Archivi categoria: Racconti

Oratio Dominica

Nella foto, il testo cimbro del Pater inciso sul bronzo in Val Terragnolo

Renato si divertiva spesso a ironizzare sui nostri piccoli riti domestici.

«Così mandi i tuoi figli a catechismo, ci tieni a dar loro una formazione religiosa. Non mi ricordo di averti mai visto esibire molta devozione da giovane», mi stuzzicava.

«Appunto, non ho mai esibito un bel nulla. Tu non hai bambini, non conosci i vantaggi dell’insegnamento religioso. E non intenderli in senso pragmatico. I miei figli cresceranno e potranno fare quello che piacerà loro, ma intanto la loro educazione sarà completa, avranno più scelte davanti: se uno dev’essere ateo, o pagano, come sono molti adolescenti, e sei tu, che lo sia con cognizione di causa, non per ignoranza assoluta». Continua a leggere→

Matteo De Simone, L’età adulta

immagine di  Luca Dalisi

 

Non è che le prendevamo, le andavamo a vedere per farci un’idea.

L’aveva pensata Fede. Ci piacevano le case vuote del centro, i palazzi minimo anni ’20, con le porte intagliate liberty, i palchetti fighetti lucidati antichi, ci sono le case del ‘700, spettacolari, soffitti a volta affrescati, soffitti a cassettoni, il camino, le porte autochiudibili inclinate sui cardini, ci piacevano le case così, andare a vederle vuote, fare finta che potevamo averle, arredarle da Ikea.
Vedevamo solo le case grandi perchè l’idea era di spendere sui mille mensili in quattro, avevamo visto che nel rapporto dimensione prezzo convenivano le grandi, un monolocale zona stazione 35 mq 450 mensili, meglio 100 mq diviso quattro, zona quadrilatero, 250 a cranio. Continua a leggere→

La sera del prima e del dopo

Quella sera lui era nervoso. In genere era a suo agio nella guida: amava guidare e non si stancava mai. Anche sua madre – generalmente critica nei confronti dell’universo – aveva ammesso che il suo ragazzo era affidabile e coscienzioso.
Però quella sera era agitato: dava colpi di clacson, guidava a scatti, frenava e ripartiva e lei era stufa di sentirsi sballottata avanti e indietro sul sedile. Era l’11 novembre 1992. Stavano andando a cena fuori Roma da alcuni parenti di lui.
Ma perché è così nervoso? Non stiamo nemmeno litigando…, il che era davvero una novità per loro.
Lui imboccò la Flaminia. Sarebbero arrivati di lì a un’ora. Lei aveva fame: l’unico motivo per il quale era felice di essere stata invitata a casa della zia del suo ragazzo era esattamente quello: sapeva che la cena sarebbe stata notevole, e aveva intenzione di approfittarne.
Si ritrovò a testa in giù senza nemmeno sapere perché. Penzolava – e in una frazione di secondo pensò che si sentiva un salame, un prosciutto, un insaccato, e che aveva messo la cintura, cosa che non faceva mai, e che quindi non sarebbe potuta cadere, e che non stava gridando, e che il suo ragazzo la cintura non l’aveva, e che stava vedendo le scintille che schizzavano dalle lamiere, e che se le scintille avessero raggiunto il carburatore sarebbero morti bruciati, e pensò, anzi no, vide sua madre e suo padre davanti alla televisione, e il gatto, il suo splendido gatto bianco di due mesi raggomitolato sul divano, e le venne da piangere al pensiero che non l’avrebbe più baciato, né accarezzato, e che sarebbe morta proprio ora che aveva un gatto, dopo averlo tanto desiderato, pensò che quando si è in punto di morte si vede tutta la propria vita come in un film, ma lei vedeva solo sua madre e suo padre davanti alla televisione e il suo gattino bianco raggomitolato sul divano. Continua a leggere→

Parole nell’acqua – Un racconto di Ivano MUGNAINI

Ivano Mugnaini – Parole nell’acqua

 

                                   “Here lies one whose name
                                    was writ in water
”.
                                    Qui giace un uomo il cui nome
                                    è stato scritto nell’acqua

                                    (Frase tratta dall’epitaffio
                                    riportato sulla lapide di John Keats)

 

     Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare?  Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”. Continua a leggere→

