Archivi categoria: Critica letteraria

Monica Borettini su “Album feriale” di Maria Pia Quintavalla

Album feriale: OVVERO: dalla radice all’acqua e dall’acqua al cielo passando per il cuore.

Sofocle diceva che esiste una parola, una sola, capace di liberarci da tutto il peso ed il dolore della vita: questa parola come molti di voi sanno o immaginano è “amore”. Con Album feriale, Maria Pia Quintavalla, parte dal nucleo marmoreo di una sofferenza intima, localizzata nelle proprie radici, e analizza con lucidità, gli orizzonti degli insegnamenti ricevuti, gli atavici conflitti tra figli e genitori, e il desiderio di riaffermarsi quale entità femminile finalmente libera e nudata da inutili sovrastrutture e ci offre un saggio che incarna “l’amore” tramite un canto poetico e non privo di una certa accattivante e fascinosa melodia. Continua a leggere→

Liberare la poesia (seconda parte)

Riporto dall’inserto culturale “Domenica” de “Il sole 24 ore” (3 giugno 2007) la discussione successiva all’articolo di Alfonso Berardinelli Togliamo la poesia dal ghetto, pubblicato in precedenza nel nostro sito. Ringrazio Elena F. Ricciardi per aver copiato sia questo testo sia l’altro.

Caro Alfonso Belardinelli,
ho letto con entusiasmo il suo “Togliamo la poesia dal ghetto”. Colgo un solo “neo” nel testo, che può ridurre la comprensione delle questioni segnalate. Voglio schematizzare qualche esempio delle cause di disaffezione del pubblico e della “chiusura” dell’editoria maggiore.
1- Nella più favorita (da pole position) delle antologie di fine-secolo scorso, il “Meridiano” Mondadori Poeti del secondo novecento-1945/1995, uno dei due curatori ha antologizzato se stesso, inaugurando o rinvigorendo il malcostume del poeta-critico in plateale conflitto di interessi; ha poi incluso un autore di romanzi della medesima editrice ed altre sillogi mediocri; ha escluso dal volume Giacomo Noventa ( che pubblicò e fu conosciuto solo nel 1960).
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Isella legge Alborghetti

Gilberto Isella legge Fabiano Alborghetti
su Il Giornale del Popolo – quotidiano della Svizzera Italiana
Edizione del Sabato 26 maggio 2007

“L’opposta riva” del milanese Fabiano Alborghetti

Le acque calme della poesia rifugio di storie clandestine

Emarginati, fuggitivi, “sans papier”. Disperati che raggiungono clandestinamente le coste italiane in cerca di una vita. L’autore li ha incontrati e ha vissuto con loro per un lungo periodo: ne è nata un’opera poetica di grande intensità.

di Gilberto Isella

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Nico Orengo (di Giovanni Choukhadarian)

N. Orengo, Di viole e liquirizia, Torino, Einaudi, 2005, pagg. 155, € 15,50

Il nuovo romanzo di Nico Orengo inizia e finisce con due persone dialoganti. Non sono le stesse, ma introducono uno degli assi portanti della narrazione: la forma discorsiva, quanto dire l’incontro fra persone, vissuti, biografie. Basta voltar pagina perché la voce narrante – come sempre, un narratore eterodiegetico; ma con Orengo bisogna stare attenti alla facile o difficile narratologia – presenti il protagonista, che arriva carponi alla pensione-locanda Savona. Non è un precisamente un introibo solenne, ma è adatto al personaggio, il sommelier parigino Daniel Lorenzi, sceso in Italia, e nelle Langhe, per un corso di degustazione sui Grandi di Francia.

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Silenzi di pianura, parole di fiume. Umberto Bellintani

di Adelmina Albini

Come il personaggio che esce dallo schermo ne “La rosa purpurea del Cairo” per abbracciare la spettatrice in sala, innamorata di lui, così Umberto Bellintani mi è venuto incontro con un cappello di paglia logoro, calzato all’indietro e un volto che lascia poco all’intuito, uscendo da un film. “Affettuosa presenza” è una poesia in immagini di Franco Piavoli che ripercorre la corrispondenza – lunga quasi quanto la vita – di Umberto Bellintani con l’amico-poeta fiorentino Alessandro Parronchi.

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Cinque paragrafi su “enigma” – di Marco Giovenale

Cinque paragrafi su enigma – di Marco Giovenale

enigma

1.

Lo status di paradosso della parola poetica può consistere nella sua capacità di esibire la propria necessità di esistenza (certe frasi nascono ‘compiute’) senza che di questa si conoscano in anticipo delle regole (di formazione), delle ragioni. Tende a risalire alla propria fonte, in una sorta di non miracolosa né ineffabile ma certo inafferrabile autofondazione. Non verificabile però sempre verificata, accertata. Continua a leggere→

Liberare la poesia

Non so se si può riportare qui un articolo di giornale. Semmai avvertitemi, che lo ritiro.
Il pezzo è tratto da “Il Sole 24 ore” del 27 maggio 2007, inserto culturale “Domenica”, p.31.

