La parola ai poeti. Andrea Rompianesi

La mia pratica poetica ha avuto inizio nel 1979. Spontanea come può esserlo la necessità di cogliere una via espressiva nell’equilibrio di una tendenza a ricercare il senso delle cose. Da subito, quindi, una vocazione filosofica che andava a costituirsi non attraverso il saggio speculativo ma utilizzando la formula letteraria che presto ha visto affiancarsi alla poesia anche lo sviluppo di una prosa creativa o poetica, propriamente descrittiva e riflessiva. Direi la ricerca di un significante letterario in grado di esprimere un significato filosofico, specificamente metafisico. Questo attraverso la ricerca nel linguaggio, la peculiare attenzione al termine possibilmente esatto per contenere l’indicazione svelante, la possibilità di costruire un’architettura testuale profondamente fondata sul valore ritmico e fonetico ma anche visivo e grafico poiché il testo, nel suo equilibrio significante/significato, abita lo spazio della pagina. La tonalità metafisica è ricercata nel rapporto con gli enti, con le cose, gli elementi; la fisicità è poi negli aspetti dei corpi, così come il rapporto con le pagine, nella proprietà intertestuale dei riferimenti, e quello con i luoghi che hanno definito l’importanza della tematica del viaggio come sintesi di contatti. Temi apparentemente paralleli che in realtà convergono su di un obiettivo comune: la necessità di un senso. Fondamentale l’acquisizione di una dizione di ricerca rispetto ad un esito solo sperimentale, fermo alla dicitura del significante in chiave ludica o eversiva come è avvenuto nella storia della letteratura; la ricerca invece coniuga l’evento scritturale con l’approfondimento concettuale che va oltre il significato immediato, verso un percorso ulteriore. L’approccio è quello della critica stilistica che vede come un certo tipo di sensazioni sia talmente profondo da richiedere un linguaggio altro, non usuale o comune, ma capace di una ibridazione esplicativa. Il testo si costituisce quindi in una sua natura complessa dove le intelaiature sintattiche offrono coinvolgimento adeguato alle seduzioni semantiche. Il mio ormai lungo tracciato si è definito, ad oggi, in trenta titoli editi tra poesia e prosa.

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La giustizia. 4

La Giustizia 4.   Un tiro alla fune

Giustizia e poesia: opposte squadre impegnate in un combattuto tiro alla fune, che non prevede vincitori né vinti, avendo piuttosto l’obiettivo, nell’ininterrotta tensione, di render conto del potenziale umano così com’è, non solo come dovrebbe essere. 
Sto visualizzando, attraverso quest’immagine agonistica, l’idea portante di un volume che sin dal titolo, Giustizia poetica, mette a confronto due mondi apparentemente non conciliabili, due mondi conchiusi in sé, autosufficienti, ciascuno in grado di evolversi e di espandersi, di convincere e spiazzare, di suscitare rifiuto o rispetto. La scommessa di Martha C. Nussbaum, filosofa statunitense, è viceversa quella di avvicinare i due mondi, di compenetrarli quasi, attraverso uno scambio di prospettive capace di riscattare l’aridità troppo spesso accettata della vita civile, che si traduce poi nel dettato e nell’osservanza di norme giuridiche le quali altrettanto spesso giungono a configure un essere umano incompleto, riducibile e riconducibile al solo raziocinio.  Continua a leggere

Elio Grasso, Orienti I-II-III

di Antonio Fiori

Elio Grasso, Orienti I-II-III, pp. 117, euro 15,00, puntoacapo 2024

Gli “Orienti” di Elio Grasso rispondono a una grammatica propria e a una carta geografica tutta da verificare. Silvia è la musa che, rivivendo i suoi viaggi, dà voce e occhi nuovi al poeta: l’oriente ligure, Venezia, Marrakesh, Praga, Istanbul, sono i luoghi dove si rimette in discussione la guerra, il confine, il potere, consapevoli “che coscienza e intelligenza si scontrano deflagrando”. Di storia e politica non si parla esplicitamente, ma tutto il libro ne trasuda: “Forse siamo, senza saperlo, i resti di un’Apocalisse” (così l’unica riga di “Secolo aggiunto”, che chiude la prima parte del libro). La poesia appare a un certo punto come vittima sacrificale, pronta a lasciare il mondo in cambio del dono della comprensione e del pentimento, ma poi eccola ancora lì – “La poesia è come prima. Nessuna poesia è come prima” – a dimostrazione che mai comprenderemo fino in fondo accadimenti, colpe e ragioni, e che dunque di essa avremo bisogno ancora, anche se, confessa il poeta, “Non sappiamo se sia un bene che la poesia fermi gli orologi”. Nell’alternarsi di prosa e poesia, incontriamo anche testi d’intenso lirismo, dove la musa si muove in una natura propriamente mitologica: Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il comparativo

«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». [Mc 9,30-37] Continua a leggere

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L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi

Riflessioni di carattere estetico

Per un’estetica personalista 

Fin dai primi numeri di «Atelier», dalla metà cioè degli Anni Novanta, ci lamentammo dell’omertà della critica, dichiarammo i limiti dello Strutturalismo in un periodo in cui tale sistema regnava incontrastato nelle università e negli studi. Marco Merlin si accinse a rivalutare la poesia degli Anni Ottanta e Novanta, da molti dichiarata morta, e noi proponemmo una rilettura delle composizioni in versi dell’intero secolo, mettendo in adeguato risalto la tradizione. Continua a leggere

