Gesù vuole che ci fidiamo anche nell’oscurità. In ciò sta il nostro merito.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Al tempo dei bambini — 3. La meraviglia. Con Anna Lamberti-Bocconi
di Domenico Lombardini
Segnalo ai lettori di *La poesia e lo spirito* il terzo episodio del podcast Al tempo dei bambini, che ha per ospite Anna Lamberti-Bocconi.
L’episodio parte da una domanda antica – Platone e Aristotele dicevano che la filosofia nasce dalla meraviglia – e la rivolge al presente: perché gli adulti perdono la capacità di farne esperienza? I bambini, forse, ne sono ancora capaci. E forse i poeti.
Al tempo dei bambini è un racconto polifonico sulla scomparsa dell’infanzia — dalle città, dalla politica, dal sentire, dal futuro. Musiche, sound design e montaggio di Paolo Traverso; voce femminile di Eugenia Amisano. Scritto e narrato da chi scrive. Una produzione ASTW Podcast.
Ferruccio Masini
Le città notturne
Le città notturne irriconoscibili nei paludamenti
di pietra ti guardano come se t’attendessero
con l’occhio insonne dei ladri
dal ponte dove si versa il lamento della grondaia
si protendono con i loro capelli di favola
e non sanno possederti neppure nel muggito rossosangue
dei mattatoi che squarcia il mattino
Non sanno perché tu cammini piano sui selciati
tra gli alberi morti nelle inferriate
spiando il raggricciarsi delle foglie
poi si muovono in fretta a piedi nudi
vogliono dirti inseguendo la tua ombra vana
resta ma poco possono offrirti
solo gli anni straziati nel riso stridulo dei lapidari
e l’immagine spenta di chi si curva sopra di te
mentre scrivi e ancora scrivi il nulla
Ah le città notturne con le loro giostre immobili
le altalene accecate gli aquiloni lacerati sui pioppi
come vorrebbero stringere le tue confessioni
nel fuoco autunnale dell’edera sulle antiche mura
ma il loro canto è andato lontano con le allodole
e vanamente sui davanzali azzurri
sogna febbre di tigli l’amore d’un piccolo cielo
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
L’interruzione
”Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e con- versavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i ca- pi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi sperava- mo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si so- no recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.»
[Lc 24,13-35] Continua a leggere
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio
Fare luce con la poesia – intervista a Marco Onofrio
C’è una luce fisica – che illumina il mondo attraverso la conoscenza – e una luce metafisica che entra nel mistero del visibile e apre alla visionarietà dell’immaginazione. Per Marco Onofrio il poeta è colui che è capace di passare dal visivo al visionario, attraverso una poesia che sia in grado di esaltare la luce e cantare la meraviglia e la bellezza del creato. Continua a leggere
Giuliano Mesa
a cura di Giorgio Stella
“Piangi? Alla tua età? Per un paio di merli?
Dammi retta! lo sono un gatto pratico,
non perdo tempo in chiacchiere
(infatti, i tuoi merli: neanche il tempo di fiatare!)
… be’, e adesso perché ridi?
O piangi o ridi, se no mi confondo: io sono un gatto pratico!».
“E smettila! Chi credi di ingannare? Un gatto pratico!
Se tu lo fossi, lo sapresti che non puoi parlare!».
«Be’, sì, però… «Però che cosa?». «Se mi concedi un’altra strofa…”
“Ormai, l’hai cominciata…» «Però i tuoi merli erano proprio buoni!».
“Ah sì? Prova a mangiare solo merli parlanti,
e vedi quanto ca?p?!». «??mpo, campo…
Allora non lo sai che i merli parlano davvero?
A dire il vero, sono anche un po’ scoccianti:
ascoltano, ripetono: sempre a rifarti il verso!».
“Ma tu di quali merli stai parlando?».
“Io? lo sono un gatto pratico! I gatti non parlano!».
