Quando vieni
lo fai al mattino
con l’oro in bocca
come gli amanti
nella penombra di un imbrunire
Quando vieni
fallo per me
una forma paradossale d’amore
Quando vieni
lo fai al mattino
con l’oro in bocca
come gli amanti
nella penombra di un imbrunire
Quando vieni
fallo per me
una forma paradossale d’amore
*
L’hidalgo è stanco.
Il suo orizzonte è senza fondali,
se pure non erano parvenze quelle architetture,
e il copione già di per sé imprevedibile
non serve al suo futuro di trovarobe. Continua a leggere
*
Ho perso oggi l’unica cugina
che assomigliava a mia madre.
La rivedrò addormendomi,
quando Lui mi verrà incontro e sorriderà.
Ora penso solo che è andata,
lieve come la terra quando evapora
dentro la luce buona.
*
Sto ai piedi della croce, mi aveva detto
giusto due giorni fa. Non si pensava
che tutto precipitasse così in fretta.
Ma non sappiamo né il giorno né l’ora.
Solo conosco la Sua misericordia,
la Sua infinita tenerezza, l’abbraccio
che riserva a chi è Suo.
*
Andarsene a passi lenti, misurando
la fretta come in un bacio.
*
Ci guarda dall’alto in basso
ma non è mica arrogante.
Chiunque a quell’altezza
avrebbe l’aria un po’ distante.
IN LODE DELLA GIRELLA
Lo strato marrone del cioccolato
artificialmente sintetizzato
s’attorciglia a spirale Pan di Spagna.
Non so se il gusto ci guadagna,
non conosco l’identità della sorpresa.
Quando fai la spesa la confezione è chiusa.
E’ una magna infanzia del soggetto
l’arrotolarsi al cuore del sapore,
concepire le ore come un’ansia
che tutto ti distacca dal perfetto.
Un simile prodotto di mercato
mi gira dentro al petto, nel costato.
Non l’ho desiderato il nocciolato
che cosparso di me sempre m’ammanta.
Sono stato confezionato
durante gli anni Ottanta.
(a Mario Luzi, in memoria)
In pubblico, negli ultimi tempi, leggevi
da fogli ampi quasi come lenzuola
mi è stato detto, ho constatato. Problemi
di vista, probabilmente, ma dalla mente
fra una frase e l’altra, fra una parola
e un inchino delle palpebre, restava
sospeso un silenzio primordiale, puro
come quello della tua arte, degli uccelli
Inventario poetico del nostro tempo
di Nicola Vacca
“Ora sono seduta e aspetto che venga/la voce a parlarmi a suggerirmi la soluzione/dell’enigma lo scioglimento/difficile se non si trova un capo/ma posso usare le mie parole/e contorcerle a piacimento”. Inizia così il viaggio poetico di Antonella Pizzo nella materia e nell’antimateria del vivente. La poetessa siciliana in Catasto e altra specie(Fara editore, pagine 60. ) decide di inventariare la propria esistenza, catalogandone passato, presente, futuro, affetti e stati d’animo.
Il risultato è un affascinante minimalismo interiore che scava dentro le cose ordinarie di un quotidiano. La Pizzo con grande pazienza cataloga il tempo presente, prestando attenzione all’invenzione che scaturisce dai suoi attimi, piuttosto che alla descrizione dei momenti vissuti. Il minimalismo che troviamo nella sua poesia lascia spazio ad una fertile immaginazione. Alla poetessa non interessa la realtà, ma le sue percezioni. Continua a leggere
di Pasquale Giannino

Salomè di Franz von Stuck
In quella bolgia di ritmi assordanti e rumori convulsi, i nostri occhi si sono scontrati per pochi attimi eterni di selvaggia seduzione. Ci siamo estraniati dalla moltitudine di pazzi, così, senza parlare. Ci siamo appartati… e hai raccolto il mio calore. Poi ho chiesto il mio whisky, e ti cercavo tra i ruggiti malinconici di quella giungla metropolitana. Ti ho vista dimenarti come una Salomè, in mezzo alla rissosa torma di indemoniati. E io guardavo al mio bicchiere, pensando di esorcizzare quel senso di solitudine che mi squarciava il cuore.
Pranziamo alla nostra ora,
il caffè di corsa perché è tardi
si sa che gli appuntamenti non aspettano
e se arrivi secondo hai da perderci,
solo un attimo sulla poltrona
su quei cuscini a tue sembianze,
cinque minuti dici al massimo,
sorseggiando dalla tazzina bollente ancora;
io so come andrà a finire
questa scena vista dal principio,
la mano parte a reggere la fronte
il capo lentamente appassire
infine le palpebre distendersi,
ecco, il torpore ti ha vinto
e non ricordo che abbia perso mai,
perché tu sei rimasto quello che eri,
un bambino amante del suo riposo.
