Archivi autore: fabrizio centofanti

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Una storia come tante

di Pasquale Giannino

Tonino era trafelato. Con la voce tremula si rivolse al giovane carabiniere: “Devo parlare al maresciallo… è accaduto qualcosa di molto grave!”.
“Si calmi e lo dica a me… il maresciallo è occupato.”
“No, per favore… ho bisogno di parlare con lui.”
Tonino era un uomo di mezza età. Gestiva un’edicola in piazza. Viveva in una villetta a schiera, poco distante, con la moglie e la madre.
“Cosa c’è Tonino? Calmati ed entra” disse il maresciallo che aveva udito le frasi concitate del giornalaio, affacciandosi dal suo ufficio con l’immancabile sigaro in bocca. Era un uomo tarchiato e dai modi sbrigativi. Si diceva che quando acciuffava qualche delinquente non molto disponibile a collaborare, fosse avvezzo a utilizzare il sigaro acceso per fargli cambiare idea. Continua a leggere→

19 marzo

amstetten

La festa del padre cade in un momento singolare, quest’anno. E’ giusto, forse, che la ricorrenza coincida con le udienze del padre-nonno-marito situato al di là di ogni confine di ruolo e natura. E’ bene sia chiaro che c’è un senso nella diversità delle carezze e dei baci, nell’uso variamente finalizzato delle membra del corpo. Nel perché di un’azione, in ciò che la rende umana. Il Leviatano avanza, con la faccia nascosta dai libri mastri dell’ambiguità. Basterebbe fermarsi, ascoltare. Ma, come scriveva Calvino, “non c’è più nessuno che ascolti nessuno. Solo la notte ascolta se stessa”. (Un re in ascolto, in Sotto il sole giaguaro).

 

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Sembianze velate

velo

di Marino Magliani e Mario Bianco

Racconto con Mario

Una donna, ecco cosa mancava alla storia che stavo scrivendo. Stavo scrivendo una storia sul tradimento, una parola che si sente spesso in Liguria, ma che non é il solito tradimento tra un uomo e una donna, in Liguria il tradimento é una cosa che riguarda sostanze, i possedimenti, toccagli tutto a un ligure dell’interno ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba é tradimento.
Volevo scrivere la storia di una donna tradita dai suoi fratelli, una donna buona, e perché era buona derubata della sua parte di ereditá. Per farlo dovevo scrivere la storia di un testamento falsificato, storia di una donna che apparteneva alla piccola borghesia proletaria e che aveva faticato fino ai trent’anni nel suo con suo padre e sua madre, i fratelli e le sorelle. Continua a leggere→

Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

di Giorgio Israel

Occuparsi attivamente e intensamente delle questioni dell’istruzione nel nostro paese rischia di riportarti insistentemente alla mente la nota battuta di Mussolini secondo cui governare l’Italia non è difficile, è inutile. Ma non è ora né qui che voglio parlare dello sfinimento che provoca entrare nell’unica esperienza davvero realizzata di “democrazia dal basso” e confrontarsi con soggetti (gli “esperti” dell’istruzione) che non vivono e pensano nel mondo dei comuni mortali bensì nel mondo delle locuzioni a barre (conoscenze/abilità, abilità/competenze, conoscenze/competenze, documento/proposta, consolidare e/o riprogettare) e degli anglismi (literacy, framework, teaching for test). Continua a leggere→

Per sempre, di Mario Bertasa

“Da quando hai la donna fissa, il posto per gli amici non è più quello di prima. Il vostro è un rapporto privilegiato. Se non fosse privilegiato non sarebbe QUEL tipo di rapporto, no? Noi amici, da qui in avanti, ci si deve accontentare della seconda classe. Ma è giusto così, non te ne faccio una colpa.”

Diceva “è giusto così”, però il tono era dell’astio, del correre sotterraneo di un’accusa di alto tradimento. Nel fiato l’odore di uovo marcio della gelosia.

“Perché dovrebbe cambiare il posto dell’amico?”, ribatteva l’altro, stentando la voce come mai gli era successo, “Era nei patti del resto. Lo dicevi tu che trovare tutti e due la donna fissa nello stesso periodo sarebbe stato troppo bello, ma quasi impossibile.” Continua a leggere→

Questa crisi

di Domenico Lombardini

È come se quella che era stata in principio una fenditura o una piccola lacuna ci avesse infine svelato le quinte e il palco, squarciando: il proscenio sfondato, i posti a sedere divelti con violenza, le maschere sparse a terra; solo silenzio; il Re è nudo! I demiurghi dell’economia previdero male, e come potremmo credere ora alle loro analisi, alle loro previsioni?
Infondo, i pochi decenni di agiatezza per tutti, in Occidente, percepiti come ineluttabile prodotto di uno sviluppo economico senza fine, sono stati una parentesi alla normale precarietà dell’esistenza, alla violenta e naturale esposizione dell’umano. Ora, però, il sentire comune spinge alla paura; e la paura crea gregarismo, non solidarietà. Continua a leggere→