Togliamo la poesia dal ghetto

Di Alfonso Berardinelli

Le antologie che cercano di raccogliere, selezionare e documentare la poesia contemporanea sono sempre più voluminose (quelle pubblicate l’anno scorso dall’editore Sassella a cura di Andrea Cortellessa , Paolo Zublena e altri arrivava a 1177 pagine per 64 poeti). Si moltiplicano i commenti, le introduzioni, le analisi. Ma chi conosce a memoria un paio di testi scritti dalle ultime generazioni di poeti? Si direbbe che quanto meno intensamente si legge poesia tanto più i critici e gli insegnanti si accaniscono a spiegarcela. Così a scuola la poesia comincia subito col sembrare materia per produrre interpretazioni.

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Lei è un altro

annovi terza persona cortese copertina

 Nel 1967 la chitarra di Lou Reed e il caustico violino di John Cale dettero vita a quel perturbante gioiello rock che è Venus in furs, inquietante riassunto psichedelico dell’omonimo romanzo di Leopold von Sacher-Masoch. Erano gli anni della Factory di Andy Warhol: mentre sull’assolata West Coast il flower power imponeva un rassicurante ottimismo, a New York la pop-artera pronta a smascherare con massicce dosi di iperrealismo il lato oscuro del sogno americano. “Kiss the boots of shiny shiny leather”, cantavano i Velvet Undergorund: il binomio piacere-dolore faceva così il suo magistrale ingresso nella cultura e nell’immaginario musical-popolare.

 

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Il ventennale della morte di Borges – di Sergio Garufi

Il ventennale della morte di Borges. Di Sergio Garufi.
Note e riflessioni sulla figura e l’opera di Jorge Luis Borges. # 2

babele

Pontiggia affermò (ne L’isola volante, Mondadori) che scrivere su Borges è come scrivere su la Gioconda. L’assimilazione lo ha reso rassicurante, familiare, innocuo. “Anziché riconoscerci nell’estraneo, l’estraneo diventa noi, ossia irriconoscibile”. E’ il destino di tutti i grandi scrittori del Novecento, come Kafka e Pirandello, quelli che si neutralizzano trasformandoli in un aggettivo. Continua a leggere→

Franco Fortini: “Uno dei grossi meriti dell’avanguardia…”

“Uno dei grossi meriti dell’avanguardia è stato quello di aver richiamato alla memoria, per chi se ne fosse dimenticato, il grande valore del montaggio, del collaggio, e quindi del falsetto: che è un valore essenziale. Me ne sono ricordato rileggendo L’usignolo della Chiesa Cattolica, ove ci sono le cose forse più belle di Pasolini, che sono fatte in gran parte di elementi di falsetto.” [Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto: interviste 1952-1994; a cura di Velio Abati. Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 84]

Adam Vaccaro, La piuma e l’artiglio (editoria & spettacolo, 2005)

 

di Tiziano Salari

La piuma e l’artiglio (editoria & spettacolo, 2005) di Adam Vaccaro racchiude quasi trenta anni di poesia (1978 – 2005), in una autoantologia in cui la disposizione dei testi non segue un ordine cronologico ma un filo ideale di corrispondenze ossimoriche tra la piuma che lievita e l’artiglio che lacera, le due immagini che condensano il senso della sua poesia. Quindi il soggetto poetico cerca di ricostituire, per così dire, il permanere di una soggettività (o di una visione del mondo o di un’idea) da sottrarre al trapassare dei tempi e da consegnarci come icona portata in salvo al di là di ogni devastazione. Continua a leggere→

Edoardo Sanguineti

da “Sanguineti’s song: conversazioni immorali”

Mi è capitato di scrivere che il mio stile è non avere stile.

La frase ha un doppio significato: uno estetico, l’altro mondano. Un uomo senza stile è un uomo che non usa un galateo, questo è uno dei sensi. L’altro è più forte e coinvolge la responsabilità dell’intellettuale.

C’è una mia poesia che amo molto e che dice: la mia virtù fu la spudoratezza, e si conclude con: la mia sola virtù fu il mio pudore. Due endecasillabi che dicono esattamente il contrario, ecco il mio non avere stile.

a cura di Antonio Gnoli, Feltrinelli, 2006, pp. 170-171

TRADOTTI DAL SILENZIO # 3 – Yves BONNEFOY

TRADOTTI DAL SILENZIO # 3 – Yves BONNEFOY

fenice

Douve – La voce dell’ombra tra fiamma e gelo

“Douve même morte
sera lumière encore n’étant rien.”