Poesie per te, Gianandrea Cocco

Poesie per te, Gianandrea Cocco

Recensione di Ivano Mugnaini

Torno a occuparmi dei libri di Gianandrea Cocco, dedicando la lettura in questa occasione a Poesie per te. In precedenza avevo commentato Scritti, abbozzi, forse poesie, un libro in cui l’autore descrive, con parole nitide, sobrie, mai “melodrammatiche”, il suo ruolo nel mondo, il modo in cui vede se stesso in relazione agli altri e la sua natura di poeta, non ostentata come un vanto o un privilegio ma descritta con lucida precisione, come una condizione che contiene anche il fardello della solitudine a compensare la bellezza e la possibilità di fare scelte controcorrente, quelle che mettono l’umanità davanti al profitto e la sincerità molti passi prima dell’opportunismo, ad esempio. Continua a leggere

Liricoterapia. Dario Villa (1953-1996)


rimuoverò le schegge
dei mille specchi gettati
ovunque nella sala ad alterare
senso e contorni

camminerò nell’aria
pulita luminosa illuso forse
di poter sciogliere un ben noto nodo,
un fato fatuo, fuochi come enigmi

non potrò più distinguere,
celesti, volta e intonaco, o dall’intimo
l’esterno, antichi da mai visti luoghi
andati con il tempo

cancellerò i cancelli
mi muoverò tra minuti cristalli nell’agonia della luce nel prisma
dell’io disperso in quei frantumi

*
[da Architettura, pittura, fotografia]

Frammenti di Cinema # 80

di Pasquale Vitagliano

Una rassegna televisiva di film dedicati ai treni mi ha dato l’idea per questo frammento sui mezzi di locomozione nel cinema. Partiamo proprio dai treni. Qual è il treno più importante nella storia del cinema? La risposta più semplice sarebbe L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Auguste e Louis Lumière, proiettato a Parigi il 28 dicembre del 1895. È stato a lungo considerato erroneamente il primo film – in realtà un cortometraggio della durata di 45 secondi – nella storia. Fu invece preceduto dall’Uscita dalle officine di Lumière a Lione. Poi c’è il treno di Buster Keaton ne Il generale del 1926. La scena del crollo di un ponte al suo passaggio è stata, come abbiamo già scritto, la più costosa di tutti i film muti: 42 mila dollari, circa 3 milioni di oggi. Il treno più memorabile resta, comunque, quello di Cassandra Crossing (1976) diretto da George Pan Cosmatos. Combinando virus, catastrofe e spy-story può essere considerato un modello di genere.

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Intervista a Giulio Mazzali

di Luca Pizzolitto

1) La pratica del buio è la tua terza raccolta poetica, che vede la luce a distanza di 7 anni dal tuo primo libro, Tempora. Come è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il tuo essere vicino alla poesia, sia per quel che riguarda la lettura, che la scrittura?

      Giocando con le parole del Premio Nobel W. Szymborska, mi piace definire Tempora “la prima prova della mia insoddisfazione”. Fin dai primi testi essa ha corrisposto all’urgente bisogno di esprimere in versi, non sempre riusciti, una personale condizione di patimento e malessere. Una raccolta a me molto cara, accompagnata nel corso della sua travagliata composizione da avide letture. Un momento preliminare, volto alla ricerca di voci poetiche che rappresentassero un “corrimano” esistenziale. Ricerca che negli anni successivi è divenuta dialogo sempre più fitto, scambio lucido e inesauribile, necessario, senza il quale nemmeno quest’ultimo libro, La pratica del buio, sarebbe mai nato. Continua a leggere

Danzare fra il buio e la luce. Una cura dell’anima

Danzare fra il buio e la luce   Una cura dell’anima
racconto

 e
I segreti della narrativa   Il romanzo e il racconto
saggio

di Cristina Pennavaja

Recensione di Ivano Mugnaini

Quest’ultimo libro di Cristina Pennavaja ci offre una narrativa atipica nel suo approccio, e preziosa nella sua specificità. Non ci troviamo di fronte a raccontini infiocchettati di nastri e faccine rassicuranti. Il racconto lungo ci presenta un ritratto di famiglia senza cornici e senza filtri, che non ci pone di fronte a tragedie estreme. E questo (paradossalmente ma neppure troppo), lungi dall’essere un sollievo, è una sfida e un ulteriore motivo di timore. La tragedia è un evento raro che noi, per una forma di difesa psicologica, tendiamo sempre ad attribuire ad altri luoghi, ad altre persone. La esorcizziamo e cerchiamo di relegarla nell’orizzonte di esistenze distanti dalla nostra. La pena in apparenza minore, in apparenza sopportabile, riservata alla stragrande maggioranza di noi, non è eludibile, invece. Perché riguarda noi, anzi è noi. La nostra pena è noi, e noi siamo la quotidiana sopportazione di dolori che non raccontiamo agli altri per evitare che ci dicano per la milionesima volta che non si tratta di nulla di grave, perché in fondo “è la vita”. Ecco, per dirla con Henry David Thoreau, “La massa degli uomini conduce una vita di quieta disperazione; quella che si chiama rassegnazione è disperazione istituzionalizzata”. Continua a leggere