Emanuel Carnevali

a cura di Giorgio Stella

Notturno

I vetri a ghigliottina
sono entrambi abbassati
e una tenda inchiodata sul telaio
li copre entrambi ed esclude
(sono steso sul letto)
tutto tranne questo:
un riquadro di freddo,
ultraterreno pulito
blu;
in uno degli angoli
un piccolo ottavo di luna
d’oro e d’argento…
e nient’altro…

Mi basta.
(Febbraio 1919)

Questo germoglio

“Perché si adempisse il detto dei profeti: Sarà chiamato Nazareno”. In realtà non c’è alcun detto. Eppure “Nazaret” viene da “netzer”, che vuol dire germoglio. Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse. Adesso è chiaro: le quattro del pomeriggio della chiamata dei discepoli, l’albero di fichi di Natanaele, il momento in cui ognuno di noi si è sentito chiamare per nome, come quella volta nel giardino: Maria!
Non dimentichiamolo mai, questo germoglio.

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Come noi

Abbiamo paura della morte, ma è solo l’ultimo atto di abbandono. Se adesso conviene affidarsi, quanto più quando saremo privi di ogni autonomia. Dio pensa a tutto, credevamo che fosse come noi.

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Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Il tempo si è diviso grano a grano
a passi lunghi nel buio si è inoltrato nello sguardo
le cose rimangono cose nel giorno senza nome
il bicchiere sul tavolo, la bottiglia
la luce giallina delle sei che ne illumina la cima
stanno lì, tra la mia voce e me
come un pensiero non detto.
La vista non è più quella e sono solo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La parola dura e la parola di vita

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno Gv. 6,51-59]

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le? parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Gv 6, 60-69] Continua a leggere

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 2

La Giustizia 2.   Il destino in un indirizzo

La poliziotta onesta: “Un giorno i fantasmi suoneranno alla tua porta. E sarai obbligato a seguirli. E ti troverai di fronte a tutte le schifezze che hai fatto”. Il poliziotto subdolo: “Un giorno… bisogna pur morire”.
Idealismo e cinismo. E senso del dovere: inteso e malinteso. A Parigi, nelle strade livide, nelle periferie lasciate a sé stesse, la luce insegue il buio, e due poliziotti, che un tempo erano amici, inseguono una feroce banda di malviventi specializzata nelle rapine ai furgoni blindati. La inseguono senza mai dimenticare la propria rivalità, alimentata da un motivo concreto: chi riuscirà nell’impresa, sarà nominato Direttore della Polizia Giudiziaria. La Giustizia e l’Ambizione sono irrimediabilmente incrostate in questo film laconico ed enfatico assieme, 36 Quai des orfevres, scritto e diretto da un ex poliziotto, Olivier Marchal, ed interpretato da due mostri sacri della scena transalpina: Daniel Auteuil, asciutto e introverso, il capo della Squadra Anticrimine, colui che incarna la Giustizia; e Gerard Depardieu, ossessivo e invidioso, il capo della Squadra Investigativa, colui che incarna l’Ambizione. Se il primo non aspira al comando e tiene solo a far bene il proprio dovere, il secondo, che nella vita privata si trascina, vuole semplicemente ottenere il potere. Vivono entrambi per il lavoro, vicini e poi lontanissimi, la donna dell’uno che ha scelto l’altro, creando una vera famiglia.  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Giuseppe Carlo Airaghi

Nel novembre del 2021 ho partecipato come relatore a un incontro dal titolo “Arte e psiche”. Sulla locandina che presentava l’incontro il mio co-relatore era indicato come sociologo. Per essere definito tale questa persona aveva intrapreso un lungo percorso di studi e di esami che lo aveva portato a conseguire una laurea, un titolo rilasciato da un’istituzione, l’università, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale. 
Nella stessa locandina io venivo presentato come poeta ma, a differenza del sociologo, nessun percorso accademico, nessuna istituzione mi aveva mai riconosciuto come tale.
Avevo usato proprio questo argomento per aprire la mia relazione e avevo proseguito affermando che scrivere poesie non faceva di me automaticamente un poeta. Non è sufficiente scrivere poesie per definirsi poeta, come non è sufficiente cantare sotto la doccia per definirsi cantante. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 79

di Pasquale Vitagliano

Per i giapponesi ikigai è la forza che ci fa alzare dal letto ogni giorno e ci consente di andare avanti giorno dopo giorno. Questa energia vibra in tutto il film Perfect Days (2023) di Wim Wenders. E’ una forza tranquilla quella che permette al protagonista di affrontare le sue giornate di lavoro con un sorriso zen. L’omaggio alla cultura orientale e al cinema giapponese è evidente. Per comprenderlo bisognerebbe guardare questo film insieme ad uno qualsiasi del maestro Yasujiro Ozu. In particolare, basta confrontarlo con il capolavoro Viaggio a Tokyo (1953) per rendersi conto del legame nascosto ma profondo che unisce questi film. Per lo stesso Wenders il cinema di Ozu è riuscito a rappresentare quanto di più vicino al paradiso. Anche i giorni dei protagonisti de Il cavallo di Torino (2011) sono perfetti. Non decantano, tuttavia, una possibile felicità umana, bensì una indomabile resistenza alla disperazione più nera. Il film del regista ungherese Béla Tarr racconta come si possa sopravvivere al freddo e alla fame senza impazzire, fino all’ultima goccia di dignità. A differenza di Nietzsche si può restare saldi di fronte alla sofferenza di un cavallo.

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