
Il mare di notte è una pelle tesa di tamburo, è la tua mano che afferra l’aria controcorrente dei sogni ostinati, la stella che segui come i passi lunghi di tuo padre, sempre irraggiungibile, sempre troppo bravo, la risacca della tua fragilità, che ora si perde all’orizzonte di questo viaggio in cui ti sembra che ogni dolore evapori, come il ricordo delle cose comuni, il saluto al negoziante o la parola detta all’angolo di strada, il mare ha questo dono dell’oblio, e più ti allontani dalle immagini solite delle tue giornate, più questo vuoto si allarga e fa spazio al fantasma del futuro, al volto che hai sempre cercato, fin da bambino, quando lei ti guardava con quegli occhi verdi che non riuscivi a decifrare, e li abbassavi sul suo grembiule bianco, increspato come un mare mai visto, in cui immaginavi di nuotare, di suonare come su una pelle di tamburo, tesa nella notte, e questo viaggio è precisamente il viaggio in quell’immagine che ora torna a tradimento, mentre gli altri che ti si accalcano vicino hanno un moto improvviso e tu, che sognavi con gli stessi occhi verdi della enigmatica bambina, senti la mano dello scafista tesa come la pelle del tamburo, e la musica è il tonfo del tuo corpo nell’acqua, bianca come il suo grembiule, per le bolle di ossigeno esplose dalla bocca spalancata, e rimpiangi fino alle lacrime di non aver imparato mai a nuotare, proprio tu, che avresti nuotato per sempre nel grembiule bianco della bambina occhi verdi che ti guarda, ti guarda, mentre sei ormai della stessa materia delle onde e dei sogni che svaniscono come assurdi fantasmi, nella notte che ha il rumore della lancia grigia dei finanzieri, dalle divise simili al vestito di tuo padre, così perfetto e irraggiungibile, anche ora che hai toccato la profondità massima di questa vita di sogni e tradimenti, di occhi verdi che non si staccano più, che ti accompagnano nel viaggio che ora, solo ora, comincia.
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