Cura
Il potere
Entrambi
Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Ungaretti. 16
Controvoglia
E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “La terra desolata” di T. S. Eliot
“Aprile è il più crudele dei mesi”: alcuni miei lettori – spero molti tra loro – hanno riconosciuto in questo verso l’incipit di uno dei maggiori poemetti del Novecento, La terra desolata di T.S.Eliot (titolo tradotto pessimamente: una resa più adatta di The Waste Land sarebbe stata La terra non più fertile). Uscito a Londra nel 1922, a quattro anni dalla fine della “grande guerra”, era l’urlo frammentato e doloroso di un poeta che cantava le macerie morali, psicologiche e di identità in cui si dibatteva l’Europa dopo l’immane tragedia. Un’Europa in cui Eliot, statunitense di nascita, aveva creduto trasferendosi definitivamente a Londra dalla metà degli anni Dieci.
Alla protesta sgomenta, tra frammenti di canto e il richiamo dei miti classici, tra emozioni rappresentate da oggetti e qualche sfumatura jazz, Eliot univa, sotto la supervisione di Ezra Pound, la proposta di un nuovo e provocatorio modello di composizione poematica: che sovrapponeva e allineava quadri d’insieme e dissociazioni emotive. Portando sullo stesso segmento temporale (come facevano in quegli anni anche Ezra Pound e James Joyce) i miti classici e le vicende dell’umanità a lui contemporanea, Eliot citava passi virgiliani e danteschi, biblici e shakespeariani, fondendoli in un unico presente: tecnologicamente avanzatissimo eppure mai così distruttivo.
C’è qui il presagio di un’Europa al tramonto, mentre il poeta ha un’eterna e insoddisfatta sete di autenticità, di verità, di vita: “Se vi fosse acqua / e niente roccia / se vi fosse roccia / e anche acqua / e acqua / una sorgente / una pozza fra la roccia / se soltanto vi fosse suono d’acqua / non la cicala / e l’erba secca che canta / ma suono d’acqua sopra una roccia”. Con questi versi Eliot, trentenne, divenne il mito della generazione dei ventenni britannici che amavano la letteratura (pur non essendo ancora cittadino britannico: lo diverrà nel 1927). E il cantore e testimone di un Novecento sempre più carico di inquietudine.
Paradiso
Luigi Maria Corsanico legge “Ecco l’uomo”
Giorgio Caproni
Atti
Federico Garcìa Lorca
a cura di Giorgio Stella
Sogno
Il mio cuore riposa presso la fonte fredda.
(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)
L’acqua della fonte gli confidava la sua canzone.
(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)
Il mio cuore accorto le confidava i suoi amori.
(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)
L’acqua della fonte lo ascoltava malinconica.
(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)
Il mio cuore scivola sopra la fonte fredda.
(Mani bianche, lontane,
frenate le acque.)
E l’acqua lo porta via con sé cantando allegramente.
(Mani bianche, lontane,
nulla resta nelle acque!)
Maggio 1919
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Secondo i bisogno di ciascuno
(affresco s. Angelo in Formis Capua)
«[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. » [At 2,42-47]
Pietro De Marchi, il lavoro del poeta
di Alida Airaghi
PIETRO DE MARCHI, ALLA GIUSTA STAGIONE – CASAGRANDE, BELLINZONA 2026
Pietro De Marchi (Seregno 1958) ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Zurigo ed è alla quarta pubblicazione di poesia e prose poetichr per le edizioni ticinesi Casagrande.
Alla giusta stagione è un titolo che rimanda alla terminologia agricola (secondo la citazione da Esiodo in esergo: “… se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori…”), laddove si consiglia quando sia necessario seminare, raccogliere, potare, sottintendendo metaforicamente il tempo dovuto all’inventario, letterario ed esistenziale, a cui applicarsi negli anni più maturi. Continua a leggere
Garcìa Lorca
a cura di Giorgio Stella
Teorias
Canzone delle sette donzelle
(Teoria dell’arcobaleno)
Cantano le sette
donzelle.
(Sopra il cielo un arco
di esempi d’occaso).
Anima con sette voci
le sette donzelle.
(Nell’aria bianca
sette lunghi uccelli).
Muoiono le sette donzelle.
(Perché non sono state nove?
Perché non venti?)
Il fiume le trasporta,
nessuno le può vedere.














