Settembre, di Enrico Fraccacreta

Eravamo in tanti a sognare l’estate
stagione dell’amore morto giovane
cimitero dei cuori sconosciuti alle primule,
ora i nostri giorni non saranno uguali
qualche brivido e gli alberi cominceranno a ingiallire
andranno in terra tutte le nostre illusioni
quelle grandi come foglie d’acero
i voli infinitesimali degli aghi dei pini
e il dolore sarà lo stesso
sempre sulle aspettative mancate.
Veramente credi che dietro i cespugli ci sono scoiattoli?
loro sono sui tronchi, bisogna arrampicarsi
entrare nelle loro case, scrutare dentro i loro occhietti inquieti
mangiare insieme le ghiande messe da parte per il freddo,
dietro le macchie troverai un po’ di insetti
o un serpentello che non puoi guardare negli occhi,
certo tutto quello che non volevi
compreso la follia o la rassegnazione.
Il nostro destino sarà l’autunno,
gli animali selvatici inizieranno le costruzioni
e noi accenderemo più presto le luci
senza accorgerci che sono accese da sempre
da quando ci cullavano i riflessi delle origini
e settembre nasceva in un fascio di sarmenti e infiorescenze
intorno alla quercia del primo inizio:
il suo nome è settembre, sentenziò lo spirito di verità
sotto la pioggia con cui la natura è solita battezzare,
il futuro sembrerà più spoglio
ma le gemme dormienti già s’attestavano sul punto di crescita
l’ipomea cominciò a svettare cinque centimetri al giorno
e la bella stagione ci restò vicina.
Portiere di notte dell’estate
che lasci la porta un po’ socchiusa
nelle aule scolastiche dove resta il caldo d’agosto,
agente segreto dell’inverno che rechi l’indirizzo
di un amore smarrito
ci ricorderai quei lampi, le occhiate veloci nella notte del solstizio
come le vite sfiorate che non abbiamo conosciuto
persone viste solo passare, un pretesto perduto.
Sepolcro di amorose simpatie
la bella stagione non è ancora finita.

“Sporca faccenda, mezzala Morettini”, di Ferrari e Magliani

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marco Ferrari, Marino Magliani, Sporca faccenda, mezzala Morettini (Edizioni Atlantide, 2024)

Quest’opera, scritta a quattro mani da due scrittori di razza, Marco Ferrari e Marino Magliani (in ordine alfabetico), è un romanzo divertente e spiazzante, intenso e a tratti drammatico. Il protagonista, Diego Álvaro Menconi, è un procuratore di calciatori di basso profilo, che partendo da Buenos Aires esplora tutta l’Argentina (siamo negli anni Sessanta) per cercare talenti in erba o calciatori consumati, nel senso di “sbreccati” dopo brevi stagioni di relativi successi e svariati anni di oblio. La sua esistenza si consuma tra banali riti quotidiani e rapporti più o meno superficiali con un vicinato che imbeve la sua esistenza di un invisibile gas anestetico. Finché appunto una vicina di casa, preoccupata per la scomparsa del marito, una mezzala un tempo abbastanza conosciuta, Luis Pacifico Morettini, non gli chiede di cercarlo. Ha così inizio, venata da un retrogusto di seduzione, un’informale e quanto mai irrituale indagine, che Menconi, figlio di un italiano anarchico della zona di Carrara fuggito in Argentina, porta avanti tra scalcinati campi periferici, bar e ristoranti di quarta e angoli di strada della capitale federale. Sono questi i luoghi in cui incrocia, a volte in modo turbolento, personaggi del mondo del calcio locale che vivono, un po’ come lui, sospesi in una sorta di bolla galleggiante in un mare di indeterminatezza ben più vasto della “pozzanghera”, l’Oceano Atlantico che separa l’Argentina dall’Italia, dove Menconi non smette mai di provare a piazzare i suoi protetti.

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Claudio Ottaviano, Il MARE e altre minchiate

Claudio Ottaviano, IL MARE e altre minchiate, Edizioni CAVA DALLAS, 2024

Prefazione di Andrea G.G. Parasiliti, Postfazione di Gloria Occhipinti

Claudio Ottaviano, nelle sei sezioni attraverso cui si srotola il suo libro (Esoculazioni, Orizzonte, Animali notturni, Le Sirene, Il Mare, Il Vuoto), ingaggia un corpo a corpo con quelli che direi essere i due temi centrali e ineludibili della realtà geo-politica e geo-sofica nel nostro tempo, un  tempo di caduta della metafisica, di tramonto del modernismo e del post-modernismo, di fine della storia (secondo il «pensiero debole» di Gianni Vattimo) ,vale a dire l’etica e l’estetica dell’uomo che vuole occupare una porzione dell’universo in un momento storico in cui  l’intero è stato disgregato, tutto appare in frammenti e in tale cumulo di macerie stratificate si è rotto anche il patto comunicativo fra Autore/Autrice del linguaggio scritto e lettore/lettrice. Ciò perché alla “parola” sempre più spesso non corrisponde la “cosa”. Ma in tale contesto di estraneazione e di smarrimento, la persona (non importa il genere) ha ancora una certezza, la quale, come una bussola, o una stella polare, è ancora in grado di essere guida sulle e tra le onde del Mare che Claudio Ottaviano adotta come metafora del vivere: l’immagine. Ma non la immagine a sé stante, o autosufficiente, bensì l’immagine in relazione alla parola di poesia, nel rapporto dialettico Immagine/Parola, almeno secondo il pensiero del grande «poeta dell’esilio» Iosif Brodskij (Nobel per la letteratura, premiato dagli Accademici di Svezia nel 1987). Su tale rapporto Brodskij scrive:«Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia». Esemplari, sotto tale aspetto, appaiono questi versi di Claudio Ottaviano, in Vamos a la playa (p.31): Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 3

