In televisione c’è un film con Gene Hackman. Fuori piove, non ho certezze per la settimana che viene, tutto fuori dalla finestra sembra nero e senza contorni. Apro una birra, prendo un pacchetto di pistacchi e mi butto sul letto.
Gene Hackman fa l’avvocato, ha uno studio stupendo al centro di New York, ha un manipolo di segretarie, ha una bella moglie, ha un’amante bellissima, ha un rivale che riesce a mettere all’angolo, ha una serie di persone che riesce a mettere all’angolo.
Mette tutti all’angolo Gene Hackman in questo film. Anche io sono buttato sul letto e pendo dalle sue labbra, dalle sue occhiate, dal suo camminare maestoso nello studio di avvocati. Falcate veloci, sorrisi sfuggenti, bicchieri di whisky bevuti a metà, rapidità di linguaggio. Tutti all’angolo.
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Niente in tasca – di Giacomo BURATTI

Ciao mi chiamo Giacomo ho vent’anni studio all’università il mio segno zodiacale è il toro ieri sono andato a vedere High School Musical 3.
Ci sono andato perché mia sorella (che si chiama M. ha dieci anni l’ultimo alle elementari leone) mi ha chiesto se ce la portavo ché lei è una fan degli High School Musicals li ha visti tutti tante volte e le piace un po’ Zac Efron (ventuno anni la star di queste robe bilancia). Me lo ha chiesto una settimana prima se ce la portavo, al cinema, e io le ho detto sì e pensavo no, tanto si dimentica oppure si organizza con qualche altra amica. E invece niente. Il giorno è arrivato. Ce la dovevo portare per forza, glielo avevo promesso. Con noi c’è anche F. – sei anni prima elementare toro come me – è nostra cugina e viene con noi. L’altro giorno le sono entrati i ladri in casa sono entrati sfondando proprio la finestra della sua stanza sono passati coi piedi inzaccherati sopra il suo lettino. Si deve svagare, viene al cinema. Continua a leggere
TI SPIEGO A COSA SERVO
Lo leggo nei tuoi occhi, lo sconcerto. Lo so, capita a chi mi vede per la prima volta, e anche se tu ormai mi vedi da un po’, ancora ti meravigli. E dopo la sorpresa leggo anche la pietà nei tuoi occhi, come in quelli di tutti coloro che m’incontrano. Non si può non restare sconcertati di fronte a un corpo che non sembra più un corpo vivo, ma un involucro impedito, duro e fragile come il legno. Non si può non provare pietà per una povera vecchia paralizzata quasi completamente, incapace di parlare, di ridere, di piangere, di mangiare.
Lo so cosa hai pensato quando mi hai vista per la prima volta, qui in ospedale. Ti sei chiesta certamente perché, quando ormai ero già morta, non mi hanno lasciata andare. Perché quel medico ha usato il defibrillatore sul mio corpo inutile, per riattivare un cuore che aveva deciso di arrendersi definitivamente. Me lo sono chiesto anch’io. Continua a leggere
Il fasciocomunista
di Pasquale Giannino
“Pasquale, guarda che figata quei jeans!” mi fa Marco. “Me li voglio comprare. Che fai, vieni anche tu?” Provo ad entrare nel negozio: c’è una musica che mi spacca i timpani, mi sembra di impazzire. Il mio amico va da una commessa, le indica il modello… io mi affretto verso l’uscita. Corso Buenos Aires è gremito, come ogni sabato a quest’ora: sciami di sbarbatelli che indossano tutti la stessa divisa: quei pantaloni dalla vita ultrabassa che vanno tanto di moda, quelli che lasciano le chiappe di fuori (non ricordo quale dei loro idoli stramilionari sia stato a lanciarli); fiumane di adulti alienati nei loro comodi abiti borghesi; frotte di giovani dai vestiti sobri e la pelle scura, lo sguardo velato di malinconia. Sono le diciotto e si sta levando una lieve brezza, la mia giacca di pelle nera è troppo leggera: tiro su lo zip e sollevo il bavero. Una donna sui quarant’anni mi punta gli occhi addosso, poi dice al compagno: “Hai visto quel ragazzo? Deve essere un fascista”. Continua a leggere
