Franco Tralli

a cura di Giorgio Stella

Non aprire la porta, resta dunque
di là perché la nostalgia
è un rozzo passatempo.
Goditi l’eterno, noi sopravviveremo
ai tuoi festini sull’arte postmoderna,
parla con Dio, fa’ le capriole
ma non tornare dove avevi il nido:

è un paese di matti. Stanne fuori.

Dargli retta

Suggerisco sempre di pregare davanti a un volto di Gesù: così, contemplando i Suoi occhi e la Sua bocca, è possibile fare del bene con i propri occhi e con le parole che escono dalla propria bocca. Imparate da Me, dice Lui, e conviene dargli retta.

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L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi. 1

La natura delle riviste militanti

La storia di una rivista militante si fa non solo sui contenuti, ma soprattutto rileggendo gli editoriali, il “luogo” cioè dove si annida il pensiero estetico e pratico del gruppo che fa capo ai direttori, i quali aprono orizzonti di lavoro per coloro che intendono partecipare al progetto culturale.
Il Novecento letterario potrebbe essere definito, a buon diritto, il “secolo delle riviste”. Nel periodo seguente, il quarto Novecento, che possiamo far decorrere dal 1967, le riviste scontano un’enorme difficoltà a farsi largo, con una funzione e uno spazio riconosciuti, nel mare magnum delle comunicazioni di massa, affollato come non mai e monopolizzato dai nuovi media. Perché questa, alla fine, è la situazione in cui si è venuta a trovare la cultura militante negli ultimi decenni, indipendentemente dal numero delle pubblicazioni periodiche che hanno continuato la sfida. 
Le riviste del quarto Novecento partecipano di quella che Ferroni ha definito la “condizione postuma” della letteratura. «Quindici» (1967-1969), una delle due riviste che, tenute a battesimo giusto nel 1967, segnano il terminus a quo della nuova congiuntura, punta subito il dito, a chiare note, contro la congiura del silenzio che ha colpito la cultura come una damnatio memoriae: «Lo sciopero è compatto e unanime; anzi, è una serrata, il primo indizio del regime che è nell’aria». Vittime di questa serrata, le riviste sopravvivono, bensì, ma ridotte al lumicino, senza più voce in capitolo, relegate nella riserva indiana delle specie in via di estinzione. Rispetto ai best seller, ai rotocalchi, ai record d’incassi dei film di successo, alle cifre iperboliche dell’audience televisiva, le riviste, anche le più fortunate, restano prodotti di nicchia, non escono dal circuito più o meno ristretto della tribù o del clan, degli addetti ai lavori o dei pochi simpatizzanti. Obtorto collo o di buon grado, esse devono ammettere che il quadro venutosi a creare è per loro assai sfavorevole. Il secolo delle riviste, partito di slancio coi migliori auspici, conosce così questo malinconico tramonto. Una testata come «Carte Segrete» (1967-1980; 1986-1987) suggerisce in partenza l’idea di un lavoro defilato, tanto amorevole quanto lontano dai riflettori: «ci interessano la letteratura e l’arte “dietro le quinte”, in tempi di divismo e di invasione di pocket-books». E su questa “linea d’ombra” dei risvolti, dei perdenti, degli ignoti, o degli esclusi, si muoveranno, quale più quale meno, anche gli altri periodici, a cominciare dal «Lettore di Provincia» (in vita dal 1970), il cui editoriale, d’altronde, sottolinea in positivo anche i vantaggi e l’utilità di questa dislocazione periferica: «Oggi, con la cultura e la letteratura assediate dall’industria, leggere in provincia può significare atto di difesa e di indipendenza. […] Può persino esistere e sussistere un impegno alla conoscenza e al giudizio soltanto assolvibile in una dimensione provinciale del leggere, o dell’analizzare».
Analogamente, un’attenzione non rousseauianamente nostalgica, ma vigile a dialettica, alle «identità culturali» minacciate dalle «logiche perverse della colonizzazione / omologazione / folclorizzazione / colpevolizzazione», e alle realtà periferiche in quanto «luoghi, fra i più parlanti, della trasformazione e della fragilità», dimostrerà «In Oltre» (1988-1998). Ma va detto, altresì, che un simile sforzo di elaborazione progettuale è diventato rara avis nelle ultime stagioni. «Linea d’Ombra» (1983-1999) si era affacciata con la precisa convinzione che invece quello presente non sia più «tempo di manifesti o di battaglie di corrente», e un certo disarmo programmatico si coglie tra le righe di presentazione di diverse altre testate. Le più, anzi, non si sono mai date la pena di formalizzare, almeno in maniera esplicita, un programma: si pensi soltanto a «Poesia» di Crocetti (fondata nel 1988). Ma sottraendosi a questo patto preliminare, è come se avessero rinunciato a priori ad assolvere a un compito militante: non, probabilmente, per mancanza d’idee, ma per sfiducia nelle residue potenzialità del veicolo. Lanciare proclami da una rivista, pronunciare solenni giuramenti, tranciare giudizi, esternare fulminanti strategie d’azione, è sentito ormai gesto velleitario, grottesco, fuori luogo: meglio evitare… La congiura del silenzio ha vinto. Ma, mettendo a tacere le riviste, ha ucciso anche, per asfissia, la cultura militante. Se la letteratura creativa annaspa e, in attesa del capolavoro che non viene, i tanti titoli che il mercato quotidianamente rovescia nelle librerie finiscono per confondersi in un tutto caotico e indistinto, è anche perché nell’ultimo trentennio le riviste sono state espropriate della loro storica funzione di stimolo e di filtro. Si lamenta poi, non a caso, la scomparsa degli intellettuali: non pensando, tuttavia, che essa è la conseguenza, prima di tutto, dello sfratto dato alle riviste. Ogni cultura inventa i suoi luoghi di produzione e il suo sistema circolatorio: la cultura militante ha inventato le riviste. Saprà mai risorgere in altre forme? Se dobbiamo credere al teorema di McLuhan, secondo cui medium is message, c’è poco da sperare. Continua a leggere

Riccardo Mannerini

a cura di Giorgio Stella

Signore!!!

