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di Carmine Vitale
D’improvviso non si vedono più le nuvole. Sembra che l’orizzonte nasconda un altro cielo, al di là del confine del mare. Seduto sulla riva ascolto questo grande rumore del mondo e penso alle parole del libro che stringo nelle mani. Ci sono dei libri che ti vengono a cercare, si spostano dalle mensole di uno scaffale impolverato fanno capolino fin dentro di noi implorano formano anse rifugi aprono frontiere danno profondità alla luce. Questo libro è uno di quei libri. Il titolo è semplice impercettibile: Poesie.
Quelle che formano il corpus di questa raccolta di Czeslaw Milosz sono indiscutibilmente tra le più alte del novecento come afferma Iosif Brodskij nella presentazione scritta in occasione della consegna del Neustatdt Prize for Literature nel lontano 1978. Continua a leggere
di Pasquale Giannino
Il casolare è là, come sempre. È disabitato, eppure mi appare ancora nitida l’immagine di zio Giovanni, seduto su una sedia di paglia dinanzi all’uscio. Era un contadino, come gli altri abitanti della contrada, ma aveva uno stile e un portamento da signore. Anzitutto il tono della voce, sobrio e pacato. Poi il modo di vestire: le scarpe lucide, il cappello sulle ventitré, il panciotto, l’orologio da tasca… Ma il suo dono più grande era la capacità di raccontare: aneddoti sulla guerra in Africa, sul periodo da manovale in Svizzera, sulle vicende paesane della sua gioventù. In effetti, chi può raccontare la storia meglio di uno che l’ha vissuta? E lui, contadino con la terza elementare, ricordi personali ne aveva davvero tanti: dalla prima guerra mondiale al grande esodo che dissanguò la Calabria negli anni Cinquanta e Sessanta, fino alla rivincita di molte famiglie umili come la sua, che consentirono ai figli di studiare, costruirsi una bella casa e vivere una vita migliore. Continua a leggere

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di Daniele Muriano
Dopo il flirt Berlusconi Sarkozy che, a molti, era sembrata soltanto una mossa politica, pare che in questo paese il volere referendario sia ormai una sciocchezza: nel novembre ‘87 il referendum abrogativo ricevette, nei tre quesiti relativi al ‘nucleare’, un sì, in media quasi l’80% votò per la dismissione degli impianti.
Si dirà che, con la paura irradiata dalla Bielorussia – e qualcosa più della paura – si votò d’impulso: a sentir la parola Chernobyl la mano si mosse da sé. Continua a leggere
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Anche i sogni sono cambiati.
L’armonia che resta è una plastica facciale.
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Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei dèmoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo,
soppesando con le spalle i misteri
dei cicli cadenti e risorgenti,
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore.
Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani,
per quelli che da tempo affondarono nel sonno. Continua a leggere

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di Erri De Luca
Il prossimo, lo straniero, l’altro: che farsene è l’ordine del giorno di un paese fragile di nervi. La geografia d’Italia è spudoratamente spalancata agli sbarchi e alle invasioni. Oltre alle mille miglia di coste, le Alpi, anziché sbarramento, sono servite da scivolo di eserciti verso le vallate. Popoli, schiere, epidemie, espulsioni, pellegrinaggi hanno premuto con più vigore di oggi sul sistema nervoso e immunitario degli antenati. Continua a leggere
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Sono partito per la terra promessa: non mi hanno fatto entrare.
Ora non resta che l’inferno.
Eppure mi hanno di detto di sperare, anche all’inferno.
di Vito Mancuso
Sono stato invitato a una riflessione sulla religione civile con queste parole: “L’assassinio di Nicola Tommasoli (avvenuto la notte del primo maggio 2008 per una sigaretta non data) di cui Lei sicuramente ha sentito e letto, ha spinto me e tante altre madri di figli giovani come Nicola, a ritrovarci insieme per fare pensiero sull’enormità dell’accaduto”. Ho accettato l’invito a Verona e ho iniziato a riflettere. Ci sono eventi che possono diventare l’occasione per guardare in faccia la vita e porre la domanda più radicale: chi siamo? chi siamo, se possiamo disprezzare la vita al punto da ucciderci per i più futili motivi? Escludo che questo evento derivi da una particolare decadenza morale della nostra società. È un’opinione diffusa ma, a mio avviso, infondata. Continua a leggere

[dall’Introduzione di Antonio Spadaro]
Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa, come invece fanno le fiamme nel video di Viola. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé. L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso del poeta Bartolo Cattafi, presentato nelle pagine che seguono. Continua a leggere
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Una volta il matto era diverso.
Oggi spara alla cieca, prende a martellate, accoltella a tradimento.
E’ l’altra faccia delle riviste patinate, del politically correct, della pellicola invisibile che sta avvolgendo il mondo.
La collina soltanto, è sempre quella.

di Erri De Luca
Che ci faceva seduto per terra a tracciare lettere ebraiche sulla polvere di Gerusalemme? Si trovava sul percorso che dal tribunale andava verso il luogo dell’esecuzione. Per le lapidazioni si usava una fossa larga in cui stava la persona condannata. Dal bordo superiore la folla in cerchio scagliava pietre in basso. Un corteo passava portando una donna condannata per adulterio. Uno sconosciuto, un galileo, sta accovacciato in terra, scrive sulla polvere. Il corteo si ferma presso di lui, per chiedergli un parere. Strana legge quella che a sentenza di morte emessa e in via di esecuzione, chiede a un passante un ultimo parere. Un’ultima parola poteva avere grado di giudizio, ribadire, sospendere, annullare una sentenza. Da noi si litiga per la poca certezza della pena: lì e allora la più grave sentenza di un’aula di tribunale si poteva annullare per strada. Quella legge prevedeva la condanna a morte ma sperava fino all’ultimo di non doverla applicare. Continua a leggere
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A volte è difficile distinguere.
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Ma ora è il momento
di mettersi a dormire
lasciando scivolare il libro che
ci ha aiutati a capire
che basta un filo di vento
per venirci a guidare
perché siamo naviganti
senza navigare
mai.
Ti siamo vicinissimi, Gaja, amica nostra carissima.