Alessandra Paganardi, Capelli d’angelo

Il turno di notte è sempre stato il mio preferito. Soprattutto d’inverno, quando il vapore di condensa sopra le risaie le fa sembrare piccole insospettabili fabbriche di vita, come fossero stagni, o alveari visti da lontano. Mi ricordano le ghiacciaie cariche di gelati, alte e massicce, di quando ero bambina: si aprivano dall’alto e sprigionavano nebbia fresca e buona, che già da lontano profumava di vaniglia e cioccolato e ci diceva di correre al bancone del bar, di afferrarla sopra un cono variopinto, di morderla finalmente dal vero. Continua a leggere
Un’offesa alla vita
di Carlo Cannella
Quando mi chiedono perché ho sposato Anna, rispondo “per pietà”. Oppure “per avere una buona opinione di me”. Dipende dall’umore del momento. Il fatto è che lei ha un aspetto volgare privo di qualsiasi attrattiva. Inoltre hanno dovuto amputarle una gamba, e questo genera negli altri dapprima una curiosità istintiva, poi un senso di fastidio, infine la paura di contrarre la malattia più intollerabile di tutte: l’infelicità. Ma non è questo il punto. Da quando la conosco, Anna è sempre stata infastidita da una vocina interiore che lei chiama “il mostro”. Se le chiedi quando ha sentito “il mostro” per la prima volta non sa risponderti con precisione. “Da bambina” dice. Le sue parole invece le ricorda bene, perché non è mai stato ricco di fantasia, il mostro, e nemmeno dotato di estrema eleganza nei discorsi. No. Le ripete sempre le stesse cose: “c’è qualcosa di sbagliato in te, sei malriuscita”, questo le dice. Il risultato è un senso di spossatezza che la consuma giorno dopo giorno, come legno sulla fiamma. Continua a leggere
1799 – di Antonio SCAVONE

(Giuseppe Boschetto, La Pimentel condotta al patibolo, 1869)
Antonio Scavone – 1799
(Tratto da Albo Noir, Napoli, Lo Stagno Incantato, 1999)
“A cagione de’ tumultuosi disordini consumati nelle ultime settimane sulle piazze e nei quartieri della città si fa solerte affidamento ai Signori Uffiziali di Polizia Giudiziaria di volere e dare per inteso di trasferire in seconda istanza avvenimenti delittuosi che pure avessero a notarsi”…
Salva con nome
Partendo per una vacanza all’estero, tempo fa acquistai dal giornalaio dell’aeroporto un libretto con delle storielle di logica dei paradossi. Credo fossero due giovani professori universitari italiani in America, gli autori del libro. Uno di questi racconti aveva come protagonista una donna di mezza età di nome Norma, che con grande insistenza veniva disturbata telefonicamente per dei sondaggi di vario tipo: le sue preferenze politiche, o in fatto di automobili, detersivi e quant’altro. Un giorno si stufa e chiede al sondaggista perché proprio lei, e questi risponde che lei è l’unica a essere interpellata, dal momento che si sono resi conto che i suoi gusti incarnano alla perfezione quelli dell’americano medio. Per es: sapere da lei chi voterà fra Mc Cain e Obama significa conoscere subito chi vincerà le elezioni. Norma si arrabbia, protesta, dice che non è vero, che lei si sente unica e irripetibile, altro che ipostasi dell’americano medio, e il sondaggista replica: “appunto”, ossia proprio come avrebbe reagito l’uomo qualunque. Continua a leggere