Il tram

Non gli era mai successo. Dopo pranzo si era seduto in poltrona con l’idea di ascoltare un telegiornale, e invece si era addormentato. In certi assolati pomeriggi della sua infanzia non avrebbe chiesto di meglio che dormire per un paio d’ore. Non c’era mai riuscito. Questa volta si svegliò a pomeriggio inoltrato, fluttuando nel torpore, e rimpianse di non aver continuato a dormire, placidamente, senza sogni.
Scese in strada galleggiando su una nuvola di incoscienza, con in bocca uno strano sapore di nostalgia. Montò in macchina senza aver deciso dove andare e procedette a caso lungo strade curve. Perse l’orientamento. La città gli appariva smisurata, come l’aveva vista da bambino, e tutto ciò che avrebbe dovuto ricordare sembrava scritto su una lavagna dove qualcuno aveva passato un colpo di straccio. I pensieri si attardavano lungo i profili di un albero, di un palazzo, di una pensilina alla fermata del tram. Poche ore prima, pensieri senza scopo gli sarebbero parsi un’assurdità. Ma in quella condizione aurorale, con la mente beata e i lineamenti distesi in una espressione estatica, la strada era il letto di un fiume in secca e le sponde erano pareti ripide, piene di buchi ai quali ogni tanto si affacciava una donna. La doppia fila di platani che fiancheggiava le rotaie del tram segnava le rive di un fosso. Il cielo era un’ovatta azzurra che chiudeva tutti gli interstizi. Al di là dell’ovatta c’era un coperchio, e intorno al coperchio un giro di scotch. Continua a leggere→

Bloc notes. Appunti di viaggio: in Puglia

di Giorgio Morale

“Guarda le chencarelle” dice Adriano. “Sono tagliate a mano, così”.
Si siede su uno scalino e fa il gesto di tenere una pietra tra le ginocchia e di colpirne il bordo dall’alto al basso per scheggiarla.
“Infatti sono irregolari, non aderiscono perfettamente. E tra una fascia e l’altra c’è una camera d’aria, così il caldo e l’umidità non si fermano. L’acqua scivola, il vento passa tra pietra e pietra, e l’aria circola, la casa respira, perché la pietra è viva”.
E io penso che è una magnifica metafora per la prosa. Che circoli, l’aria, tra frase e frase, tra parola e parola. Continua a leggere→

Perché son tristi

La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. È una città in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.
La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza entrai nel negozio di un fotografo, un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale. Aveva una pronuncia blesa da vecchia checca e dovetti fare uno sforzo per non ridergli in faccia.
Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa. Continua a leggere→

Utrecht al centro dell’Olanda, di Marino Magliani

A volte, mentre aspettava, gli sembrava davvero d’essere al centro dell’Olanda. Ricordava quando glielo avevano insegnato, la lingua nuova, le lezioni di geografia, la terra ai confini del deserto dalla quale proveniva, e la terra dove il padre l’aveva portato con la famiglia.

Questa città, posta con precisione al centro dell’Olanda.

Si alzò di un palmo sul sedile e guardò le posizioni dei colleghi. Era il quinto. Un taxi partiva ora.

Troppi, cinque. Il rischio che gli venisse sonno e poi mal di testa, era grande. Il dottore diceva che era un periodo, la digestione. Che tuttalpiù avrebbe dovuto cambiare lavoro. Ma come si faceva a lasciare il taxi a 45 anni? Continua a leggere→

I flagellanti

Ricordate i “dietrologi” e i “disguidati”? Un’altra categoria, che fin dai tempi di Savonarola non ha fatto che danni e ancora oggi non perde occasione per avvelenare la vita al mondo intero, è quella dei flagellanti. Gente assolutamente incapace di gustare i piccoli piaceri della vita senza provare rimorso. La scopata è stata grandiosa? Vergogna: era peccato! Non è stata niente di che? Ti sta bene, così impari a cedere alla concupiscenza! La parmigiana di melanzane era superba e non ho neanche fatto fatica a digerirla? Sta’ in guardia, perché sicuramente c’è in arrivo una punizione tremenda.
E avanti di questo passo, fra terrori e tremori, mortificandosi e compiacendosi della propria mortificazione.
I rimedi che i flagellanti mettono in campo per gestire i loro sensi di colpa sono puerili e ipocriti.
Primo rimedio: quello che oggi si chiama politically correct (ma c’è sempre stato) e, stringi stringi, consiste nel chiamare le cose con un nome diverso. Non cambia niente? Sì, ma per un attimo la coscienza smette di rimordere.
Secondo rimedio: costringere gli altri a piangere e far penitenza insieme a te. Anche così non cambia niente? Chi se ne frega. L’importante è battere il petto, umiliarsi, recitare il mea culpa. Non serve a nulla, ma per un attimo ci sentiamo “buoni”.
Il brano che segue è un estratto del solito romanzo in fieri. Chi racconta è sempre Giorgio, il protagonista, che ricupera un episodio dalle nebbie della sua amnesia.
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Lo strappo

