
Leggo su Repubblica che presto, in Italia, le convivenze supereranno i matrimoni: “Non è soltanto un fatto di costume: gli esperti spiegano che si tratta di una “strategia adattativa” in un mondo che non ama più i legami “eterni” – che richiedono lacrime e denaro per essere cancellati – e convive con precarietà, mobilità, incertezza sempre crescenti“. La notizia non mi sorprende, per le ragioni indicate dal giornale. Da tempo penso che l’espressione per sempre sia divenuta imbarazzante, antiquata. I rapporti si consumano rapidamente, nascono e muoiono come graziose farfalle o delicatissime rose, che, a detta di De André, vivono solo un giorno. Mi vengono in mente storie bruciate per un’incomprensione, un’incomunicabilità, un tradimento. Uomini e donne che hanno investito in sentimenti, progetti, e li hanno visti crollare sotto i colpi di una fuga o di un rifiuto. Depressioni e rivolte, rancori e vendette. Poi, sullo sfondo, prendono corpo le lotte sostenute per capirsi, ricostruire, perdonarsi. Ho davanti agli occhi i sorrisi ritrovati, quell’aria che sembra dire: incredibile, don, ce l’abbiamo fatta. Mi chiedo cosa ci separi, quali conti in sospeso aleggino sull’espressione passata di moda: per sempre. Affiora un’immagine: il Santo dei Santi del tempio d’Israele, impronunciabile, inaccessibile – se non al sommo sacerdote una volta l’anno -, accuratamente nascosto da un velo. Si dice che alla morte di Gesù quel velo si squarciasse, l’intoccabile e l’invisibile si potessero vedere, toccare. Che la paura fosse vinta, il vuoto colmato. Ripenso alle due parole bandite, e mi sembrano anch’esse, per un attimo, meno impronunciabili, meno sorpassate.