Una camicia nuova di zecca – di Ivano MUGNAINI
Ivano Mugnaini – Una camicia nuova di zecca
Quando, nel bel mezzo del bar affollato, l’uomo in camicia a scacchi gialli e viola sbraitò al suo amico con faccia truce: “Ho ammazzato cinque vacche la settimana passata!”, Giacomo Berilli, psicologo della Cattolica, rifletté sul fatto che il contadino ruspante si disinteressava totalmente della sensibilità altrui. Giannina Picchi, maestra elementare, corresse mentalmente la frase con una matita blu: osservò che avrebbe potuto usare “ucciso” al posto di “ammazzato”, “mucche” al posto di “vacche”, e, a voler essere pignoli, “la settimana scorsa” invece di “passata”. La bionda del bar, Giulia Patroni, si limitò a dirsi che se uno aveva le palle per pronunciare una frase del genere facendosi sentire da tutti, doveva possedere, appunto, gli attributi. Proporzionati. E si passò la lingua sulle labbra, mentre l’acquolina le scendeva lenta sul mento. Solo Federico Tantali rifletté su un particolare: le vacche a cui l’elegantone aveva fatto riferimento avrebbero potuto non essere quieti bovini. Continua a leggere
Le scimmie non scendono
Ah queste dannate scimmie! Quando scendo a terra poi… Cioè quasi a terra, perché a terra proprio non posso metterci piede. Queste scimmie… Lasciamo perdere. No, invece diciamo le cose come stanno. Si mangiano tutto e non lasciano niente. Io vivo sugli alberi. Si allungano con le liane. Sì, vivo sugli alberi da sempre. Le scimmie si fregano tutto il cibo. Si muovono veloci di ramo in ramo. A mettere piede per terra non ci ho mai pensato. Non ricordo niente di prima. Ho iniziato a vivere così, ad una certa altezza. Ad una certa altezza io mangio, bevo, dormo eccetera. Non ci sono molte ragazze da queste parti, anzi proprio nessuna.
La nuvola blu
Mia madre è sulla nuvola blu.
La nuvola è grande e riccioluta, ha il colore di una tempesta in arrivo in un giorno d’autunno. Scende vicino a me, restando sospesa da terra di qualche centimetro: mia madre si sporge e mi aiuta a salire. È un sogno, ma non so che sto sognando. Domattina cercherò di acchiappare la visione prima che sfugga dai buchi illuminati della serranda, mentre mi sveglio.
L’uomo aveva bisogno di aiuto nei campi. I campi avevano bisogno dell’uomo.
L’uomo aveva bisogno di aiuto nei campi. I campi avevano bisogno dell’uomo.
L’uomo si faceva aiutare dagli animali, specie dal nobile cavallo. Il cavallo aveva bisogno di nutrirsi. I campi coltivati a biada e giganteschi alberi, maestosi, bellissimi da farti commuovere e tutt’ora quando li vedo mi emoziono.
Il ritorno, di Pasquale Giannino
“Francesco? Che sorpresa! Non tornavi da un sacco di anni…”
“Ventidue…”
“Beh, sono davvero tanti… ti trovo in forma… ma ora siediti, voglio offrirti qualcosa da bere.”
Mi accomodai su uno sgabello, presso il bancone.
“Va bene il solito? Non sarai diventato astemio?”
“Non ancora del tutto…” Continua a leggere
Il sogno
di Giovanni Agnoloni
IL SOGNO
La sera del 23 settembre 2001 Brendan andò a letto presto. Era stato un giorno normale, almeno apparentemente.