Ecco qui un mio racconto uscito su internet qualche anno fa, e poi scomparso dalla rete. Lo ripropongo con un’aggiustatina.

LO STRAPPO
di Giovanni Agnoloni

Si era appena svegliato, e aveva la fiamma del sole negli occhi.
Ricordava frammenti di verità sparsi come cocci di ceramica, ma ancora non riusciva a focalizzare il motivo per cui aveva tanto sofferto. Era disteso sulla spiaggia di Torre del Lago, ampia e vuota. Continua a leggere→

I disguidati

Oltre ai dietrologi, la realtà contemporanea presenta almeno altre due sfaccettature singolari: i “disguidati” e i “flagellanti”. Dei flagellanti parlerò in una prossima puntata. Oggi vorrei intrattenervi sui disguidati.
Chi sono costoro? Quelli che hanno consumato la vita rincorrendo un sogno impossibile, poi tutt’a un tratto si trovano di fronte al fallimento e non ci vogliono credere. Non classificateli nella categoria degli “ultimi romantici”: non lo sono affatto. Sono rancorosi, permalosi, vendicativi. Non vogliono ammettere di avere preso fischi per fiaschi: è la realtà che ha sbagliato, mica loro. Ormai non cercano più la realizzazione di un (bel) sogno, ma solo una rivincita (possibilmente cruenta e da ottenersi con qualunque mezzo). Però se glielo fate notare si incazzano.
Anche il brano che segue fa parte del fantomatico romanzo di cui vi ho parlato e può darsi che contenga qualche riferimento poco comprensibile. Vi do la mia parola che in quei riferimenti non c’è niente di rilevante ai fini dell’episodio. Il protagonista si trova in uno stato mentale alterato: ha dei vuoti di memoria e ricorda a sprazzi. Si è perso in una zona semidesertica della Sierra de Guadarrama, ha incontrato un accampamento di gitani che l’hanno rifocillato. Gli torna in mente un episodio successo due mesi prima.
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L’ultima spiaggia

di

effeffe

 

