sei Dio, e Dio non corre sul raccordo sperando che basti la benzina, oppure sì, ma ha sempre un asso nella manica, qualcosa che cade dal cielo quando meno te l’aspetti, anche se Gesù sembra dormire, che tu dici come fa, in mezzo alla tempesta, ma Lui è Dio, e le tempeste le conosce bene.

Continua a leggere. 9

Si avvicina sempre più la verità, che per me è il momento soprannaturale della sua entrata in chiesa, la rivelazione inaspettata di un progetto, la Tua volontà di salvarmi ad ogni costo, nonostante i miei limiti, le pesantezze esasperanti. Bisogna ricordare, tornare al momento decisivo, in cui l’impressione era quella di un futuro che riappare all’improvviso, una speranza, un filo d’oro che credevi perso, e che ora riprendevi nella mano allungata a raccogliere il biglietto, neanche fosse un tagliando per il cielo. Che poi era questo, perché mi riportava al rapporto con don Mario, smarrito in quella gelida mattina di dicembre, quando ti vidi steso sul tavolo del Grassi, avvolto nel lenzuolo, e ricordavo le volte che avevo chiesto a Dio di morire insieme a te, e forse ero morto davvero, quel mattino, fin quando non sei entrata col respiro strozzato nella gola e mi hai allungato il biglietto scritto da lui, avvolto nel lenzuolo bianco come un beduino del deserto, un biglietto arrivato fino a me, e solo allora il mio povero cuore ha cominciato a battere di nuovo.
E quindi sì, è tutta una questione di memoria: tornare a quel momento, esattamente come quando tornavo alle corse con don Mario, alle avventure con poveri spacciati, con gente perduta e ritrovata, alle cene, ai pranzi, alla bellezza che non riusciva a estinguersi, ma era solo interrotta da un ictus, da un’emorragia, un attentato incendiario in cui tutto sembrava finito e invece tutto cominciava di nuovo, come sempre.

Intervista a Rossella Renzi

di Luca Pizzolitto

  1. Io e te (le nostre scritture, meglio) si sono incontrate attraverso la rete. Quali sono, secondo te, i vantaggi e i limiti della rapida diffusione di varie forme di scrittura poetica sui diversi canali della rete, tra cui, soprattutto, i social?

 

Rispondo prima in modo generico, poi entro nello specifico. I vantaggi della rete sono moltissimi, in primo luogo quello di mettere in contatto persone che spesso condividono cose, praticano forme d’arte, attività simili o affini, che possono intrecciare il loro operato e costruire qualcosa… nel nostro caso mi pare stia funzionando. Anche i social hanno un loro vantaggio, ma credo che pongano anche moltissimi limiti; come il fatto che all’interno di questi canali si creano delle bolle, per cui, ad esempio sulla bacheca di FB compaiono post di persone o realtà che hanno qualcosa in comune col tuo profilo. Si vengono così a creare “comunità” di profili omogenei o affini, che a mio avviso sono rischiosi, perché risultano “esclusivi”, nel senso che non includono profili di chi ha prospettive, posizioni, modi di pensare differenti. Questo lo sento come un grande limite e mi spaventa, perché tende a chiuderci, invece che ad aprirci, a ridurre gli sguardi e le prospettive, a limitare il confronto, il dialogo e la comprensione… che comunque difficilmente possono accadere in uno spazio virtuale. Sono molto scettica e fatico ad accettare certi fenomeni sociali come positivi… mi sento una creatura del Novecento, anche se l’ho attraversato solo nell’ultimo ventennio e riesco timidamente a comprenderlo a distanza di anni.    Continua a leggere→

Tenerezza


Gesù ha bisogno di tenerezza, nonostante sia Dio, anzi, proprio per questo. Se Dio è amore, ha i tratti dell’amore. Siamo noi che riduciamo la realtà a pensieri, articoli di fede, ideologie. Lui, grazie a Dio, è di più.

Continua a leggere. 8


È un po’ che combatto la mia battaglia con l’ideologia. A volte penso che lo scopo della mia esistenza sia precisamente questo: smascherarne l’idiozia, la vocazione a uccidere persone e relazioni, a fare terra bruciata degli scenari più ricchi e promettenti. Giorno dopo giorno, ho collezionato un numero di prove impressionante dei suoi effetti esiziali: li sperimento nella quotidianità, nelle parole supponenti di chi giudica a priori, per partito preso, di chi considera le cose non per quello che sono, ma per l’etichetta con cui vengono classificate. Penso che il nostro sarà un mondo migliore quando avremo il coraggio di dire che il re è nudo, di rigettare un malcostume che non rispetta nulla, in primo luogo il libero pensiero. Ora che la guerra è alle porte, urge una scelta di campo, prima che sia tardi: mostrare compassione verso chi ha messo il pilota automatico per non pensare più, per chi fa la sua comparsa sulla scena solo per asservirsi al branco, per ratificare il già detto e il già sentito, spacciandolo per nuovo. Spesso ho l’impressione di vedere, all’orizzonte, una carneficina da cui uscirà una terra in cui ognuno dirà quello che pensa e sente, risorto, finalmente, dalla tomba che ha nome ideologia. C’è un prezzo da pagare: il distacco, a volte, da amici e conoscenti, il lasciare che la verità faccia piazza pulita di tutto ciò che non è bello, buono, vero, il rimpianto di non essersi parlati da sempre così, occhi negli occhi.