La Giustizia 3.   Una trama di echi

Citare per credere. Per capire, per approfondire. Per cogliere, per stanare dei nessi che altrimenti si perderebbero nell’insieme. Un insieme, peraltro, messo in moto per frammenti, per accostamenti, per suggerimenti che non hanno nulla di ultimativo, ma brillano di luce propria, una luce che si riverbera su altri consimili, canonici o eccentrici, brandelli di giuridica sapienza. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Marina Agostinacchio

Gentile Fabrizio, la poesia abbonda come i sedicenti poeti. È diventata una specie di giungla per cui è difficile orientarsi. Scrivere può aiutare quando non è atto di vanità. Penso che se la poesia nasce come un atto onesto, ricerca di parola per sondare se stessi, scandagliare, intento comunicativo leale, possa contribuire a rendere migliori. Inoltre, se si apre lo sguardo all’altro, se si sposta l’attenzione da sé al mondo, la poesia, come l’ arte in genere, può essere una delle possibili vie di miglioramento per la nostra vita. La poesia è pensiero, progettazione, sogno, atto concreto di opposizione, di protesta al malvagio dell’ uomo. E lo fa nei modi e secondo un come personale che non può prescindere dall’ uso di schemi formali, di ritmo, di suoni. Ecco, mi sento di risponderle così e mi scuso di non averlo fatto in word

Francesca Cannata

a cura di Giorgio Stella

VIII

Niente.
Ombre di fantasmi.
Fremiti e freddo
niente
ero giunta da molto lontano,
amavo il pericolo senza rischio.
Mi ammantavo di ogni parvenza.
Niente
sono venuta da lontano,
Niente
La strada è cosparsa di polvere
sento odore di carne Cristiana.
Sono venuta da molto lontano
ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano
ho trovato puzze e barocci.
Ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano.
Mi sono sorpresa a cercare i brividi freschi
delle notti infocate.
Niente…

La parola ai poeti. Salvatore Sblando

Era lo scorso febbraio quando sono stato invitato a scrivere il mio pensiero sulla poesia da Fabrizio Centofanti.
Da allora sono passati diversi mesi e mentre scrivo (siamo a fine agosto 2024), fatico ancora a trovare una formula unica che mi faccia dire: “Ecco, poesia è per me questo” ma proviamoci.
In questo arco di tempo non ho trascurato la richiesta, quando c’è chi vuole coinvolgere e far esprimere il proprio pensiero, a maggior ragione in periodi come questi dove chi condivide arte e cultura è visto come un perditempo, occorre rivolgergli il massimo della considerazione.
E dunque eccomi qua tra una pausa e l’altra del mio impegno divulgativo e di diffusione culturale sul territorio a tentare di mostrare il personale sguardo sulla poesia. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Con tutto il cuore

«In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». [Mc 7,1-23]

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Sicuramente non è un anacoreta. Anch’io, qualche volta, sono un mistico (Università della poesia J. R. Jiménez, 2023) è una piccola perla di Daniele Giancane. Dieci poesie che sono un distillato essenziale  ci lasciano il succo di una poetica intera.  La mistica qui richiamata (anche con un granello non blasfemo di autoironia) non è monologica ma invocativa. Non è liturgica ma metafisica, prospetticamente inserita nel vuoto; in un vuoto che non è assenza ma vacanza e dunque avvento. Un mistero, alla fine, che noi/ in tutto questo ci siamo,/ ci siamo. Come ha scritto nella nota finale, Giancane ha già pensato alla propria epigrafe: “Visse per la poesia – E fu un’esistenza esaltante”.

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Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 2. Mauro Germani

In questa seconda uscita della Rubrica Postille alla poesia ho il piacere di intrattenervi sul libro di Mauro Germani, Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, pubblicata da puntoacapo Editrice nel corrente anno 2024.
Cercherò pertanto di condensare qui i miei pensieri di lettore senza alcuna intenzione di eccessiva delucidazione. E in anteprima dico di aver colto in questo libro l’afflato lirico, la dimensione esistenzialista, lo scavo della/nella parola per cercare di uscire dall’impasse della morte, il ruolo dell’infanzia, la città di Livorno e la madre del poeta – madre nostra prima e indimenticabile “casa”, come scrive il poeta stesso – e infine il senso del sacro riposto nella ricerca poetica, ma anche, da ultimo, e più che mai, nella speranza e nell’affido al mistero della fede. Continua a leggere

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