Gesù è tutt’uno con la Croce. Quando questa si affaccia nella vita, la accogliamo con Lui.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Garcia Lorca
Ninnananna per Rosalia De Castro, morta
Alzati, amica mia
che già cantano i galli del giorno!
Alzati, amata mia
perché il vento muggisce come una vacca.
Gli aratri vanno e vengono
da Santiago a Belén.
Da Belén a Santiago
un angelo venne in una barca.
Una barca d’argento fino
che portava il dolore di Galizia.
Galizia distesa e quieta
affranta sotto l’erba triste.
Erba che copre il tuo letto
e la fonte nera dei tuoi capelli.
Capelli che arrivano al mare
dove le nubi hanno il loro nido di colombe.
Alzati, amica mia
che già cantano i galli del giorno!
Alzati, amata mia
perché il vento muggisce come una vacca.
Guerra
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Michele Arcangelo Firinu
Giuseppe Ungaretti. Se tu mio fratello
a cura di Giorgio Stella
Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d’oblio, stringere,
Fratello, una mano.
Ma di te, di te più non mi circondano
Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.
La memoria non svolge che le immagini
E a me stesso io stesso
Non sono già più
Che l’annientante nulla del pensiero.
[da Il Dolore]
Preoccupazioni
Luigi Maria Corsanico legge Pace o guerra?
Il gesto
Basilio Stella. Una poesia
Tomba
Tutti hanno una tomba,
avrò io una tomba?
Da vivo ho una tomba.
Tutte le tombe hanno una lapide,
non avrò io una lapide,
perché non servirà ricordare
un nome che dice nulla.
Tutte le tombe hanno fiori,
non voglio che i fiori
che danno allegria alla giovinezza
si rattristino col fetor
della mia carne marcia.
Tutte le tombe hanno una preghiera,
quella voglio,
anche se non credo,
e la croce sia piccola sopra
e ben in vista e leggera,
perché questa che porto ora
è grande, invisibile, grave.
Banditori
Sylvia Plath
a cura di Giorgio Stella
Specchio
Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero –
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.
23 ottobre 1961
Difficoltà
Antonella Anedda
a cura di Giorgio Stella
Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non è tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l’angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un’altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Pasqua
«Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». [Mt 28,1-10]
da Ecco l’uomo
LXXXI
Sentì sopra di sé il peso del tempo. Si percepì incapace; affiorarono immagini, ricordi, per esempio il ragazzo al Cottolengo, cui avevano affidato il compito d’innaffiare il giardino. Lo aveva preso seriamente, non mancava mai di procurarsi l’innaffiatoio di plastica e attaccava sempre alla stessa ora, dallo stesso punto. Un giorno venne giù il diluvio universale; gli ospiti dell’istituto e gli assistenti si affacciarono alla finestra per godersi lo spettacolo della pioggia che si rovesciava a ondate, schiaffeggiando tutto ciò che capitava a tiro. In un angolo scorsero un’ombra, alla stessa ora, nello stesso punto del giardino: era lui, con l’innaffiatoio che sgocciolava in mezzo alla tempesta.
Oppure quella volta che una donna, madre di cinque figli, di cui quattro disabili, abbracciava disperata la bara di una delle sue creature e non poteva staccarsene; le si avvicinò un ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito che la strinse a sé discretamente e le sussurrò in un orecchio: «Suo figlio è fortunato ad avere una madre che gli vuole bene e piange per lui». Il figlio era una specie di mostro che aveva finito di campare per insufficienza generale di risorse. Eppure sì, oggettivamente si poteva ritenere fortunato, perché aveva una madre che piangeva disperata sulla bara ricoperta di fiori, mentre il ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito era stato dimenticato o abbandonato da tempo immemorabile. La donna avrebbe voluto abbracciarlo, ma non ne ebbe la forza, e continuò a disperarsi, abbarbicata al feretro.
I ricordi lacerarono don Davide, lo precipitarono in un vortice in cui si dissolveva ogni confine tra salute e malattia: era lui l’uomo della pioggia, incollato al suo posto di innaffiatore ufficiale, era lui il ragazzo handicappato che sapeva cogliere la felicità nascosta nelle piaghe del mondo, era lui la madre divisa tra opposti sentimenti e per un istante comprese che Dio è un ragazzo dallo sguardo smarrito, abbandonato al Cottolengo, dimenticato da tutti, eppure ancora capace di abbracciare.
Giorgio Stella. Una poesia
Tempo di scirocco antico tempo stolto da nessuna Dio che non sia Dio – tempo del terzo piano dove chiunque era al piano terra per la guerra, la guerra in famiglia. Tempo di conserve col miele nel cuore di onore come canto di foche, prese a bastonate per le mignotte ma non è questo ma neppure quell’altro stesso. La betoniera accende il faro di ceramica nel museo delle cere. (###)
Gli ordini pregati nel sangue, pregando bene chi o colui che gli offese – pure/purè di vendemmia se ne vergognano: la betoniera accende il faro nel museo delle cere…. La conchiglia abbraccia il faro per clessidra di ceramica.
Il faro della betoniera alle bocce di onore come se la clessidra di ceramica avanti la boa fosse rosa.
Mamma perché mi hai abbandonato nell’ Eden!? Non ti ho mai cercato nella confettura dei fiori nel nulla. La betoniera, mamma cara ha il faro nella conchiglia di ceramica, avvolta nella questua del principe e della principessa della seta. Antico corredo della betoniera medesima.
Risonanze
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
L’ultima consegna
(Masaccio, Crocifissione, Napoli)
”Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse:
«È compiuto!».
E, chinato il capo, consegnò lo spirito.» [Gv 19,30]
Una specie di fine
Da quando sono tornato a casa dopo l’ospedale, a Barreiro, credo inevitabilmente, ho sentito dentro di me maturare una specie di fine.
Non spaventiamoci: si tratta di aver preso nelle mani una consapevolezza misteriosa. Ora sto proprio svelando questo mistero, che è fatto di accettazione dell’inevitabile e di una specie di paura, diciamo così, temperata, perlappunto dell’inevitabile. Chiamiamola con consapevole brutalità: la morte.
Paradossalmente, oggi mi sento vivo come quando ero ragazzo, e non avevo alcuna idea pratica della morte che non fosse quella turbolenta e alfine metaforica dei film e anche dei libri; anche di quei primi, non più per ragazzi, che cominciai presto a leggere. Continua a leggere
Roberto Carifi
a cura di Giorgio Stella
Le cose non dimenticano,
hanno troppa memoria.
Si rammenta di noi questa finestra
che un tempo, chiusa, proteggeva
i nostri corpi, lasciava passare
uno spiraglio che ti baciava il viso.
Chi sa se vedeva la minaccia,
chi sa se piange la finestra!
Ma noi duriamo, nelle cose.
E parlano, ragionano di noi,
specialmente se si accende un lume
e lo porta una mano misteriosa.
Chi sa se piangono le cose,
se questo freddo è la loro nostalgia.
Ricordi, stanza, come l’aspettavamo?
E tu, quaderno consumato, e voi,
finestra, porta, sedia con le sue forme,
terrazzo che mi somigli, cosí sospeso,
avete atteso invano il suo ritorno?
*
Eccola qui la casa, vedi,
l’angelo è venuto anche stanotte,
la creatura che mi mostrò, ragazzo, il mio destino
nelle foglie secche, nei ponti abbandonati,
nelle passanti curve in un dolore ignoto.
Presto sarò piegato come un giunco,
inginocchiato pregherò da solo,
nelle mie ore che il tempo ha disertato
rammenterò che solo tu mi amavi