Il bagnante aspetta l’arrivo della corriera vestito di una sola valigia e di una 

risoluzione. Dopo un’attesa   durata quasi trent’anni ha racimolato tempo ed 

energie per compiere il viaggio. Che dalla città lo porta ad un antica stazione 

balneare. Antica come lui, per girare disinvolto tra sedie a sdraio ed 

ombrelloni- chissà che non mi riesca di rivedere Remo, che per un bagnino 

nome più appropriato non si poteva, e che il padrone, puntuale dalla terrazza 

in vimini e ferro battuto, con un caffè in una mano ed una Linda tra le labbra 

diceva – Remo ( pausa)  in barca. Continua a leggere→

I dietrologi

Ci sono dei modi di pensare così diffusi da essere diventati automatici. Generalmente mi provocano un vago fastidio, come quei bocconi indigesti che si vanno a piazzare sulla bocca dello stomaco e non vogliono saperne di andare né su né giù. Uno di questi modi di pensare è il complottismo, e cioè l’insopprimibile voglia di vedere “grandi vecchi” dietro a tutto ciò che capita. La voce del complotto nasce dal desiderio di denigrare qualcuno, ma ciò che la alimenta è la vocazione dei gonzi ad atteggiarsi a furbi, a far vedere che loro sanno cosa c’è sotto. Per loro le cose non sono mai come sembrano, non sono il risultato degli sforzi di chi si è dato apertamente da fare per ottenerle. E d’altra parte niente succede mai per caso. Dunque, dietro ad ogni evento ci sono strumentalizzazioni ordite da poteri occulti che vogliono l’esatto contrario di ciò che sembra. Loro, i dietrologi, lo sanno. E te lo dimostrano.
Il brano che segue faceva parte di un romanzo che vado componendo con frequenti ripensamenti e seghe mentali. L’ho tagliato perché, a un certo punto, la storia ha preso una direzione che l’ha reso marginale (e, si sa, in un libro tutto ciò che è inutile è dannoso). Ma l’ho tagliato a malincuore, per due motivi: il primo è che il pezzo, in sè, non mi sembra malriuscito; il secondo è che una frecciatina ai complottisti l’avrei data volentieri.
Ecco qua: una sedicente professoressa, dall’improbabile nome di Armida Sésostris, sta tenendo una conferenza ai soci della Filarmonica di Costanza (ridente cittadina tedesca affacciata sul lago omonimo). Guardate un po’ che cosa è capace di dare a bere.
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Relazioni tecniche. Via Francesco Cagni. 2003

Dalla via Francesco Cagni ci sono passato una volta dieci anni fa. E’ una strada ripida pavimentata con grossi blocchi di basalto, che s’inerpica in uno dei quartieri storici della città. Il Casalotto non è un posto di gente ricca. Per di più è una comunità chiusa e la gente mi studia diffidente mentre cerco la perdita fognaria. Sono uscito come mi trovavo: magliettina simil-lacoste e pantaloncini sformati di maglina e preferisco non dire a nessuno chi sono: non crederebbero che sono un tecnico comunale Una signora getta acqua sul marciapiede davanti alla porta di casa. Il filo liquido prende subito la linea di massima pendenza e scorre veloce verso valle. Ci sono panni stesi tra un balcone e l’altro, parallelamente alle pareti esterne degli edifici. Che hanno un aspetto eterogeneo. Credo che il colore delle facciate dipenda dalla frequenza con cui arrivano i sussidi di disoccupazione e dalla regolarità con la quale vengono pagati i cinquantunisti e i centunisti della forestale. Continua a leggere→

Samir

Lo conobbi quando avevo i canini aguzzi e giravo per il Medio Oriente. Samir era un agente marittimo con gli uffici in due stanzette buie in fondo a un vicolo: non aveva bisogno di impressionare i clienti, preferiva disorientarli. Gli proposi di concorrere insieme a un appalto ad Alessandria d’Egitto.
Era un buon contratto, ma avrei dovuto sapere che la burocrazia egiziana è intricata come il delta del Nilo e le pratiche finiscono sempre per incagliarsi in qualche meandro limaccioso. Non me ne preoccupai: in un modo o nell’altro ero sicuro di cavarmela.
Vincemmo la gara e aprii il cantiere. Ma i pagamenti non arrivarono. Ogni fine mese incontravo Samir ad Alessandria: tiravamo le somme del dare e dell’avere, e lui mi guardava da dietro le ciglia socchiuse, in silenzio. Io sorridevo e lo invitavo a cena. Continua a leggere→

Estate di lettere – Tahar Lamri

Tahar Lamri, Schio (VI), Fabbrica Alta. Azioni Inclementi – IX edizione Festival “Da lontano. La scrittura e il dispatrio” – Domenica 27 Luglio 2008

Prima che Dio creasse Adamo
Si dice che abbia creato tutte le anime della sua discendenza.
E si dice che Dio abbia fatto girare queste anime intorno al suo trono per trecentosessantamila anni.
Si dice che all’inizio ciascuna anima girava da sola cantando le lodi del Creatore.
Si dice poi che, vuoi per il tipo di canto, vuoi per gli sguardi scambiati, le anime cominciarono ad aggregarsi.
E poi, si dice che quando Dio le buttò nel libro dei singoli destini per farli nascere fratelli, padri e figli, conoscenti e amici, si dice che ciascuna anima di quelle che si erano aggregate girando intorno al Trono debba incontrarsi con le altre, almeno una volta nella vita, anche se abitassero emisferi opposti del cosmo.
Si dice che la simpatia non è altro che il ricordo di quell’incontro intorno al Trono.
Si dice che l’antipatia deriva dal non incontro degli sguardi nel pellegrinaggio delle anime intorno al Trono.
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