Viveva in una casa in Griffith Avenue, ed era abbastanza soddisfatto della sua vita. Era un rappresentante del settore vendite di un’importante ditta di Dublino e, all’età di trentacinque anni, era sposato con una bella donna di nome Carol. Continua a leggere
Linguaggio di M., di Andrea Sartori
«Conobbi quel tizio, di cui ricordo solo l’iniziale del nome di battesimo – M. – all’epoca del mio insegnamento a Venezia. Poteva chiamarsi banalmente Maurizio, o Mario, o fregiarsi d’un ben più nobile appellativo, come Manfredi, proprio non lo rammento, nonostante negli ultimi tempi abbia pensato a lui abbastanza frequentemente. Costui era solito attendermi all’uscita dell’aula, dopo la lezione del mercoledì. Non mi capitava mai di notarlo mentre esponevo il contenuto dei libri della Fisica di Aristotele, in fondo aveva un viso anonimo, simile a quello di tanti altri ventenni che frequentavano il corso – anche se, devo dire, la mia classe, a differenza di quella del collega di storia della filosofia contemporanea, era sempre piuttosto striminzita – ma invariabilmente mi imbattevo in lui quando, all’uscita, l’aula deserta, facevo per varcare, con i miei libri ed i miei fogli sottobraccio, le porte girevoli alla fine delle ripide scale che conducevano fuori dall’emiciclo delle lezioni. Continua a leggere
La mia naja, tra sogno e realtà
Ancora mi succede. Nel pieno rimbombante del sogno, sono in una caserma. Non è la solita, non è una delle caserme che ho frequentato da militare. Ha il tetto basso come un seminterrato, anzi è un seminterrato. Su questo tetto poco più in alto delle nostre teste, che ci racchiude come in una scatola di soldatini semoventi, quasi fossimo delle opere di uno scultore postmoderno e iperrealista, una plafoniera enorme, cioè lunghissima ma stretta non più di mezzo metro, che emette una luce spettrale. Nella camerata-seminterrato ci sono solo delle brande abbastanza classiche, con lenzuola e coperte verdi militare; il pavimento è di linoleum chiaro. L’atmosfera è di cupa rassegnazione. Sono seduto su una delle brande, in mutandoni di lana e maglietta verde (c’è una foto che mi ritrae in questa mise nella realtà, seduto nella mia caserma del CAR assieme a un caporalmaggiore e a un altro tizio in pigiamino di lana portato direttamente dal supermercato sotto casa), ho la testa abbassata del calciatore seduto in panchina dopo una sostituzione non gradita ma necessaria per mancanza di fiato. Continua a leggere
Proroga concorso narrativa “fantastic-zen”
Io odio, di Ivano Porpora
Io ti odio.
La misura del mio odio è proporzionale al dolore con cui sono stato messo al mondo, che è incommensurabile; e proporzionale al dolore che ho dato al mondo, che è altrettanto grande. Non è importante sapere della data in cui sono nato, né le sue circostanze. Questi mi appaiono come dettagli di infinitesimale importanza, benché li ricordi – benché abbia la facoltà di ricordare il mio primo vagito accompagnato dall’urlo di morte di colei che mi ha partorito. Ci sono poche cose importanti della mia biografia: a tratti mi pare di essere come quei personaggi che nei film fanno le comparse non parlanti. Posso essere stato la persona che ha chiesto qualcosa da bere prima che entrasse qualcuno, o quello che ha abbandonato la camera poco prima che ci entrasse qualcun altro. Ma tutto questo non importa. Continua a leggere
Cara città, di Davide Vargas
anteprima Sud n°12
foto di Philippe Schlienger
I suv sono tutti partiti.
La sera la città si rianima.
I ragazzi abbronzati dalle ore di mare a Sperlonga vanno verso i bar rimasti aperti, siedono ai tavolini fanno capannello sul marciapiede bevono birra e fumano canne. Dalle auto ferme arrivano le note sparate di Giusy, le motociclette piegate sui cavalletti luccicanti cromate aggressive, una stella cade mentre nessuno guarda in cielo e i desideri restano inespressi. Come certi sguardi che corrono dai ragazzi appollaiati sui sedili delle auto con gli sportelli aperti alle ragazze ancora più nere per le maglie bianche e scollate che indossano facendole ricadere su gambe da fremito infilate negli stivaletti da cow boys. Continua a leggere
Cani, camosci, cuculi ( e un corvo)
di Alberto Pezzini
Mauro Corona, Cani, camosci, cuculi ( e un corvo) “, Mondadori 2007 ,pagg. 275, euro 17,50.
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Per me è stata un’esperienza a tutto tondo. O, meglio, è stata finalmente un’emozione che mi fa battere il cuore ogni volta in maniera diversa.
Come una di quelle belle donne metà streghe e metà di coscia scoperta – e Corona sa descriverle bene anche perché è uomo che vive e soffre anche nella carne -, questo libro sa prendermi al laccio.
Sono anni che vorrei incontrare Corona. E’ l’ultimo poeta incantato dei boschi. Deve avere avuto, forse da bambino, sopra la sua testa ricciuta, un incantesimo silvano. Qualche creatura notturna deve sussurrargli all’orecchio parole di alberi, rugiada, ambra e vipere gentili. Continua a leggere