Signore!!! Signore io sono qui!
sono Hairisch, quello che non ha la testa.
Ti ricordi quanto bevevo
e quante cose cattive io facevo?
Ti pregai allora d’insegnarmi a non bere.
Quella sete d’alcool, mi spingeva
a perdermi in un piccolo bicchiere
e a sera ero cattivo, quasi rinnegando
il bene che tu mi avevi insegnato.
Era la mia testa a farmi sbagliare
e a darmi dolori e visioni confuse;
il mio corpo godeva di un calore amico
e tutto in me era forza e gioia,
ma la testa no,
pesava doleva e si riempiva di fumo denso
tanto che io ti supplicai di togliermela
e tu mi esaudisti
o grande signore, quanto fui piccolo!!!
Inutilmente le mani e il bicchiere
cercano una bocca che non c’è
e la bettola e la strada non le trovo,
perché i miei occhi sono spariti.
Anche la tua voce non mi giunge più
e solo il marmo dei tuoi altari
dice alle mie dita
che tu esisti ancora.
Signore,
rendimi la mia testa
e non berrò più
e fa’ che i miei fratelli di sventura ritrovino la loro,
anche se a differenza di me,
essi non hanno mai bevuto.

Lo stato dell’arte. Daniele Ricci

“La scrittura è un atto di necessità”. “Ciò che si scrive è”. “Sono fermamente convinto che la scrittura fissi la verità di alcuni momenti della nostra vita”. Non posso non partire da queste parole del poeta Francesco Scarabicchi (in Aa.Vv., Poesia e tempo, Ancona, Il Lavoro editoriale, 1988, p.105), in cui mi ritrovo interamente, per rispondere ai quesiti che mi sono stati posti.

La poesia è nata con l’umanità: la sua origine coincide con quella del linguaggio, che è di per sé poetico, creativo. La funzione primaria della parola, infatti, è dare significato alle immagini e alle percezioni della mente, proiettandole all’esterno e rendendole concrete attraverso la relazione sociale: il linguaggio, si dice, organizza il pensiero e il mondo. Continua a leggere

La parola ai poeti. Gianni Marcantoni

Con quale vigore della mia anima solitaria ho scritto le mie esiliate pagine, vivendo sillaba per sillaba la falsa magia di ciò che credevo di scrivere e non di ciò che effettivamente stavo scrivendo! Con quale incantesimo di un’ironica stregoneria ho creduto di essere il poeta della mia prosa, nell’aureo momento in cui essa nasceva in me, più veloce della penna, come una riparazione fallace agli insulti della vita! E alla fine, oggi, rileggendo, vedo i miei pupazzi che si rompono, vedo la paglia che esce dai loro strappi. Ed essi si svuotano senza essere esistiti….

Questi versi meravigliosi di Fernando Pessoa (tratti da “Il libro dell’inquietudine“) risultano centrali ed essenziali, per indicare cosa possa essere la poesia, per descrivere quale sia la sensazione da cui si viene attraversati dopo averli scritti. Quale, e quanta strada, i versi, possano compiere, dopo essere usciti da quegli strappi.  Continua a leggere

Chiamarlo

Dio si prende cura di chi gli si affida. Solo dopo ti accorgi che era lì, in quel momento difficile, e ancora lì, lì, in tutti gli eventi in cui c’era bisogno di un aiuto, di un soccorso, di una via d’uscita inaspettata. Dio è lì, se ricordi di chiamarlo.

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La parola ai poeti. Antonella Monti

Cos’è per me la poesia

Poesia, tu sei

“Terra liquida di mare
nessuno può trattenerti
nessuno traccia il confine
solo l’eco delle onde ti parla.
Terra liquida di mare
misteriosa e segreta.”

Antonella Monti

Sono sempre stata irrequieta, conscia che qualcosa di potente stava agitando il mio animo, una forza misteriosa che, nel tempo, scavava un varco al suo interno. Come in un vulcano in eruzione, la parola poetica diveniva lava temeraria, piena, libera da paure.  Realizzai allora che la poesia richiedeva un animo variegato, follemente malinconico, un animo in cui mi sono ritrovata e che ho capito essere il mio “piccolo” talento.  Continua a leggere

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Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo, nugoli, sciami di gusci neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i gusci gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

Giovanni Giovi Gulino

Bella è la vita

In questo mondo
c’è chi canta chi scrive
e chi parla d’amore.
Bella è la vita
compagna di mille avventure
che con l’amore
aiuta a superare ostacoli che sembrano
insuperabili e tutte le paure.
Bella è la vita
per chi la ama,
per chi sa affrontare
i problemi e non li allontana.
Bella è la vita
per chi la rispetta
e sa aspettare con bontà
tutto quello che da essa desidera,
senza aver mai fretta.
Bella è la vita
quando si trova il tempo
di ridere e scherzare
e un amico su cui contare.
Bella è la vita quando
si trova il tempo
di essere amici.
Bella è la vita
quando si è amati e rispettati,
per non sentirsi abbandonati. Continua a leggere