Archivi categoria: Scritture

la tribù della sala giochi

Nino Zichella non fa un lavoro preciso, è sempre inserito in qualche progetto pilota.

Nino Franciosi ha fatto la scuola per diventare tecnico della produzione di pacchetti turistici multimediali.

Elena Franciosi mi ha detto che ha preso la qualifica di estetista ai sensi della legge 1/80, art. 3 comma 1 lettera a. Ancora non ha aperto lo studio. Per allenarsi si occupa della bellezza delle sue amiche.

Vito Vesce vuole fare il ludotecario.

Carletto Chirico andò in India. Si era messo in testa l’idea di diventare un vegetale. Al ritorno al paese smise di lavarsi per non perdere le vitamine.

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tre testi

(boschivo per le furie)

Ruga della grafia o del graffito
facciàle, brama lo scoramento
dell’ingresso – in giornate così,
che lo scirocco succeda al tramontano
e i gradi delle unghie
solchino il dopo-luce, il forno
dei barlumi. Pianta le spine
apprese al muschio, schivo
d’incenso scorteccia
l’argine del verbo – boschivo
per le furie…

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lettere di amareggiati dalla terza guerra mondiale

Io mi sono laureato una ventina d’anni fa. Mi sono scordato quasi tutto di quello che avevo imparato a scuola. Io mi ricordo solo come si chiamava quella ragazza mi fece toccare un po’ le sue gambe in un vicolo e mi fece avvicinare la mia bocca alla sua. Saranno passati dieci anni. Da allora passo le mie giornate al bar o davanti alla televisione. Mia madre mi dice che devo trovarmi un lavoro e una fidanzata. Io penso che non troverà mai niente. Ho sempre la bocca amara

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in nome del padre

Prima si capisce che bisogna occuparsi dei padri e meglio è. Non importa che siano morti o vivi, l’importante è pensarli, capire che noi siamo sempre sulla loro strada, che mai ne potremo avere un’altra. Ero colpito da bambino nel vedere da una parte l’ammirazione che mio padre suscitava nei forestieri, dall’altra la diffidenza dei paesani. Allora ancora non avevo capito che qui non c’è ammirazione per nessuno.
Adesso questa storia, almeno per lui, è finita. Per me continua in una sensazione di sfinimento che non ha mai fine. Il paese ha le braccia chiuse non per volontà, ma perché ha perso il cuore e sta dove lo lasci e sta dove lo trovi. Io giro come una mosca dentro la bottiglia, il vetro è assai sottile e trasparente, ci passano i veleni del mondo e il vento. Ormai sembra che sto qui solo per scrivere. Il paese mi lascia fare, non sa che farsene della mia voce, perché il paese è come il mondo, è come una donna che non ci vuole e  ogni parola che diciamo è un chiodo che ci fissa alla sua croce.
 

ultimi consigli

una volta gli artigiani lavoravano davanti alla porta. così sto finendo io questo libro. questa sezioncina dovrebbe chiamarsi dichiarazioni personali.  sono curioso di vedere l’effetto che fa. so bene che tutta questa “esposizione” può risultare invadente, ma se uno non vuole correre rischi deve cambiare mestiere.

 ***
Ho provato di tutto: Aulin, Algofen, Antalgil e tante altre medicine. Niente da fare il mal di testa a me viene proprio da dentro. Certe volte vorrei aprirmi la testa e spruzzarla con la pompa con cui si lavano le macchine.   

Sono vedovo. Ho due figli maschi e una femmina. Dieci anni fa sono tornato dalla Svizzera. Oggi compio sessant’anni e non lo sa nessuno. Continua a leggere

in cerca di consigli

anche qui solito problema:

versi o prosa.

comunque un mio amico mi ha sconsigliato di mettere questo testo nel libro. intanto lo metto qui, sempre nello spirito di questo lavoro che sta facendo sul libro, un lavoro in solitudine, ma una solitudine che cerca la compagnia di altre solitudini

 **

Mi sono ammalato dal giorno in cui ho letto le poesie nel mio paese. Alla fine nessuno si è complimentato con me nessuno mi ha fatto domande: il pubblico sembrava essere lì per spegnere la candela della serata. L’ideale sarebbe stato che morissi davanti a loro, si sarebbero vantati a lungo di essere stati miei amici e di aver raccolto tra le loro braccia i miei ultimi respiri. Lo strazio dei versi e la bella chioma e la bella voce di Antonietta meritavano un abbraccio. Invece tutto è finito come se non avessi fatto niente. Si sono messi a mangiare il salame e il caciocavallo, ansiosi di mettermi da parte. Io posso solo continuare a scrivere e a sentirmi male. Questo mi accade ormai da vent’anni: prima di scrivere mi sentivo solamente male e non so se era meglio.                                                                                                                                            1995

Buon compleanno, Gottfried Benn!

Berlin, 22 XI 50

Caro Signor Wellershoff,
ho ricevuto la Sua lettera e il Suo saggio che ho subito analizzato con molta attenzione. Il suo lavoro è eccellente, superlativo. E’ raro che un autore vivente possa vedersi così indagato, radiografato, vivisezionato – è una compensazione alla vecchiaia e al grigiore.

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a e. che sa descrivere le vie della città


Via Cafaro una volta la chiamavano la strada dei pazzi. Una strada storta, squilibrata, con le nuvole che entravano e uscivano dalle orecchie dei muli. Ora è dritta, levigata, anodizzata, ora è una strada qualunque dove si vede che c’è ancora qualcuno solo perché c’è la macchina parcheggiata davanti alla casa. Il silenzio è unanime. Gli ultimi abitanti hanno una spalla in lacrime.

