Aurelia del catanese Giampaolo De Pietro è un poème en prose ricco di straniamenti sintattici, depistaggi, bisticci linguistici, improvvise sortite in qualche modo ‘nervaliane’ (Aurelia è anche un personaggio di Gérard de Nerval). Ritorna l’onirismo, ritorna soprattutto la quête del femminino, sgusciante com’è ovvio che sia, in fuga perenne. Non a caso Pina Napolitano scrive molto opportunamente nella prefazione: «Tutto Aurelia pare sia scritto in viaggio – un viaggio in treno, costeggiando il mare, e forse viaggio è la parola chiave per accompagnarne la lettura. Viaggia Aurelia stessa, innanzitutto nel tempo: un presente mobile, l’“ora” della narrazione un tassello che si sposta dall’infanzia all’adolescenza, alla maturità e maternità di Aurelia – quanti anni abbia Aurelia adesso, mentre il viaggio si svolge, non è detto. Viaggia Aurelia, creatura leggera, tra sogno e realtà, dove i sogni sono anche più della realtà sostanza vera del suo essere». Aurelia è una donna, ma anche derridianamente uno “stile”: quello della verità. Continua a leggere
Incapaci
Il segreto di Solveig
La collana Corcyra de “i libri di Mompracem” (brillante iniziativa di Paolo Ciampi) presenta “Il segreto di Solveig” di Olivier Sorin, tradotto da Giovanni Agnoloni che, con la sua proteiforme abilità di traduttore, sa entrare nello spirito, ma anche nella quotidianità, dei personaggi (che, come quasi sempre, sono alter ego dell’autore). Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”.
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Paolo Ruffilli
La propria verità
Scrivere la storia
del mio caso,
pur sapendo che
a nient’altro vale
che a provare a se stessi
la propria parziale
incerta verità
e non è solo colpa tua
il tuo inutile delitto
ma della parte
più brutale della vita.
Ho avuto, un tempo,
sedici anni anch’io.
È un’età tragica,
il grande spartiacque
in cui di colpo
un’esperienza sola
ti segna o può segnarti
per tutto il tuo futuro.
Magari te ne scordi,
ma ecco all’improvviso
che riappare un giorno
e ci si rende conto
che si è stati spinti
proprio da quella
in una direzione
senza più ritorno.
Respiro
20 righe (per niente) facili
di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Azzardi dell’Io (Ensemble, 2024) di Alessandra Peluso è esemplare di questa espressività. Non ti attendo dall’aurora ma/ dalla cantina del vicino/ con un bicchiere in mano a festeggiar l’amor profano. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando molti apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia. Apri lo stomaco/ che son pronto/ a sputarci/ dentro/ (…) Dello stesso sapore/ saranno le mie parole/ che si sgretoleranno al sole.
Intervista
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 15
Il bello dell’amore
Narratori del Nuovo Millennio – Marta Baiocchi
Nell’appuntamento di oggi incontriamo Marta Baiocchi, una scrittrice che lavora nel campo della ricerca scientifica – “una persona tra due mondi” come si definisce – che ho invitato in questa rubrica per il suo punto di vista insolito sulla scrittura.
Mi sento, questo sì, una persona tra due mondi: la ricerca e la narrativa, che non sono solo due attività distinte, ma, nella mia percezione, due modi diversi di porsi di fronte alla realtà.
Una posizione scomoda, diciamolo, però così magica, fascinosa.
È sempre stato così per me, fin da quando ho memoria: quella curiosità avida verso il mondo, gli oggetti, le cose che si muovevano intorno a me, le cose che facevano cose. Volevo toccarle, tutte, metterle in bocca, assaporarle. Possibilmente aprirle, meglio ancora romperle, per vedere cosa c’era dentro, come funzionavano.