Se il compito della scrittura poetica è quello di “rovinare le sacre verità” (come afferma Harold Bloom) e poi esplorare il lampo del “mondo sprofondato nell’oscurità“, Douve (1) è la stessa oscurità in cui il mondo si immerge: un intero alfabeto condensato nell’ombra, completamente raccolto nel fuoco di una intuizione che non si fa parola se non per testimoniare l’irriducibile ineffabilità dell’atto: se il verso è un “ragionare poetico“, la sua esistenza si giustifica solo come un tentativo di descrivere una materia indicibile, un mondo senza orientamento, forse “un territorio dell’inconscio, nel quale la simmetria è totale, ma i cui valori sono rovesciati” (Matte Blanco). Continua a leggere→

Sternstunden – di Sergio Garufi

Sternstunden – di Sergio Garufi
Note e riflessioni sulla figura e l’opera di Jorge Luis Borges. # 1

domgalerie.

Sternstunden è una suggestiva espressione tedesca che significa, letteralmente, “le ore della stella”. In senso più estensivo, viene generalmente intesa come una sorta di epifania esistenziale, qualcosa che sta ad indicare un momento o un incontro che illuminano un destino. E’ un concetto molto romantico che trova però rarissimi riscontri nella quotidianità, e che viene difatti adoperato in letteratura come espediente retorico per riassumere una vita intera attraverso la narrazione di un singolo episodio; come capita in molti racconti e saggi di Borges (vedi Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, Emma Zunz e La forma della spada). Continua a leggere→

Orfismo incivile: su Trovatori di Gianni D’Elia

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Qualche critico letterario prima o poi dovrà accorgersi, ammettere e scrivere che non ci troviamo di fronte a un semplice libro di poesia. Questo è un libro di “teatro in versi” e più precisamente è un libro di “teatro di parola” in versi. Le origini sono chiare e basterebbe tornare sull’idea abbozzata del coro di voci in Bestia da stile di Pasolini per riconoscerne l’imprinting (si torni soprattutto sulla conclusione del II episodio). D’Elia naturalmente sviluppa questa intuizione-base
con la maestria formale del suo poema in fieri e con la forza delle eredità raccolte ed incarnate: Baudelaire, Leopardi, Dante, Penna, Saba, Caproni (si torni qui sul tema della “tradizione come eresia” in Gianluca Pulsoni, Scorie contemporanee, pp.30-34). Dove prima c’era un seme, adesso un albero. Continua a leggere→

Album Feriale

Sono davvero lieto di poter pubblicare su “La poesia e lo spirito” la splendida presentazione di Alberto Bertoni ad “Album feriale” di Maria Pia Quintavalla (ed. Archinto 2005), tenuta un anno fa a Bologna, alla libreria Feltrinelli. Da questo testo – che conserva la freschezza del parlato – emerge tutto lo spessore umano e artistico di uno dei poeti più interessanti del panorama italiano contemporaneo.
Un grazie particolare a Maria Pia per averci concesso questa esclusiva.

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IL REGIME DELLA VISIBILITA’ E LA “POESIA-PROBLEMA” – Parte II – di Giampiero MARANO

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IL REGIME DELLA VISIBILITA’ E LA “POESIA-PROBLEMA” – Parte II
di Giampiero MARANO

3. Marco Giovenale
Alla radice dell’esperienza poetica di Marco Giovenale non troviamo alcuna pienezza o ridondanza dell’io (il che non comporta la mancata assunzione di una responsabilità anche etica nei confronti del mondo) ma l’accertamento di lacune mai colmate, di un buio prenatale: «Mi è stata sottratta» si legge in una prosa di Il segno meno (1), «una primissima forma che non ricordo, o una serie di forme, non so definire, e subito dopo mia madre». Se la scaturigine e la natura stessa del Dichten viene esplicitamente riconosciuta dall’autore come una «voce che dice di mancare», si spiega allora perché la percezione delle cose che ne deriva risulti così frammentaria («il guasto intermittente dell’insegna / reality»), così pervasa dal senso di un irrimediabile «non ricostruirete», come avverte un testo della silloge Altre ombre (2). Continua a leggere→

Sesto Sebastian

Sesto Sebastian è pensato e scritto come un dinamico tableau vivant. E come un tableau vivant va letto, inscenato e interpretato. E’ una pantomima all’apparenza immobile, una serie di semoventi, acidi still frames che ricordano quelli incastonati da Pasolini ne La Ricotta, dove il colore sparato di fedeli repliche delle Deposizioni del Pontormo e del Rosso Fiorentino interrompe l’asciutto di un bianco e nero intenso e dilagante. Continua a leggere→