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titoli

siamo abituati a pensare che un libro prima ha una vita tutta privata, quella del suo farsi , con lo scrittore chino e solitario a macerarsi sulle pagine, e poi una vita tutta pubblica, quella postuma alla pubblicazione.
se pensiamo a quello che accade veramente forse non è più così  e quello che una volta avveniva in privato avviene in pubblico (il farsi del libro)  e quella che era una faccenda pubblica (il libro stampato) adesso sta diventando una faccenda privata.
tutta questa premessa per chiedervi
un parere su questi titoli per il mio libro

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Sesto Sebastian

Sesto Sebastian è pensato e scritto come un dinamico tableau vivant. E come un tableau vivant va letto, inscenato e interpretato. E’ una pantomima all’apparenza immobile, una serie di semoventi, acidi still frames che ricordano quelli incastonati da Pasolini ne La Ricotta, dove il colore sparato di fedeli repliche delle Deposizioni del Pontormo e del Rosso Fiorentino interrompe l’asciutto di un bianco e nero intenso e dilagante. Continua a leggere

fuori dalla vita (1996)

le mani, le ossa così sottili che sembrano piume,
i seni quieti come piccole isole sconosciute.
la nobile forma degli occhi, i capelli rossi,
sparsi dalle ciglia alle stelle.
i capelli e le labbra. per il resto è bianchissima
come la neve di cracovia.
appena la incontro sono immerso in una stanca sonnolenza
lei non ha sguardi facili, compiacenti. le sue risposte
sono brevi, la più comune
la più solita risposta è: non so. ma poi comincia
qualche frase intera
e perfino il rosso intorno agli occhi che precede
le lacrime: ho amato solo
due uomini nella mia vita. io penso a precipizio
che sono egoista
che certe cose non sono accadute
quando dovevano accadere, dovevo entrare
nella vita, dovevo trovare qualcuno che mi spingesse
dentro e ora sto fuori, ho voglia di tornare a casa,
distendermi e dormire solamente.
le dico qualcosa mentre il suo telefonino
squilla e lei risponde e poi non dice niente.
i raggi del sole sono molto larghi  e non la prendono.
lei è troppo magra
e divisa da ponti invisibili. chi l’ha baciata
si è appeso al cielo.

TENTAZIONE DELLA GNOSI di Valter Binaghi

Dedicato a Marina Pizzi

angelo blake

La rivelazione ti ha abbacinato ma senza stupirti. Lo sapevi da sempre.
La prova inconfutabile è questo conoscere che è un ricordare. Ora sei un Altro, e non puoi tornare indietro: l’antica dimora d’insipente innocenza ti è preclusa.
Puoi vivere con pazienza i tuoi giorni nel mondo, in attesa che si consumi lentamente la tua ultima spoglia, oppure bruciare le tappe e diventare Perfetto.
Allora ti ritrarrai lentamente dalla tua carne, come uno straniero dalla folla, e osserverai il tuo commercio col mondo da lontano. Tratterrai i tuoi sensi, negherai loro ogni appagamento finchè saranno esausti come un focolare all’alba. Sarai più forte della fame, della sete e del sonno, e l’abbraccio di un altro corpo ti sembrerà quello di un cadavere.
Illuminato dalla Vera Gnosi, risalirai per ogni vertebra l’intera colonna dell’Essere, pesce e farfalla, angelo e troia, fino al trono dell’Arconte. Getterai ai suoi piedi come un manto stracciato la vuota spoglia di ciò che fosti, e ingaggerai con lui l’ultima battaglia, che ti restituisca al pensoso regno dei figli della Luce, o almeno un colpo preciso e finale al baricentro dei tuoi pensieri: che la stralunata favola abbia fine, che l’oblio t’inghiottisca per sempre, consumato nell’immensa pira della feroce vena creativa di un’annoiato satrapo semita.

ETERNO FEMININO – FINALE CON TUFFO

labbra

Pagina sedici del Corsera, due colonne in cronaca.
E’ storia di ieri l’altro, bambina e già puttana
del vicino di casa, dello zio e di quant’altri noi.
Femmina tredicenne, antroinfernale,
ti vogliamo fatale, per stuprarti innocenti.
Dal quarto piano schiantò sull’asfalto
di schiena, morta sul colpo, la nuca spappolata.
Ma nello scempio del volto restavano le labbra rosse
e il sorriso gelido della Medusa
che irretì il fotografo, maschio lui pure.

Sogno come vita o come fuga da essa?

Matisse, Il sogno, 1940

Sogno, fenomeno affascinante, carico di mistero, fonte di grande suggestione con l’evocazione del sovrannaturale nella tradizione mitologica e religiosa e di alta e profusa ispirazione in quella artistica e letteraria; accreditato, inoltre, di un potere magico, divinatorio, passibile di essere svelato, e quindi di grande presa nella cultura popolare delle varie civiltà, dalle più antiche alle più recenti, fino ai nostri giorni. Poi, in seguito all’opera di Freud, strumento della psicoanalisi per penetrare nel profondo dei segreti della psiche, e infine oggetto di grande interesse nella ricerca neurofisiologica che ha aperto nuovi orizzonti per documentare, nella veglia e nel sonno, lo svolgimento dell’attività cerebrale e per meglio comprendere le manifestazioni della mente che da questa derivano. A voi la parola: “Sogno come vita o come fuga da essa?”.