Archivi categoria: Poesia

Mario Luzi

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a cura di Elena F. Ricciardi

FIRENZE – La sua ultima poesia, battuta al computer da Caterina Trombetti,
sua assistente e amica, domenica sera, poche ore prima della morte. Gli
ultimi versi di Mario Luzi, grande poeta del Novecento. Eccoli.

Il termine, la vetta
di quella scoscesa serpentina
ecco, si approssimava,
ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento
i magri rimasugli
di una tappa pellegrina
su alla celestiale cima.

Poco sopra
alla vista
che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto…
immaginarlo
già era beatitudine
concessa
più che al suo desiderio al suo tormento.
Sì, l’immensità, la luce
ma quiete vera ci sarebbe stata?
Lì avrebbe la sua impresa
avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata…
Questo temeva, questo desiderava

(1 marzo 2005)

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Lucini a don Ciotti

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di Gianmario Lucini

Caro Fabrizio,
questa l’ho scritta per Luigi, ma penso che vada bene anche per te.
Don Luigi è un uomo eccezionale, umilissimo, umanissimo – e per questo “uomo di Dio”. Ha una memoria di ferro. Ci siamo visti in febbraio a Gioiosa e abbiamo preso un caffé insieme, con altra gente: 5 minuti, non di più. Poi l’ho rivisto a Cles, due settimane or sono. Arrivo mentre sta terminando il pranzo, con altri di Libera, Pax Christi, sindaci, politici, carabinieri, pacifisti, cooperative, associazioni.

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(in fila sul greto)

Nella cura di badanti ucraine il miele
di alveari nella fiumara chiusa –
la contrada seppe di copule, generazioni infami
di serpenti e di umani dal viso di cucùlo:
nel secco e nel rigagnolo geme
la fiera osservazione del ritorno.
L’asino austero riporta alla sorgente.

Gianmario Lucini, Dieci testi

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G, Mahler, Sinfonia n.1, Il Titano

Sto saldamente dove m’ergo eppure spargo

dita e braccia al cielo – e sono cielo

e vento e nube -. Il mare

nella bisaccia, una conchiglia per cappello

mi godo questa stretta vita,

camicia lisa che non mi veste e benedico

l’attimo presente che mi vede

gigante d’un passo varcare l’orizzonte,

sparire, lasciarmi il nulla alle spalle

– e una scia di colore.

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Onirico

L’arte alla sera rimescola le carte e il castello precipita sull’asse di picche.
La donna di cuori, cortigiana puttana, sceglie, a caso, nel mazzo il bacio della rana.

E la pioggia punteggia, puntiglia lo stagno addormentato.

Chè il vilipendio arpeggia nel vivere contenzioso.

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La penultima parola

Apparentemente senza grandi avvenimenti si svolge la vita del poeta espressionista August Stramm (*29.7.1874) che cadde nel 1915 in Russia, l’ultimo del battaglione da lui comandato.
Solo negli ultimi anni della sua vita, Stramm, che fu dirigente nel ministero delle poste a Berlino, trova il suo inconfondibile linguaggio, la cui radicalità lo distingue da altri poeti espressionisti della sua generazione, in fondo più tradizionalisti. Continua a leggere→

E tutti dicono

E tutti dicono
Poi tacciono
Infine si nascondono

E tutti pretendono

Poi chiedono
con le palme tese
al crocevia dello scontato

Infine una delle tante croci
suggella il fallimento
dell’illusione pagata con comodi ratei

Pochi parlano con occhi aperti
Pochi ascoltano

Pochi accettano
la mediocrità
che vuole assurgere ad archetipo
di ogni tempo

Pochi salutano
l’umile albergo
dei turisti
occasionali

A grande richiesta… / Dicono che posi

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di Lucio Angelini 

Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…

(Nella foto: l’Autore)

Luca Baldoni – Calde Latitudini

La scrittura di Luca Baldoni è un calzante esempio di work in progress applicato a un canzoniere contemporaneo. Esiste in un’assenza di progettualità strutturale eppure è ideologicamente ed e(ste)ticamente definita, riconoscibile. Sembra quasi che l’intento sia produrre un testo/testimonianza perennemente in fieri (avulso cioè da sistematizzazioni a posteriori). Si potrebbe parlare di rinnovamento o ripresa del diario lirico, di una scrittura per la memoria che si nutre di pop e tradizione per esplicitarsi. Ma così facendo correremo il rischio di non notarne gli aspetti più interessanti: il rigore di una mappatura precisa che ingloba illuminazioni mistico-civili (come in Apparizione di Gandhi a Roma), epigrammi di un’Antologia Palatina anglo-italiana, minimalismo “mediterraneo” e la ricerca di una coincidenza umana che superi (senza rimuoverle) le differenze culturali. [Marco Simonelli]

*
Roma 2004

La gatta grida nella notte

non so neanche se sia una gatta,
voglio dire una femmina

ma si lamenta come se avesse le doglie,
come se desse vita a un figlio senza
sonno straziandosi sotto stelle
bellissime e placate.

Così sorge il paesaggio
di quest’anno fuori tempo.

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Cinque poesie di Rossano Astremo

Scava con le dita, con le unghie,
posa falangi nel tuo cranio,
cerca i pori, sfangali, distruggili,
a te la magia del sesso
che trasforma la carne in luce.
Dopo nulla. Parentesi. Il sacro.
Muovi le gambe, salta, rovente,
caldo bagno è la tua pelle,
scalcia, toccati, amati,
a te la testa esplosa di immagini
che sogna da sveglia. Trema.
Dopo il nulla: suona il silenzio.
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Lettera ai cristiani di un anarchico francese

[E così ho deciso di esordire su La poesia e lo spirito trascrivendo l’unica poesia presente ne La falsa parola e scritti scelti di Armand Robin, Edizioni l’Affranchi, 1995. Il volume è composto da un saggio e, in un certo senso, da lettere “indesiderabili”. In questo libro, Robin svela il meccanismo di falsificazione del linguaggio, in modo particolare l’utilizzo della menzogna da parte dei mezzi di comunicazione. “Si sono dimenticati- insiste l’autore- che la parola serve a dire il vero”. f.s.]

Lettera ai cristiani

di Armand Robin

Voi andate a spasso la domenica
al braccio delle vostre donne,
Gli fate fare
il giro del vostro regno terrestre
Che è fatto di CONSENSO.
Per piacere al CONSENSO
Voi mettete sulle vostre donne oro,
diamanti e perfino croci
Rubati,

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Tradotti dal silenzio # 4 – Wallace STEVENS (parte prima)

Wallace Stevens
(1879 – 1955)

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Il critico più severo ed ostile di Wallace Stevens, Yvor Winters, che ha espresso un’opinione quasi totalmente sfavorevole dell’opera di quell’autore (con la parziale eccezione di Harmonium), è stato pur costretto a riconoscere in lui “il massimo poeta della sua generazione”, ed a vedere in Mattino Domenicale “ la più bella poesia americana del secolo XX”. Continua a leggere→