
Possiamo offrire la sofferenza a Gesù solo in questa vita, poi non c’è più modo. Finché siamo in tempo, non trascuriamo questo gesto d’amore che ci collega a Dio. Di là rimpiangeremo le occasioni perse, e gioiremo, invece, di quelle realizzate.
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È proprio questo il punto: chi siamo? Viviamo all’altezza del progetto? Il progetto è l’amore, quel varco che si apre nella banalità del male e fa apparire terra nuova e cieli nuovi, il colore, il sapore della vita, la valorizzazione delle capacità, la fiducia nei talenti, per cui una persona, come per miracolo, dà il meglio di se stessa. Sembra impossibile uscire da certi labirinti, superare vicoli ciechi e strade chiuse, e invece tac!, si apre la porta, si spalancano gli occhi, la realtà emerge dal nulla, al punto che ti chiedi come si possa non vedere, sentire, toccare qualcosa di così evidente. Appena ti materializzavi all’orizzonte, sentivo le catene cadermi dalle mani, ogni cosa tornare al suo posto, come fossi una specie di polo d’attrazione di vie d’uscita e soluzioni. Ricordo quando, stanco, salivi le scale, e al termine di una lunga giornata di lavoro ti restava quest’ultima impresa: la lotta con le mie complicazioni, con la morte che cercava di spuntarla e la vittoria puntuale della tua pazienza, come se davvero non restasse, alla fine, che la carità, anche prima di dormire. Tutto normale, finché non arrivava un trenta marzo qualunque e la cicca ti cadeva dalle mani, cominciavi a sudare e ti sdraiavo sul divano in attesa dell’ambulanza che ti portava al Grassi, mentre ancora risuonavano, in me, le tue parole: mi raccomando, portami al Gemelli. Ti vegliavo, in questi casi, e solo allora l’ufficio complicazione affari semplici chiudeva i suoi battenti, e liberava l’amore, che in genere restava chiuso dentro. Ora, a distanza di anni, mi rendo conto di tutto il tempo perso, di come a volte basti poco per varcare la soglia del buon senso, che ti mostra l’assoluta infondatezza di ogni tipo di egoismo, di ogni vile rinuncia all’immagine di Dio, il rifiuto della luce che ti scorta sulla strada del cielo
Inconfondibile
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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte, appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.
Sorpresa
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Ricordo bene l’atmosfera, una pace soprannaturale, qualcosa che non avevo mai provato e che ora era mia, anzi, ero io, il vero me stesso che chissà dove s’era nascosto, fino allora. Ma era inutile fare domande, bisognava piuttosto ringraziare e cercare di recuperare il tempo perduto, assaporare il pezzo di cielo che arrivava all’improvviso, come nelle notti in cui mamma e papà piazzavano in silenzio i regali dell’epifania e noi restavamo a bocca aperta a scartare increduli i giochi di società, le macchinine e i soldatini, con tutta la felicità che può manifestarsi in quei tempi d’incoscienza. E non era incoscienza cantare per un viaggio intero Luna di Togni o dire “non ho fatto mai un incidente in vita mia” e subito dopo tamponare l’auto del turista tedesco, che non avremmo mai rimborsato a motivo di distanze insormontabili? Capitava di avere momenti in cui sfoggiavamo la nostra migliore faccia tosta, per esempio coi carabinieri che ci fermavano per eccesso di velocità, e noi facevamo le smorfie di chi cade dalle nuvole. Ora che te ne sei andato sembra tutto più difficile, ma non smetto di pensare che la vita sia un’avventura da prendere sul serio eppure anche sorridendo, come quando incontravamo i grandi manager che mettevano in soggezione chiunque altro, tranne noi. Ora che la guerra è alle porte mi viene da pensare che abbiamo fatto in tempo il pieno di gioia per affrontare il cielo cupo, l’oscuro inizio dei dolori, per entrare con il passo giusto in questo esodo alla volta della terra promessa, verso la tanto agognata verità.
Felice
Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini. Recensione di Giannino Piana
Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini, Edizioni PeQuod, Ancona 2021.
In una società del “fare”, dell’”avere” e del “consumare” la poesia non può che risultare del tutto anacronistica. Essa non è utile, non serve, ed è per di più in aperto contrasto con le logiche dominanti. Ma questo anacronismo e questa inutilità sono – paradossalmente – le ragioni della sua grande attualità. Il disagio esistenziale, che ha assunto in questi ultimi anni connotati inquietanti grazie anche al dilagare della pandemia, ha reso trasparente la fragilità della condizione umana. Serpeggia un senso diffuso di malessere ontologico, dovuto alla percezione del limite o forse, più radicalmente, del fallimento della nostra civiltà. Continua a leggere
La sapienza

Fare le prove generali della morte: i monaci l’avevano capito, e ogni giorno scavavano un poco della propria fossa. Ci vuole sapienza, per prepararsi al momento del passaggio, e la sapienza viene da Dio. Ricordo l’icona di un santuario; c’erano Maria e il Bambino, e sotto una scritta che diceva: Sapientia Patris in gremio Matris (la Sapienza del Padre nel grembo della Madre). Desiderarla, forse, è già abbracciarla.
