Archivi categoria: Poesia

Tradotti dal silenzio # 4 – Wallace STEVENS (parte prima)

Wallace Stevens
(1879 – 1955)

broken wings

Il critico più severo ed ostile di Wallace Stevens, Yvor Winters, che ha espresso un’opinione quasi totalmente sfavorevole dell’opera di quell’autore (con la parziale eccezione di Harmonium), è stato pur costretto a riconoscere in lui “il massimo poeta della sua generazione”, ed a vedere in Mattino Domenicale “ la più bella poesia americana del secolo XX”. Continua a leggere→

Da: Marzo aprile maggio quasi fine giugno – di Victor Cavallo

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Roma Piazza Vittorio 1999

MARZO 1999

Isole Tremiti. Una febbretta dentro il nuovo sole – una malcerta ferrovia

di campagna. un tram storto dietro i portici. un cuore che guarda sempre

vecchi film.

I fantasmi sono i primi a gioire della ventura primavera

dell’erba che spacca i sanpietrini respirare mostri col cuore ingordo di dolcezza. Continua a leggere→

Di come mi comprasti i Canti Orfici su Ebay

 

Chi era Campana te lo dissi proprio io durante uno dei molteplici miei trip
sulla poesia italiana del nostro Novecento: la notte –  un divenire, e frasi e suoni e sogni
e Boboli, il giardino, l’invetriata e la Chimera e tu che ascolti e poi sicuramente pensi
che scrivere significhi davvero sofferenza d’una mente che non si rassegna al buio.
Un pazzo, certamente: una ricetrasmittente con l’onde del cervello forza nove
e sinapsi come cavi di rete collegati per navigare ovunque, diretti al nuovo mondo.
Controlli quest’asta che nessuno assiste con palette: chi offre di più, di sé darà con più fatica.
Hai comprato, per ora, un numero infinito di fumetti Micky Mouse degli anni 30,
ma continuo ad insistere imperterrito che un verso richiede molta più fatica
di mille pennarelli made in china che passano notturni e senza schizzi
intorno alla nuvola pensante, le mille bolle blu d’una vignetta.
Ma ecco che poco dopo t’incupisci e non sai se poi ti piaccia veramente
se capisci esattamente il suo significato: è questo dirsi al buio a spaventarti
queste puttane di bordello pre-Merlin che si trasformano
da luride baldracche un po’ pelose in ancelle di farfalle complanari
questi mari nauseanti da navigare veloce per tornare, ma non qui
non esattamente al posto di partenza, di qualche fotogramma miglioràti
laddove al rallentatore memoriale molto meglio ogni sogno si ravvisa.
Ti dissi crudelmente che il feticcio oggetto non m’interessava più
che il pensiero, possederlo, era l’ impossibile – e comunque l’edizione di Marradi
ce l’aveva Montale che la perse proprio qui a Firenze durante l’alluvione.
Un coglione, certamente. Ridi, pensando a tale spreco, e tu che risparmioso e maniacale
concepisci il materiale come base d’appoggio e di finanza
riempi la stanza di pensieri tondi fatti quasi sghignazzando, da non dire.
Ti lascio fare finchè poi non decidi che tentare in fin dei conti costa niente
e dalla ricerca globale mondiale di server con la connessione ai venditori
il morto orale rispunta come intatto, autografato e fotografato
un corpo d’obitorio dal lago rinvenuto con novant’anni di ritardo
conservato tuttavia da mani molto esperte, faraone da Marradi
stretto fra le bende d’una angusta psichiatria. E tu rilanci.
Quali ganci trattengono alla terra la fibra ottica del mouse
che tu guidi schiacciando uno dopo l’altro tutti i tasti
che pesti invio durante il conto alla rovescia, che io
non so capirne il peso e dargli senso: penso al compulsivo
correggere di bozze da Ravagli, alla tastiera che perpendicolare tieni
rispetto a quello schermo al plasma che tu sei lì ed offri ancora
con un’ansia di possesso di chi  più spende più guadagna.
La montagna. Le immagini del viaggio superato. Hai sparato
un prezzo ragionevole, in fin dei conti non l’hai pagato tanto.
Questo è quanto: mi dici che sarà la mia pensione di quando
squattrinato, avrò il catetere invocando la Bacchelli
e i versi più belli saranno quelli che non t’ho scritto mai
E lo sai, è un compleanno, o qualche altro anniversario.
Così me lo donasti in una scatola marrone coi limoni disegnati
(in barba a Montale, dicesti, lui li ha persi, ma tu vedi di conservarli bene)
avevi il viso di Lopachin del Giardino dei Ciliegi
il sorriso di Prometeo che regala il fuoco al mondo.
Allora non è vero che questa poesia non la capisci
chè la grazia del dono di dare di gran lunga supera il mio dire
e se adesso non trovo un regalo più decente d’un’opera d’inchiostro
stampato laser sopra un foglio d’una risma presa al supermercato
è perchè il maledetto pazzo fosti tu, chè proprio non capisci il gran perchè
ogni tanto vado a capo e cambio il rigo, tu, che le parole migliori
le scrivi accuratamente, di seguito, l’un l’altra, e scendi solamente quando
il margine destro non concede ulteriore spazio all’arabesco.

