Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

63. Flashback

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Leopoldo è alla ricerca di Andreas: è sicuro d’incontrare anche Maria, dalle sue parti. Si ritrova, nemmeno lui sa come, sul lungosenna, vicino a un ponte dalle arcate pesanti di mattoni bianchi. Guarda l’acqua, le foglie che volano a tratti, spinte da folate di vento. Dallo scalone del ponte, che declina con una curva ampia e leggera, vede scendere un uomo di mezza età, con un impermeabile beige, una sciarpa amaranto e la scoppola che nasconde parzialmente i capelli biondi e spettinati. Ormai sono vicini: l’alito dell’altro lo investe a tradimento, deve aver bevuto:
– Dove va fratello? Continua a leggere→

62. Persuasione

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Don Faber passeggia con Saulo davanti alla parrocchia. Ogni tanto dà un’occhiata al portico, dove i ragazzi, esaurita la cagnara sul Napoli, s’intrattengono con gli alcolisti in attesa di un aiuto del parroco e dei suoi assistenti. Saulo è nervoso: il conflitto che lo lacera – scuola di scrittura o ribellione – non gli dà più tregua. Continua a leggere→

61. Odiarla o amarla

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E’ sera. Maria contempla la Torre Eiffel percorsa da luci intermittenti bianche e gialle che l’attraversano come scariche elettriche. Capisce che deve decidersi, anche se gli stimoli sono complessi e discordanti. E come potrebbe essere altrimenti? E’ una scrittrice, ha il compito di accogliere nell’anima la profondità del mondo, le sfumature infinite, il ragazzo romano della comitiva che sente ripetere, a pochi passi di distanza, mi mancherai Parigi, cazzo, mi mancherai, o gli spagnoli che intrecciano dialoghi impegnati sulle forme architettoniche, il bambino che punta il dito verso l’alto pronunciando frasi incomprensibili, la guida francese che propone una lezione al tempo stesso sensuale e intellettuale, mentre una madre italiana continua a sussurrare, chissà perché, non muovere le mani, non muovere le mani e un battello bianco passa lentamente, come in una giostra d’altri tempi. Le ragazze urlano, lasciandosi eccitare dalle luci che scorrono sui seni e sulle gambe provocando un orgasmo di risate e gridolini irrefrenabili, tra i clacson delle auto e il rumore del fiume e della notte che riproduce il sottofondo inconscio di Maria, la memoria di una notte sotto il ponte, stregata dagli occhi azzurri del barbone Andreas, dal calore insostenibile, ora riesploso nelle fiamme e i fuochi artificiali che avvolgono la torre e ne fanno una torcia incandescente di musica e bagliori; no, adesso cambia tutto: la mole è attraversata da una luce blu da cui partono razzi e sfere abbaglianti col sottofondo di Ragazza d’Ipanema e poi, ancora, una marcia incalzante tra urla di gente impazzita che pensa, come il ragazzo romano, mi mancherai Parigi, cazzo, mi mancherai, mentre le braccia alzate brandiscono i telefonini pronti a cogliere l’attimo trionfale del fuoco e della musica, come se la vita si accendesse solo nel Parc du champ de Mars e la verità fosse una fiamma che balla sulla ringhiera della torre dei sogni impossibili, del desiderio crepitante come i petardi che scoppiano uno dietro l’altro senza mai stancarsi, travolgendo i ricordi in un caleidoscopio che anticipa l’unione tra carne e spirito, pensiero e sentimento, ora che è Maria la ragazza d’Ipanema e ha capito l’ultima cosa che restava da capire: la scrittura puoi odiarla o amarla; lei la ama perdutamente, non potrebbe farne a meno, e solo nella successione infinita delle parole e delle frasi, dei capitoli e dei libri, può sentire fino in fondo l’ebbrezza e il dolore, l’orgasmo di una notte che è fuoco e musica e urla di piacere di una folla che sente finalmente sua.

60. Premio Lipp 2011

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Leopoldo non sa dove andare: Parigi è troppo grande, anche considerando solo gli angoli dimenticati che tanto piacciono a Maria. Si ferma nella brasserie Lipp di Boulevard Saint Germain. Una tenda arancione sembra accoglierlo festosamente: si siede a un tavolo e ordina una birra. C’è qualcosa di molto chic per le sue tasche – anche se la gente si accalca ai tavoli e per chi dovesse alzarsi sarebbe arduo trovare un corridoio – ma ha sentito che qui viene assegnato un premio letterario e non ha saputo resistere alla tentazione. Continua a leggere→

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 16 FRANCO BUFFONI

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
Me lo fa fare la voglia di non fare le altre cose. Resta la scrittura.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Gli amori li coltivo: da quelli più antichi – Lucrezio, Marsilio da Padova, Lorenzo Valla, Leopardi, Keats, Auden, Sereni – a quelli più recenti: “La ragazza col turbante” (il racconto) di Morazzoni, le prime 60 pagine del Seminario di Busi, il racconto “I palloni del sig. Kurtz” di Mari, e molto recentemente le prime 50 pp di Riportando tutto a casa del mio amico Nicola La Gioia. Sulle antipatie defunte – da Virgilio a Dante a Manzoni a T.S. Eliot (pur ammirandone l’estrema bravura) a Luzi (che possiede comunque il miglior enjambement del Novecento italiano: supera Montale) – ho già scritto molto. I viventi che non mi piacciono? Li apro e richiudo subito. Che bisogno avrei di odiare?

Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.
Non mi sono mai fatto molte illusioni sulle mie capacità: sono della scuola “dei miei soli mezzi” della lettera di Sereni a Char. Però sono anche un anceschiano prima maniera: credo fermamente nei concetti di “poetica” e di “progetto”. So di avere davvero qualcosa da dire. Lavoro molto sul frammento. La mia scrittura in versi consiste di frammenti poetici che continuo a produrre. Come un flusso di lava più o meno forte, ma costante. Poi i frammenti si compongono divenendo le tessere di un mosaico, e io stesso stento a capacitarmi della precisione con cui esse finiscono col combaciare. Col tempo mi sono convinto che il collante misterioso – la forza unificante – che mi permette di inanellare i frammenti (o gli intermezzi, come li definiva Schumann) e quindi di scrivere dei libri in poesia – è la mia “poetica”. Come diceva Pasolini del film montato e finito: solo allora quella storia diventa morale. Solo quando i frammenti naturalmente si compongono mi rendo conto dell’estrema pertinenza per me della definizione anceschiana di poetica (“la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul loro fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità e gli ideali”) e dell’importanza del concetto anceschiano di “progetto”. Continua a leggere→

“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”


[ ? prima facciata dell’ultima lettera scritta da Giancarlo Puecher ]
di Orsola Puecher

In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l’ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in Aldo Pucher, di Giancarlo Puecher, partigiano, Prima Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza, fucilato a vent’anni, il 23 dicembre 1943 dai miliziani della Repubblica di Salò, e non in un articolo sulla Resistenza, sul valore della memoria, ma, accusato di un omicidio che non ha mai commesso, in un’intervista di Luca Telese ad Alessandro Sallusti, direttore del Il giornale, sobriamente intitolata ? I topi scappano. Per il dopo c’è solo Marina, in cui si promuove l’investitura di Marina Berlusconi a futuro premier del sultanato Italia, come se ormai anche il potere politico si potesse trasmettere per via dinastica.    Lo scopo, il modo, la strumentalizzazione e le falsità storiche con cui Giancarlo Puecher viene chiamato in causa sono un vero e proprio vulnus alla sua memoria e alla sua figura luminosa. Bisogna in qualche modo rimediare. Ristabilire la verità.    Lo storpiare i nomi è il primo, sottile, vigliacco, metodo di infangare, in certi ambienti, odioso, se fatto intenzionlamente, come una pugnalata alle spalle, ma doppiamente insopportabile se fatto per ignoranza o incuria e nei confronti di una persona scomparsa. Un giornalista serio, prima di lasciar sbandierare nomi e fatti tanto gravi, ha il dovere di controllare ciò che pubblica, almeno per quel che riguarda l’ortografia. Continua a leggere→

David Butali. My Tuscany

di Cristina Annino

Queste foto di David Butali, negando concettualmente ogni presenza umana, mi ricordano le pitture rupestri del Neolitico dove gli animali venivano raffigurati senza alberi, rifugi o altro, in modo tale che era escluso ogni riferimento veramente descrittivo dell’oggetto presentato. Il loro scopo era infatti solo quello di informare, quindi, “necessario”. Con una specie di salto rovesciato, azzarderei un’ipotesi paradossale: che quelle pitture rupestri possano essere le antesignane, oltre che di tutta la storia della pittura, anche di una certa soluzione fotografica. Idea, ripeto, non rigorosa, ma molto suggestiva. Continua a leggere→

59. Irish pub

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Nonostante il biglietto ricevuto, Saulo decide di recarsi lo stesso da don Faber. Il tom tom lo guida, dal Raccordo, all’uscita dell’Eur, dove fa un giro complicato di cui non ricorda già più nulla; prende la Cristoforo Colombo, costeggiando una campagna in via di estinzione divorata dai palazzi di una speculazione edilizia che, s’intuisce, non ha limiti né regole. Giunto nelle vicinanze di Acilia, si meraviglia della sproporzione fra l’agglomerato urbano e l’insufficienza della rete stradale che lo serve: il traffico è intasato, gli automobilisti isterici, pronti a insultarsi e a incolparsi vicendevolmente. Continua a leggere→

La bambina col vestito azzurro

di Laura Badaracchi

Lo sentiva frusciare. Quella sensazione le piaceva, mescolata al rumore che facevano le pieghe arricciandosi ancora di più per la velocità con cui girava. Così ruotava su se stessa fino a farsi venire il capogiro e tutti i colori intorno diventavano improvvisamente sfuocati, indefiniti.