Una parola
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Dici bene, guardare dall’alto. Ci siamo assuefatti a strisciare rasoterra, a osservare a tutti i costi dal punto più basso, per farci capire e per capire, ma capire cosa, se basta l’azione del primo esaltato per ridurci al disorientamento e alla paura? Che voglia di urlare: l’avevamo detto; che tentazione di sbirciare quelli che ridevano alle spalle, o in faccia, addirittura, perché avvertivamo che c’è una voce più profonda – più alta – da ascoltare. Dalla porta della sala del coro, dove ora confesso, il vento mi parla insieme ai passeri, ai merli, alle cornacchie. Mi ricorda la voce di silenzio sottile che sorprese Elia, sul monte del Signore. Troppi terremoti, troppe fiamme, troppe tempeste turbano la nostra intimità, ci impediscono di sintonizzarci con la voce, l’unica voce che suggerisce a te, lettrice, a te, lettore, la cosa che conta, il ricordo della propria inconsistenza, l’insufficienza congenita che vanifica ogni velleità, la ridicola pretesa di proclamarsi arbitri del bene e del male. Guardo i rami dell’albero che appare dallo spiraglio della porta: non so che pianta sia. Mi piacerebbe riconoscerle tutte, come Italo Calvino, che aveva ereditato dai parenti una sapienza botanica infinita. Il problema sta qui: non riconoscere la pianta, confondere la quercia con l’olivo, il faggio col leccio, lasciarsi ingannare dalle forme, vedere all’orizzonte il male e pensare di vincerlo con le armi spuntate di chi striscia rasoterra. La suora che è entrata mi ricorda la mia antica confusione, la paura che mi faceva attaccare alle cose della terra come all’ultima spiaggia, il cadere nella trappola di un nemico in agguato, giorno e notte. Dobbiamo guardare in faccia questa estrema, radicale ignoranza. Dici bene: guardare dall’alto, da un aereo non troppo distante dalla terra, decifrare i dettagli di una storia che rivela il suo lato più in ombra, quello che nessuno si aspettava, tranne noi.
Quello del tutto
Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. 5
Paura
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso,
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso, Golem edizioni, pagg.173, euro 13,90
Recensione di Franz Krauspenhaar
Riccardo Ferrazzi è un autore atipico, versatile e capace quindi di non farsi riconoscere, come certi impiegati della scrittura, frase per frase, libro per libro. Non è classificabile, sa passare da ambientazioni spagnole (la Spagna è il suo paese d’elezione, si potrebbe dire la sua seconda patria, se non fosse, per avventura o disgrazia, italiano e per soprammercato lombardo). Spesso a Milano, citta’ satellite di se stessa, ormai votata, disamina e corpo, alla moda e alle mode più inutili e dannose, con un centro città’ sempre meno milanese e, perlomeno fino a poco tempo fa, sempre più russo, sezione oligarchi spendaccioni, il Ferrazzi ha compiuto un viaggio esistenziale non facile e comunque interessante, essendo stato per anni un dirigente petrolifero di alto livello. Il nostro non è soltanto “semplice”narratore, perché nei suoi libri c’è sempre il calibro, non necessariamente di un’arma, di una propensione alla variazione sul tema, che però non ammara mai nella prolissità e nella noia. Leggere i libri di Ferrazzi (ambientati nella suggestiva e letteraria Saragozza, o sulle barche, e le sue collaborazioni con l’ottimo scrittore ligure e cittadino del mondo Marino Magliani, o la splendida biografia romanzata dei primi anni di Napoleone Bonaparte, per citarne alcuni) significa espandersi e a volte perdersi perché, come detto, egli da un libro vuole solo poche ma importanti cose: che sia avvincente, che sia diverso dal precedente; dunque mettendosi ogni volta alla prova, che sia scritto in una prosa approdata felicemente alla sintesi ma allo stesso tempo, e in questo breve romanzo, o racconto lungo, ne troviamo l’ennesima prova, piena di misture linguistiche, di paradossi, di raffinatezze degne di un Gadda e di un Manganelli, perlomeno in certe falde della sua raffinata scrittura. Ferrazzi, ipotizziamo, è snob senza saperlo appieno, per cui alla fine il suo snobismo naturale piace, diventa addirittura funzionale alle capre e ai cavoli del tutto. Questo suo ultimo libro, un giallo ambientato nella sua Heimat bustocca, narra di un industriale scomparso, un siciliano perfettamente trapiantato nel nord avido e arrivista; e di suo figlio che, in pieno allarme, incarica il Piero Colombo, investigatore a culo pezzato e suo ex compagno di scuola, di trovare il padre. Sennonché anche il figlio sparisce, accompagnato nella sparizione da una Madonna del Caravaggio, che suggerisce il titolo al romanzo. Una bella trama, un giallo italiano di frontiera (c’è anche Lugano, di mezzo) di cui non diciamo di più perché l’autore si è preso, nella trama, i ferri del mestiere del giallo classico. E dunque diamo l’avvertimento anche a noi stessi di non rivelare nulla, per non togliere al lettore il sempre più raro piacere della sorpresa. Ma il lettore avvertito può godersi questo bel libro su due livelli: la trama, la narrazione impeccabile, i dialoghi altrettanto riusciti, e questa piattaforma strettamente letteraria di uno scrittore che non può, e non deve, dimenticare la sua cultura e il suo estro. Raccomandiamo pertanto la lettura di questo ottimo giallo per definizione ma in verità anche, o soprattutto, di bella prova di autentica letteratura.