Pubblico questo testo il giorno del mio 28esimo compleanno (così potete farmi anche gli auguri) per ragioni meramente sentimentali. L’edizione a cui si fa riferimento è quella di Marradi del 1914, trovata dal mio fidanzato spippolando sul sito www.ebay.com tre anni fa e poi regalatami quale auspicio e/o fondo pensione.

Alfabeti, E come Estate

Luce tu

Luce verticale,
luce tu;
alta luce tu,
luce oro;
luce vibrante,
luce tu.

E io la nera, cieca, sorda, muta ombra orizzontale.
(Juan Ramon Jiménez) Continua a leggere→

Un inedito di Luigi Di Ruscio

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la profanazione delle tombe ebraiche
è molto peggio profanare i vivi
è strano a dirsi perfino i palestini
sono ad immagine d’iddio
e sparare su di loro significa
sparare sull’immagine di Dio
il certo che mai le lapidi
verranno profanate ma solo imbrattate
anche se fosse la lapide
dove è ricordato il ritrovamento
del cadavere di Moro
non imbrattate le lapidi
e non profanate ammazzando i vivi

18 luglio 2007

Man of the house

Bob Hicok (USA,1960)

Man of the house 

It was a misunderstanding.
I got into bed, made love
with the woman I found there,
called her honey, mowed the lawn,
had three children, painted
the house twice, fixed the furnace,
overcame an addiction to blue pills,
read Spinoza every night
without once meeting his God,
buried one child, ate my share
of Jell-o and meatloaf,
went away for nine hours a day
and came home hoarding my silence,
built a ferris wheel in my mind,
bolt by bolt, then broke it
just as it spun me to the top.
Turns out I live next door.

Uomo della casa

Fu un equivoco.
Andai a letto, feci l’amore
con la donna che là trovai,
la chiamai tesoro, tagliai l’erba,
ebbi tre figli, imbiancai
la casa due volte, riparai la caldaia,
superai una dipendenza di pillole blu,
lessi Spinosa ogni sera
senza incontrare una volta il suo dio,
seppellii un figlio, mangiai la mia parte
di budino e polpette,
uscii di casa per nove ore al giorno
e ritornai raccogliendo il mio silenzio,
costruii in mente una ruota panoramica,
bullone per bullone, poi la distrussi
appena mi portò in cima.
Proprio così, sono l’uomo della porta accanto. 

