Archivi categoria: Poesia

Salvatore Ritrovato

Via dall’infanzia

«Réponds “absent” toi-même, sinon tu risques de ne pas être compris.» (René Char, Feuillets d’Hypnos, 151)

I

A Enrico

Non amo le città, i quartieri futuri
illuminati dai lampioni.
Meglio una luce di traverso
appesa sullo scoglio,
meglio il trabucco che lievita sul mare
acceso dal tramonto
la bora che lo scuote.

Meglio la via che si arrampica
nella foresta tra carrubi e pini
ai faggi depressi dove sparisce il sole
invisibile scroscia tra le foglie
le radure di more nere come la terra
sotto le pietre.

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“Una vita da mediano” – di Marina Pizzi

76.
“Una vita da mediano”
piccoli capolavori di altra letteratura alfa
quella delle scarpe che ti fanno male
anche se di marca
il pilastro indispensabile
mai riconosciuto da nessuno
o, almeno, solo dal poeta di turno
sapiente a rendere giustizia
senza giustiziare proprio nessuno!
77.
(da Rughe d’inserviente, 2007-)

Speranza o certezza?

Il 7.6.1843 morì a Tubinga Friedrich Hölderlin dopo aver condotto gli ultimi 30 anni della sua vita sotto tutela. Hölderlin era folle come si diceva allora, schizofrenico come si direbbe oggi. Per la letteratura tedesca rappresenta il prototipo del genio fuori da ogni schema, contrapposto a quello contenuto di Goethe.
Goethe sapeva fare – e vivere, Hölderlin no. Goethe è diventato il simbolo della cultura tedesca, Hölderlin è rimasto al margine .
La storia della letteratura insegna che solo in rari casi i poeti riescono a superare i confini nazionali; di conseguenza il dialogo interculturale in questo campo spesso rimane molto superficiale: manca semplicemente un canone di conoscenze letterarie comuni: il tuo Leopardi è il mio Hölderlin – e siccome uno non conosce l’altro
(se non per aver sentito parlare…) il confronto muore prima ancora di nascere.
Il fattore più importante in questo dilemma è sicuramente la traduzione.

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La soglia

Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno
alla porta di casa (welcome).
La croce appesa al collo
come dono non colto
o ricordo di un tradimento.

Mi cercasti madre più di una volta
ma i miei entusiasmi sopiti dal giorno
non poterono seguirti altrove
dove volevi.

Resta questa stanza
disseminata dalle scorie
di una fallita redenzione.
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Osip (a cura di Elio Grasso)

Osip

Di questo corpo che m’è dato, che ne farò?
Che ne farò di questo dono unico e intimo?

Ditemi chi debbo ringraziare? A chi
esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?

Sono un giardiniere e anche un fiore,
in questo mondo-prigione non son solo,

sui vetri dell’eternità
già si è posato il mio caldo respiro.

Suggello di me,
sarà come un ricamo inconosciuto.

Trascorra il sedimento dell’istante –
il caro segno non si cancellerà.

(1909)

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Quattro di Adriano Guerrini

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Riapro l’ Età di ferro, uno Specchio di Mondadori del 1979 che mi è stato carissimo. Ho sempre amato Adriano Guerrini, una grande anima.

PADRE

Il denaro, il fumo, gli amici:
non altro amavi, non la casa.
« Ma io ho sempre lavorato! »,
rispondesti al frate indiscreto. Continua a leggere→

DE AMORE. Parte II – di Massimo Sannelli

DE AMORE

amore e psiche

Parte II

1
Gesù è nato. Ti sei chiesto se ti impediscono di essere felice. Intanto la gioia è diventata grande, in un certo senso. Pensa: alla cooperazione di queste prove, che sono contemporanee, e tutto lo è; allora hai sentito che la voce si dilatava, e una cosa ancora più grande: non hai bisogno né di frenesia né di disperazione: sono troppo visibili, deformano troppo i tratti; quindi non sei più disperato, e lo eri; tu non vivi più per te, da anni. L’hai mai fatto? A te basterà il calore compatto, come una carne su un’altra. E non finirai di adorarlo. Dunque ami e sei amato, come mai prima. Continua a leggere→

Nicola Ponzio – Sei inediti

Esiti, – dove si ostinano parole
e resistenza.
Rotoli in preda al silicio,
tra segni elettronici persi
nel vuoto del web.

Ora insisti
sui versi, – ti avviti
sugli input, desisti…
Se nel monitor vibrano impulsi vitali
o già morti, – dati al ritmo di bit

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Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Cesar Vallejo (1892-1938)

“O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!”

O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!
Tardi quando l’aurora della sera
fiammeggiò feralmente in cinque spiriti.
Vedovanza senza pane né untume, che termina in orrendi metalloidi
ed in cellule orali si conclude.

Oh, sempre, mai imbattersi nel mai di tanto sempre!
O miei buoni amici, esca crudele,
parziale, penetetrante al nostro mutilo,
capriccioso, volatile sconforto!

Sublime, bassa perfezione del porco,
palpa la mia generale malinconia!
Suola sonante in sogno,
suola
rozza, inferiore, venduta, ladra, lecita,
scende e palpa ciò che eran le mie idee!

Tu e lui e loro e tutti,
nondimeno,
entrarono in mazzo nella mia camicia,
sulle spalle legno, tra i femori stecchini;
tu particolarmente
che mi hai influenzato;
lui, futile, sanguigno, con denaro,
e loro, fuchi dall’ala d’altro peso.

O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!

(da “Poemas umanos”, traduzione di Roberto Paoli,
ne “Tutte le poesie – vol.II” – Edizioni Accademia, MI, 1976))

Mia figlia Vera con l’abito nuovo

Sebastiano Addamo

Mia figlia Vera con l’abito nuovo

E’ bello. La tua vanità è aquila
rosa mentre volteggi la gonna
non so come si chiama, ma è
ruota azzurra code di pavone
goccioli di cristallo entro la
tua nuvola felice.

Ti guardo soltanto con la tua
gioia momentanea procedere
sulle svelte chiare rotaie del
giorno assoluto;
ti guardo.

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Umberto Saba – 2 giugno

Mi piace ricordare il 2 giugno con questa poesia di Umberto Saba.

Teatro degli Artigianelli

Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: “E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro”.
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.