Momenti
Parola
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A volte capita di vedere le cose come da un aereo che plana: non dalla quota degli aerei di linea – dai cui oblò si distinguono soltanto vaghe forme – ma da una prospettiva sufficientemente diversa da quella abituale. Le sensazioni sono quelle di una leggerezza, un’ebbrezza del tutto sconosciuta a un quotidiano che quasi si trascina, più per istinto di sopravvivenza che per gioiosa adesione. E’ come cogliere il filo che attraversa la trama della vita e intesse il dolore più assurdo e l’attimo all’apparenza più banale, l’esperienza di serenità e l’evento denso di significato. Un senso che corre verso una bellezza in cui il terribile e il sublime si fondono come in un’opera d’arte il cui incanto rimane inalterato. È questo l’effetto della mutata prospettiva che riproduce lo stato d’animo provato quando si ammira un quadro, l’emozione sprigionata dall’ascolto di una poesia o di un brano musicale, l’accorgersi che quanto sembrava un groviglio inestricabile di momenti difficili era invece un capolavoro di inestimabile valore. Perfino l’ombra scura che si profila all’orizzonte, il rumore delle armi, l’angoscia della violenza più cieca può acquistare un senso misterioso, senza nulla togliere alla sua tragicità: finisce col rivelare il volto dell’eterna lotta tra il male – che cerca di trovare spazio – e il bene – che mobilita i personaggi più santi per avvertirci del pericolo incombente, per fornirci le armi più adatte a questo tipo di conflitto. Le apparizioni mariane, copiose nel secolo trascorso e in quello presente, hanno proprio questo scopo. È l’aèrea prospettiva da cui contemplare, la chiave per interpretare la concatenazione degli eventi sul pentagramma della storia. A cominciare da quella personale, che nel suo rovescio rivela il lavorìo di dita operose, impegnate a tessere il disegno di un amore più forte della morte, un potere che attraversa il confine fra la terra e il cielo, pur di trarre dalle sabbie mobili tutto ciò che, mancando il bersaglio, si rivela come male.
Il Compagno
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Non è facile farsi strada in questa giungla, dove a ogni passo si affaccia una richiesta, un’esigenza, come se qualcuno potesse rispondere davvero, come se non fosse Dio l’unico garante, il depositario di ogni verità. Il cuore si affatica a trovare responsi di cui non ha il brevetto, soluzioni geniali a problemi non ancora formulati. Il mondo è questo intrico di ragioni e sragioni, in cui uno si alza la mattina e dice oggi invado questa terra e un altro dice ma questo che vuole e da lì parte un casino che è la normalità del non senso che affligge questo posto. I gatti, qui, continuano a girare, cercando carezze dai tanti pellegrini che cercano carezze a loro volta, in una sete d’amore che vorrà dire qualcosa, ma no, dài, facciamoci la guerra, diamogliela vinta al nemico che gioca con le anime come coi birilli del bowling: sarà questo, la vita, aspettare che la palla ti colpisca e ti faccia finire nel fondo della pista? Urge una svolta politica, un immenso dietrofront, un mea culpa di tutte le colpe di tutti i secoli dei secoli, un dire finalmente, uno davanti all’altro, senza più giustificarsi, senza attenuare la gravità di pensieri parole opere omissioni, dire finalmente la parola: ho sbagliato. Allora tutto ricomincerebbe per miracolo, perché il vero miracolo è cambiare. Ecco, suona la campana, comincia la messa, il sacerdote dirà le stesse cose, i fedeli risponderanno con le medesime formule di sempre, ma ugualmente qualcuno farà entrare, in qualche cuore disperato, una parola, un gesto, un’intuizione inedita, qualcosa che proprio là, sopra quel banco, tra noia e disperazione, tac! colpisce il cuore, e in un solo momento, ti converte.