( traduzione di Stefanie Golisch)

Asilo di mendicità – Simone Giorgino

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Simone Giorgino
asilo di mendicità
BESA Editrice

***
L’incerto riparo del verso
di Luciano Pagano

La parola è qualcosa che Giorgino percorre con l’assiduità dell’artigiano, ogni sua poesia è un testo che emerge come sedimento di tutte le possibili variazioni di suono e di senso nel quale trovano confluenza diverse correnti, da quella stilnovistica a quella più legata alla sperimentazione della nuovissima poesia italiana, per lasciarsi attraversare dal passato recente dei grandi scrittori europei che non sono mai dimentichi a loro volta né di Villon né dei lirici greci.
Una poesia che senza farsi moraleggiante riesce a comunicare uno scenario completo, un’ipotesi di vita dalla quale evincere una morale ferma, il pensiero poetico di una realtà trascesa che ha il coraggio continuo di mescolarsi al vissuto.
Da un bar, Scir Ascirim, Rime di guerra, attorno a questi nuclei tematici, che sono anche nuclei temporali, si sviluppano i temi della raccolta e trovano posto le poesie composte negli ultimi anni da Simone Giorgino.
Una poesia che si mescola al sangue e alla terra, senza lusinghe, fingimenti, in cui si può individuare il pattern ctonio di una nuova stirpe, dentro una lingua che ha saputo fare tesoro della lezione dei grandi senza restarne schiacciata, ammutolita.
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CANTO DI MORTE DI UN CONTADINELLO DEI BALCANI

Il giogo proveniente dalla sera
che tiene uniti i buoi pellegrinanti
su e giù dal campo bruno, alla maniera
di una chiavarda, di un lucchetto enorme
sopra l’osso del collo: si vedeva
che proiettava delle oscure forme
di serratura sopra l’erba, a fianco
del coltivato, con il legno a schermo
dei raggi lunghi di quel sole stanco
filtrato in mezzo al ferro e alle colonne
vertebrali, coperte in carne e pelo
e corna e vita di quegli animali.
Poveri buoi, tiravano le cinghie
dell’aratro pesante, sulla testa
gli scendeva la sera. Mi moriva
tutto anche a me che li vedevo appena,
mi cadeva del sangue dalle unghie,
avevo quindici anni sulle mine,
le bestie mi sembravano sorelle.

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“Poetiche della precarietà”.In uscita il nuovo numero di Re:.

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E’ finalmente uscito, per la casa editrice ZONA, il terzo numero di Re: (viste sulla letteratura e le arti) dal titolo “Poetiche della precarietà”, un numero che affronta da più punti di vista il tema tanto dibattuto della precarietà, dalla forma-saggio sul precariato sociale e lavorativo ai testi di stile “precario” proposti da una nuova ondata che nasce dal web e dalla performatività delle arti. Continua a leggere→

L’amante

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I

Nell’alto cielo ai limiti di sera
l’inerzia che ogni giorno lo consuma
si fa corposa.
L’alta mancanza, spaziale frutto
già consumato ai limiti del giorno
non lo riposa.
Brevi e silenti sono andati gli anni. Continua a leggere→

I crepuscolari #1

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GUIDO GOZZANO

Totò Merùmeni

I.

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…
Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.
Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un’automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.
S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente
la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.
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Tre poesie di Pamela Canali

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SULLA VIA DEL SACRO

Indossiamo ogni giorno i piaceri della Terra
noi che abbiamo visto i giorni della fortuna
senza confini, abbiamo navigato a diverse profondità
ad alta quota, fantasia al lavoro sulla via del sacro
nuova intelligenza alle frontiere dell’anima
Preserviamo la specie nel mondo dei dinosauri
nani e giganti fuori della riserva
per altri mille anni. Proviamo a curare la guerra
La coscienza  si espande, radice di ogni futuro
Con un collegamento rapido tocchiamo la perfezione
Proviamo a curare l’istinto naturale, difficile da spezzare
a ritmo di danza
Proviamo a curare il sole con regali e sorprese
e un’oncia di puro argento
La grande festa a misura dei nostri desideri
non è frutto del caso, è il controllo assoluto
del tempo, per tutte le tasche

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concerto in minuscolo punteggiato

solfeggio. 4/4.

do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l’amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un’azione conclamata.
“so what”. così è.

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Cintura

Quando ti infili la cintura
sembra di ricomporre i pezzi,
(ancora sopiti) chè il sopra e sotto
appaiono avvitati per incanto,
sino a sera,
quando un letto
ti riporta allo spoglio del puzzle,
già sporcato dall’ovvietà delle cose
e quella cintura
ci libera dalla consuetudine
confusa della follia.