“Smettila, Marta! Rischi di scivolare e di smagliarti le calze!”, le diceva sua madre, senza sollevare il mento dalla lettura. Lei si guardava di sfuggita le scarpe di vernice, mentre nella testa tutto le si mescolava, come quando preparava con i vari ingredienti nella terrina di porcellana l’impasto per il ciambellone: i colori del Po, le nuvole del cielo, le balaustre del Tevere e il tavolino di casa con la lampada di alabastro. Continua a leggere→

58. Bozze

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Maria è pensierosa, anzi, combattuta fra destini opposti: restare qui come una foglia al vento, permettere al suo io vero di sbocciare, comunicarsi senza inibizioni; oppure ritornare, affrontare la realtà dei doveri quotidiani, le strettoie della morale, la programmazione pignola del lavoro. Continua a leggere→

Morta (come se fosse)

di Barbara Gozzi

La linea è libera, il cellulare squilla.
Non rispondi.
Ritento un paio di volte più per fare qualcosa che per altro.
So che non cambi idea.
Se hai deciso per il no.
È no.

***

Non c’è, punto.
E in quel momento ogni parte di te si contorce.
Magari qualche ora prima dormivi o mangiavi. Magari ridevi anche.
Poi succede. E ci resti impigliato.
Può arrivare con una precedente spossatezza.
Come con l’influenza, solo che non passa con l’aspirina.
Ti sembra di avere la febbre, le articolazioni scricchiolano, i muscoli rifiutano i movimenti più banali. È esattamente una covatura. Una preparazione silenziosa, subdola. Continua a leggere→

Sangue di cane

 

di Veronica Tomassini

“Racconterai la storia che ti ostini a tacere”
Si può raccontare la stessa storia, fino alla fine, come un regista, girare lo stesso film, tutta una vita. La mia scrittura è nata in sordina, oggi dico la mia scrittura è la Polonia.Una volta vidi Yurek al semaforo, chiedeva come sempre. Non lo riconoscevo più. Era davvero patetico, aveva il ventre gonfio, gommoso. Yurek veniva da Starachowice, Sud della Polonia – voivodato di Santacroce, non fa testo nella geopolitica che conta. D’altronde neanche Yurek, polacco e barbone, faceva testo, tanto poi Yurek è morto e adieu. Yurek aveva cinquan’anni, morì che aveva mezzo secolo quindi (trequarti del quale annaffiato di vodka, con tutte le stimmate del proscritto, bah); morì in una città annoiata, distratta, aliena. Continua a leggere→

57. Il posto al cuore

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Giulio da Padova ha deciso di ripartire dall’orazione funebre in onore di Beppe Geenna, un testo che ha fatto il giro del mondo, è stato tradotto in trenta lingue, è finito sulla prima pagina dei principali quotidiani nazionali, ha commosso e indignato, risvegliato sentimenti civili e incivili, costretto a schierarsi, ma… per cosa? Geenna è morto martire nella più completa ambiguità, i suoi cammelli impermanenti sembrano diventati il simbolo di una fragilità in cui dovrebbe riconoscersi ogni insegnamento, e a cui nessuna scuola dovrebbe rinunciare. Continua a leggere→

56. Bassotti

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Leopoldo deve decidersi a cercare Maria. Dalle parole di don Faber, ha capito che la via da seguire è quella dell’autenticità e della passione, ma è poco per dedurne un punto di riferimento concreto, una coordinata topografica qualsiasi. Un indizio lo possiede, a dire il vero: Saulo lo ha informato del sogno ricorrente dell’amico sacerdote, un ponte sopra un fiume e due occhi azzurri che brillano nel buio. Leopoldo ricorda che Maria avrebbe voluto fare un viaggio – lei che amava la sedentarietà, e tutte le avventure le trovava già pronte nel raggio dei due chilometri della vita di borgata. Continua a leggere→

55. Sogno

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Don Faber ha ricevuto la lettera di Saulo e non ha potuto fare a meno di sorridere: come si può pensare che la periferia sia esente dalle lotte di potere, dalle meschinità che avvelenano la vita a qualunque coordinata spazio-temporale? E’ reduce da riunioni pastorali in cui i soliti noti hanno fatto i soliti discorsi sui soliti soldi coi soliti criteri: tutto con la solita aria, come se tu stessi lì per maneggiare denaro e non per trasmettere il vangelo. Continua a leggere→

Sottoselva. Di Francesco Tomada


(Solstizio d’inverno)

Sottoselva

Palmanova è la città dai bastioni a nove punte
è una stella che però si vede di giorno
guardando dal cielo verso terra
e attorno non ha il buio ma
distese d’erba

io ripenso agli ultimi giorni di mia nonna
sempre più pallida e scheletrica nel suo letto a sponde
quando ormai non riconosceva nessuno
e raccontava cose senza senso
ho visto gli angeli da vicino
hanno l’odore di un maglione di lana appena lavato

e in fondo è giusto che sia successo qui
nell’ospizio poco fuori dalle mura
come una stella che si spegne
nell’universo piccolo di un prato

Inedito 2010