Archivi autore: fabrizio centofanti

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Una rete Rai senza spot e Auditel

di Leandro Palestini

Il Cda della Rai non è ancora formato, ma il ministro della Cultura, Sandro Bondi, già invita i suoi componenti a una scelta chiave con una lettera a Repubblica: “Svincolare una rete dal sistema di rilevazione dell’Auditel e dalla pubblicità, come è stato deciso da Sarkozy in Francia”. Dalla Rai si sollevano i primi dubbi. Giovanna Bianchi Clerici (Lega), fresca di riconferma nel Cda, giudica “la proposta Bondi superata dall’avvento del digitale terrestre: a fine anno 10 milioni di italiani, dal Lazio alla Campania al Piemonte, avranno accesso ai nuovi canali tematici. Il problema non si pone”. Continua a leggere→

Natàlia Castaldi

Da Frammenti

Salsedine

Non temo il pianto
in un velo di ruvida salsedine
tra ciglia e cime annodate
d’un marinaio senza stelle.

Nelle vele rigonfie
d’una infruttuosa giornata di pesca
coltivo le parole
degli spasmi e delle spire
d’un polipo sbattuto
fresco di mare e nervatura caparbia
in un morso di vita.

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Al mio fianco

risotto

E’ grasso, dà un’impressione d’unto, una faccia che ricade su se stessa, occhi infilati in pieghe da ippopotamo. Quando ho saputo che va dicendo in giro che non do soldi a nessuno (mi spremono peggio di un limone) e che don Mario era più bravo, ho pensato di rompergli il muso, ma non sarebbe stato cristiano. Mi sono detto che dovrei guardarlo da un’altra prospettiva, capire le motivazioni, scendere nel dettaglio di una vita. Ho ricordato la sigaretta di don Mario, la sala all’aperto della Nuova Capricciosa, il risotto alla pescatora e il fritto di pesce con le patatine; le parole calme, che mostravano l’altra faccia del mondo, quella che nessuno vede mai. Da quando il mio amico se n’è andato, si è scatenata la bagarre di quelli in cerca di un incarico; così io, oltre al dolore, devo portare il peso dell’arrivismo di gente che mi assedia. Faccio fatica a distinguere la malizia dal candore, il cinismo dal rispetto. Perciò ho deciso di ripartire dal poco: la gioia rarefatta del caffè dell’una e mezzo, la sfumatura di un richiamo, il giornalaio che mi sorride la mattina. La vita eterna è un dettaglio di cui si torna a notare l’esistenza. Ho avuto un angelo, al mio fianco: un po’ alla volta, sentirò ancora il suo frullare d’ali, la scia di vento, l’eco della voce inconfondibile.

(versione audio )

Famiglia e piccola impresa. Ricetta italiana contro le crisi

di Amedeo Teti *

La crisi economica internazionale che stiamo attraversando – e che non non sappiamo quanto possa durare – lascerà pesanti strascichi  ma sarà una lezione per molti.

Anche l’Italia è stata colpita dallo shock finanziario, ma in modo più lieve  rispetto ad altri Paesi: non sono state prese le imponenti misure pubbliche di salvataggio per le banche e i risparmiatori, come è accaduto in altri Stati.

Gli istituti bancari italiani si sono dimostrati più solidi, le nostre esportazioni non sono diminuite, ma è soprattutto la particolare struttura dell’economia italiana, fondata su basi industriali e contadine, che potrà permetterci di venir fuori dalla crisi. Continua a leggere→

Per sempre

santo-dei-santi

Leggo su Repubblica che presto, in Italia, le convivenze supereranno i matrimoni: “Non è soltanto un fatto di costume: gli esperti spiegano che si tratta di una “strategia adattativa” in un mondo che non ama più i legami “eterni” – che richiedono lacrime e denaro per essere cancellati – e convive con precarietà, mobilità, incertezza sempre crescenti“. La notizia non mi sorprende, per le ragioni indicate dal giornale. Da tempo penso che l’espressione per sempre sia divenuta imbarazzante, antiquata. I rapporti si consumano rapidamente, nascono e muoiono come graziose farfalle o delicatissime rose, che, a detta di De André, vivono solo un giorno. Mi vengono in mente storie bruciate per un’incomprensione, un’incomunicabilità, un tradimento. Uomini e donne che hanno investito in sentimenti, progetti, e li hanno visti crollare sotto i colpi di una fuga o di un rifiuto. Depressioni e rivolte, rancori e vendette. Poi, sullo sfondo, prendono corpo le lotte sostenute per capirsi, ricostruire, perdonarsi. Ho davanti agli occhi i sorrisi ritrovati, quell’aria che sembra dire: incredibile, don, ce l’abbiamo fatta. Mi chiedo cosa ci separi, quali conti in sospeso aleggino sull’espressione passata di moda: per sempre. Affiora un’immagine: il Santo dei Santi del tempio d’Israele, impronunciabile,  inaccessibile – se non al sommo sacerdote una volta l’anno -, accuratamente nascosto da un velo. Si dice che alla morte di Gesù quel velo si squarciasse, l’intoccabile e l’invisibile si potessero vedere, toccare. Che la paura fosse vinta, il vuoto colmato. Ripenso alle due parole bandite, e mi sembrano anch’esse, per un attimo, meno impronunciabili, meno sorpassate.