Non credo di essere stata molto diversa in questo da tutti gli altri bambini, ma non so se a tutti ne resta qualche traccia nella memoria, come a me. Io ero quel tipo di bambina (nonsoloimaschi) capace di passare un pomeriggio avvitando e svitando una manciata di bulloni ai propri dadi. Indignandomi poi se di qualche dado o bullone non si trovava la controparte giusta. Io ero quel tipo di bambina a cui bisognava nascondere le lampadine del flash della macchina fotografica. Perché me le mangiavo. A quei tempi, le macchinette fotografiche non avevano batterie né flash incorporati: per ogni foto bisognava mettere una lampadina nuova, che faceva un unico flash, col quale si bruciava e andava poi buttata. Si compravano a scatolette, da sei, da otto, non so, ma me le ricordo bene, erano minuscole, graziose, di un bellissimo azzurro trasparente, molto appetitoso. Non ricordo precisamente di averle mangiate, me lo hanno raccontato, ma so che quel tipo di vetro azzurro e trasparente mi evoca da sempre un senso di attrazione invincibile, ora non voglio arrivare a dire di acquolina in bocca. Continua a leggere
Dappertutto
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 59
Chandra Candiani, I visitatori celesti

Da oggi è in libreria I visitatori celesti (Einaudi 2024) di Chandra Candiani. Un invito ad ascoltare i visitatori celesti per rimanere umani, un saggio che come un esercizio poetico “è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo” (I. Brodskij, Profilo di Clio). Continua a leggere
Cosa direbbe
Lo stato dell’arte. Gabriella Grasso

Alcuni giorni fa leggevo una poesia tagliente come una lama di luce, scritta da un’amica poeta che stimo molto, e riflettevo proprio sulle domande che mi pone Fabrizio in questa conversazione tra autori, intrapresa già da qualche mese. Quel testo denunciava un senso di impotenza, quasi di inutilità della poesia e dell’arte in genere, in un mondo che sembra aver perso capacità di ascolto e di sguardo critico, che non abbandona la barbarie della violenza, che esalta il paradigma della mercificazione, con tutti i suoi corollari: la fretta, la pragmaticità, l’isterilirsi della capacità immaginifica, l’opportunismo, l’apologia dello sfruttamento. Cosa ha ancora da dire e da offrire la poesia in contesti che sembrano già averne decretato la marginalità? Sono domande cruciali e ci sarebbe tanto su cui confrontarsi, ma cercherò di toccare alcuni punti che mi sembrano particolarmente importanti. Alla mia amica poeta che si poneva questi interrogativi ho risposto, quasi di getto: “la poesia non sana, non consola, non decide. E tuttavia mi sembra necessaria”. Ecco, io la vedo così: sgombriamo il campo da credenze magiche, fantasie da vate o superomistiche. Continua a leggere
Saperlo
Quella rigenerante scalata verso l’amore e l’umiltà per adorare e contemplare Gesù Cristo.
In diverse occasioni ho pensato alla “conversione” come ad una vera e propria montagna da scalare e così mi è venuto anche di pensare che all’apice di questa montagna ripida ci aspetta con pazienza infinita Nostro Signore Gesù Cristo.
A condurci fin su la vetta è la Vergine Maria, che ci accompagna con amore e grazia, e un’inesauribile schiera di serafini. Ella rimane sempre al nostro fianco nella fatica e nello sconforto. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». [Mc 7,31-37] Continua a leggere
Quattro quadri per “Macchine del diluvio” di Stefano Massari
I.
Primi dodici morti: ognuno incarna un transito verso l’impossibile della salvezza. In questa prima sezione del libro dominano la materia, la sovranità del caso e le proiezioni dell’angoscia. Dominano– eppure chiedono alle creature di obbedire al dolore che infliggono loro; vorrebbero che si riconoscesse il magistero della sofferenza. Come se il dolore accettato smettesse di essere tale. Ed è questo che Stefano Massari rifiuta. Tutto l’ethos del poeta si risolve in una legge: il dolore non ha nulla da insegnare a chi lo patisce. Che possa insegnare a chi lo osserva è ignobile. Continua a leggere