(mio Padre) Continua a leggere
a Fabrizio
II
Eppure ogni anno voi tornate,
Santi, pel cuore che vi sa distinguere
contro lo sfondo delle vite che cadono
come questa pioggia dirotta, rovesciandosi
sulla terra che avida la beve,
diluvio dall’inizio del mondo alla sua fine,
attraversando oblique il cielo, linea
incolore di lacrime
fino all’erba del loro riposo.
In questo giorno che pei vivi è solo
la vigilia del giorno successivo
(la pietà della carne, la pietà della polvere
e i crisantemi in attesa
d’essere collocati sulle tombe)
voi tornate col vostro passo certo
e luminoso di pianeti
a rischiarar la pioggia delle nostre
esistenze che cadono
dentro la pietà ma fuori della gloria.
Continua a leggere
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IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta
(Da Hairesis, 2004 – 2005)
*
Dalla dimora del tempo sospeso. Lettera al figlio
1. Dalla dimora del tempo sospeso
all’estremità delle pupille
dove la stanza sfuma in una mobile nebbia senza fondo
un bambino scruta pensieroso il velo d’ombre
che ricompone il mio volto
in lineamenti febbrili di spina –
sento i suoi occhi ricucire squarci d’orizzonte
e la mia voce che sussurra flebili accenti di saluto
ritornare al suo stupore senza pianto
come una cadenza di gemiti, un groviglio di suoni
che impietosi si arenano nel guado
della sua età breve di giorni – Continua a leggere
di Fabrizio Centofanti
la polvere e i colpi, michelino.
il padre, ancora, davanti a quella porta lo strisciare
dei serpenti, il terrore di un gruppo di bambini
tra cui io, nel bosco,
l’uscita con riflesso di un paterno
sorriso, ed il silenzio:
ginocchioni spingevo le biglie dei ciclisti
e il disco luglio, col bene che ti voglio
nell’acre odore della stanza buona
cassetti lignei di arcane cioccolate,
Manzetti e il vialetto di Pasteur
i sogni di bambino.
il nulla, ancora,
l’alba: a capo chino.
Poesie di Bartolo Cattafi scelte da Luca Ariano & Franz Krauspenhaar
Me ne vado
Un bel giorno me ne vado
sono stanco e stufo
lascio le stanze
i gradini della scala
briciole e cenere
e tutto il resto avanzato
in pacchi e pacchetti
che qualcun altro aprirà.
Sull’uscio una luce
rade il cielo
lo fa calvo concavo orrendo
mi chiudo nel guscio delle palpebre
cammino e incespico
in un pacco in un braccio teso
in un lamento che dice
Non pestarmi col piede
dammi la mano.
(da La discesa al trono) Continua a leggere
Cicala là (…) là (…) lucciola
qua la bandiera da onorare in inno,
il tuo ragazzino ti è spirato in tonfo
per canzonatura
di bulli birilli miliziani
con trappole d’ipnosi: il branco al banco.
Matteo nel labirinto del tuo bisbiglio
mantieni là, tua, gentilezza funambolica
spirito per il fuoco di questo cuoco
scempio, Matteo in testa alle grandini
di numeri nudi, indivisibile Angelo
contro toppe contro zeppe e di pena
ogni reo avvenire.
(a Matteo, alla Famiglia di Matteo)
Non chiedetemi se credo.
Per l’amore che porto alla parola
e al mistero non rispondo.
Domandatemi se immagino
Cristo in croce e cosa provo,
se comprendo il dolore della madre
e dei suoi cari mentre muore
e geme invocando il padre.
Ci fossi stato anch’io il giorno
in cui è risorto per abbracciarlo:
magari da lontano, indegno;
e tra coloro a cui riapparve
presso il mare di Tiberiade
all’alba, leggero sulle acque.
Chiedetemi se lo penso vivo
ancora, in nuovi volti e in nuovi gesti
(in)sofferente o imprevedibile
sgattaiolato fuori dai vangeli
e dalle chiese, tra la gente.
gn (inedito)
Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura Continua a leggere
La baracca ha fatto crac
rimasta incendiata
ed è meglio cominciare
la nuova giornata in una capanna
e non più attaccato alla vetrata
con il naso a una spanna
a gonfiare le idee e i trascorsi.
L’eternità del grembo stropiccia la posa oscena.
L’ascesa è mancata, l’amore ha il cancro.
La carogna annusa il feto
nel costato intriso
prematuramente orfano.
Elemosinata, scardina la fronte del proibito vacillo
nel corridoio, il lucernario è fievole fulgore. Continua a leggere