Niente doccia il giovedì

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Da quando don Mario è morto, i miei impegni si sono triplicati. A quelli della parrocchia, già infiniti, si è aggiunto il tour de force del Centro giovanile. Ieri è venuta un’animatrice dei ragazzi a domandarmi: quando possiamo vederci con un po’ di calma? Trovare un orario, ormai, è un’impresa disperata. Le ho risposto che il giovedì, dalle tredici e trenta alle diciotto e trenta, sono a disposizione del Centro. Poi mi sono accorto dell’errore: posso fare la doccia solo alle quattordici; ma era tardi per tirarmi indietro. Il risultato è il seguente: niente doccia il giovedì. Subito dopo ho pensato: se ciascuno di noi mettesse a disposizione il proprio tempo, come sarebbe il mondo? Cambierebbe qualcosa? Forse è facile immaginare il paradiso: è un posto dove il giovedì nessuno fa la doccia, neanche Dio.

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Il vicolo cieco degli atei

Contro gli studiosi che pensano di distruggere il fenomeno religioso gli scienziati non cancellano il sacro

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di Roger Scruton
Di fronte allo spettacolo delle crudeltà perpetrate in nome della fede, Voltaire pronunciò il famoso appello: «Ecrasez l´infâme!». Numerosi pensatori illuminati lo hanno seguito, affermando che la religione organizzata è il nemico del genere umano, la forza che divide il fedele dall´infedele e che per questo eccita entrambi e autorizza l´omicidio. Continua a leggere→

Dal vangelo secondo fabry

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Lo portarono in un giardino e lo sistemarono in un sepolcro nuovo che apparteneva a Giuseppe, discepolo di Arimatea. Lo avvolsero in bende, ma non ebbero il tempo di ungerlo, perché già splendevano le luci del sabato.

La luce comincia a splendere quando il corpo è morto: l’uomo ha dato tutto. E’ il momento del grande fallimento, il suo impegno si è schiantato contro la più completa incomprensione; è stato giudicato e condannato. E’ stato ucciso. L’ultima risposta viene dal sepolcro: quando l’amore è ridotto al silenzio, è allora che comincia a parlare. Dal buio della tomba inizia un discorso che non può essere interrotto.

Andiamo al giardino per ungerlo. Preoccupate, per la pesantezza della pietra. Vediamo il masso rotolato via: chi sarà stato? Entriamo: il corpo non c’è più. L’avranno rubato? Sarà stato trasferito? Abbiamo preso un sepolcro per un’altro? L’uomo di Nazaret sorprende sempre. Ci parlava di un terzo giorno, nel quale si sarebbe alzato. Ora è svanito. Perché non riusciamo ad afferrarlo? Cosa ci manca per capire il suo messaggio? A noi resta una cosa: la paura. Amare come lui ha insegnato è spaventoso, per questo è sparito anche il suo corpo: da morto continuava a turbare i nostri sonni.

Un giovane vestito di bianco ci disse qualcosa che non riuscimmo a decifrare. Fuggimmo via. Ancora oggi ci chiediamo cosa possa aver detto. Se abbiamo perso qualcosa di essenziale.

(versione audio)

L’orologio

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Mi chiedo se il linguaggio rispecchi ancora la persona, o non piuttosto la televisione, che impone un tono, un ritmo, un dizionario tutto suo. Tengo i colloqui in una stanza preceduta da un’etichetta dorata: formatore. La fece mettere don Mario una quindicina d’anni fa. Lì si parla confidenzialmente: il tono di voce è una mano tesa verso l’altro, perché si senta capito. Dal piazzale giungono grida di ragazzi, versi di merli che planano sul tetto dell’edificio a due piani. Le nostre confidenze fanno spazio, non c’è motivo per entrare in concorrenza o accavallarsi. Nel muro antistante la poltrona dove siedo c’è un orologio che procede a fatica: mi ricorda quanto tempo resta, se le nostre parole devono morire di fronte ad altre pronte a raccontarsi, per essere guarite. La formazione è un grembo di silenzio che avvolge i traumi e le speranze di ciascuno, grovigli psicologici e linguistici.  Se rinunciassimo al linguaggio violento che ci assedia, troveremmo i sensi dell’infanzia, i colori del mondo come si formano all’origine, quando l’occhio e l’orecchio reagiscono in modo naturale. Non dimentico il frammento di Siddharta che descrive l’ascolto del barcaiolo misterioso, simile all’albero che accoglie la pioggia. La televisione dovrebbe mettere fra i titoli di testa l’etichetta dorata formatore, come fosse uno stanzino di parole che si fanno spazio, mentre giungono i versi del merlo e le grida dei ragazzi. Qualcosa è cambiato, in questi ultimi decenni, ma sarebbe troppo lungo dire cosa. L’orologio mi ricorda a fatica che il tempo è già scaduto.

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