L’Ulisse di Dante e i soldi alla cultura

di Eugenio Scalfari

Come sempre sa fare quando prende in mano la penna e si inoltra in un discorso pubblico Alessandro Baricco comincia da lontano, usa la logica, ragiona sulle premesse pianamente, non è mai provocatorio ma didascalico. Pone questioni, sollecita risposte che sono già contenute nelle domande.

A che cosa serve la cultura? E spiega: serve a migliorare l’anima delle persone, a farle riflettere, a renderle più tolleranti verso i diversi da sé, quindi a scoprire il valore della democrazia e della solidarietà, a ricacciare indietro le pulsioni della violenza. Perciò la democrazia, cioè lo Stato democratico, ha un interesse primario a promuovere la cultura, ad allargarne le radici e le fronde.

E poiché il nostro mondo è in preda a un rigurgito di violenza e d’intolleranza, lo Stato democratico è chiamato a intraprendere una necessaria alfabetizzazione incoraggiando la nascita di quella che lui chiama una “intelligenza di massa”.

Chi non è d’accordo con questo “incipit”? Io lo sono completamente. Continua a leggere→

Deriva italiana

di Alberto Asor Rosa

In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov’è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco.
Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L’unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.
Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Continua a leggere→

Cattolici, pensiamo a un concilio Vaticano III

di Vito Mancuso

Sono passati cinquant’anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell’evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a mio avviso è necessario iniziare a coltivare nella mente l’idea di un Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c’è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa. Continua a leggere→

Una “morte privata”

L’esordio di Ade Zeno

di Andrea Cortellessa

“Che ne sappiamo noi oggi della morte/ nostra, privata, poeta”. Così cominciava, negli anni settanta, Oggetti e argomenti per una disperazione, di Elio Pagliarani. E dello stillicidio di una disperante “morte privata” tratta il convincente esordio narrativo intitolato proprio Argomenti per l’inferno (edito da No Reply, Milano, pp. 124, € 10), di Ade Zeno, men che trentenne così battezzatosi poeta performativo – nelle spiazzanti azioni post situazioniste del gruppo sparajurij – videomaker e teatrante d’assalto di Torino. Continua a leggere→

Il teatro replica a Baricco Muti: “Gli sprechi ci sono”

di Anna Bandettini

Su due punti sono tutti d’accordo. Primo: in nessun paese del mondo il teatro e la musica sopravvivono senza soldi dello Stato. Secondo: le regole di investimento di quei soldi vanno cambiate, riformate. Ma sul resto è quasi guerra. Due fronti pronti a dirsele, pro e contro Alessandro Baricco che ieri con una lunga, articolata riflessione su cultura e spettacoli dalle pagine di Repubblica, ha lanciato una bomba culturale: non è un obiettivo primario del finanziamento pubblico sostenere spettacoli, festival, eventi – ha scritto – meglio dirottarlo sulla formazione di un pubblico consapevole che oggi è a scuola e davanti alla televisione. Dunque finanziamo scuole e tv invece dei teatri. Apriti cielo. Continua a leggere→

Basta soldi pubblici al teatro meglio puntare su scuola e tv

di Alessandro Baricco

Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un’indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un’agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda. In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell’intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l’essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui. Continua a leggere→

Ballando mentre il Titanic affonda

libri

di Alberto Berretti

Leggo sul libro di antologia del figlio numero uno (terza media) le pagine dedicate allo studio della poesia. Non di qualche poesia, ma della Poesia, dell’ars poetica in generale (e gia’ quest’astrattezza in terza media mi indispone). Si parla del linguaggio poetico in generale, e delle sue strutture: inversione, iperbato, paragone, metafora, sinestesia, ossimoro e metonimia. Piu’ avanti scopro l’anafora e l’epifora. Infine, si parla di simbolismo, connotazione e denotazione. Segue esercizio. Continua a leggere→

Primo

Maria Masella,  Primo , Fratelli Frilli Editori,  2008

di Alberto Pezzini

Le origini di Antonio Mariani, commissario, e di Francesca Lucas, ingegnere e moglie. Forse Maria Masella non ha scritto libro più bello di questa saga familiare andando a ritroso. E’ un meccanismo strano, questo. Forse la familiarità e la consuetudine con questi personaggi è divenuta talmente profonda da consentirle di scrivere un giallo perfetto. E’ un meccanismo a scatto. Maria Masella scrive come una matematica lucidissima. Le sue trame sono ragnatele spiate al millimetro. Chissà perché certi matematici possiedono un senso fascinoso e quasi selvatico della scrittura. Nel senso che il loro spirito geometrico ha una faccia diversa, complementare. Che li completa. Mi viene in mente Gadda, oppure Ludovico Geymonat. Uomini di scienza, tutto sommato. Ma con una percezione ultrasottile della scrittura. Ed una visione lucida delle parole così come delle trame. Masella sa di Genova. Quella di casa, domestica, senza tradimenti verso un’oleografia né un manierismo che la rovini. Ci offre ritratti senza trucco. La focaccia che si mangiano Mariani e la futura moglie, è buona davvero. Continua a leggere→