Archivi tag: Roberto Plevano

Il portacenere

di
Roberto Plevano
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§ Il portacenere

Anna fumava come un camino. Fumava come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò di fronte a lei, Luca fece silenziosamente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, aperti e consumati in ripetitiva compulsione. Accendere e non far nemmeno caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sul risvolto della bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che eccedeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna socchiudeva gli occhi. Solennità e automatismo della cerimonia.
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Vivalascuola. Ciao, Lucy pestifera!

216551_107145182704087_1678755_nLucia Tosi è mancata sabato 9 luglio. Insegnante, poetessa e scrittrice, ha collaborato a vivalascuola con numerosi articoli, tra cui ricordiamo questo, scritto alle prime avvisaglie dei superpoteri assegnati ai Dirigenti Scolastici, questo su “A cosa serve il Latino?“, questo sulla progressiva scomparsa dell’insegnamento della Geografia nelle scuole italiane, questo in occasione dei tanti pronunciamenti governativi contro chi educa al senso critico a scuola… e tanti altri su vari aspetti della didattica e della politica scolastica, che si possono leggere scorrendo l’archivio di vivalascuola. E ancora di più ci piace ricordarla con queste poesie, queste e quelle che si possono leggere sul suo blog. Qui presentiamo un saluto di Roberto Plevano a nome della redazione di vivalascuola e di lapoesiaelospirito. Ciao Lucy!
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Il commento

di
Roberto Plevano
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§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, con occasionali mugugni e genuino compiacimento di sé, dietro la scrivania, nella prassi e identità di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano soltanto i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di bobine nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, famiglie intere hanno un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare; e per buona sorte, questo passo gli è stato possibile.

Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per anni, eppure lui dice: tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti, con redditi come il mio, c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere una specie di fallito, uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme.

Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello di imprenditore.
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Il terreno morale

di
Roberto Plevano
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§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.
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IO

di
Roberto Plevano
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§ IO

Ecco la parola più difficile da definire, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e molti altri ancora.

Per limitarci alle lingue indoeuropee: IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET ecc. ecc.

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso: il significato varia con le infinite idee che gli esseri umani hanno di se stessi. L’univocazione è impossibile: il pronome viene predicato da esperienze diverse, ma non sempre si usa lo scrupolo di distinguere: «IO sono un cittadino che paga le tasse», «IO sono innamorato», «IO sono un animale che pensa» (l’ultima frase è il giudizio di un ottimista).

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, in un’autoreferenzialità paradossale. L’analisi critica di questo riferimento finisce col contraddire pressoché tutte le credenze che gli esseri umani intrattengono su loro stessi, le relazioni tra loro, il loro posto e destino nel mondo che abitano.

Ma non sono questi tempi propensi all’analisi critica.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»
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Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
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toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca e Anna si incontrarono dopo l’applauso finale del partecipe pubblico di studenti – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma il valore corrente di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non è una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca e Anna non si incontrarono mai davvero.
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Vivalascuola. Arrivano i buoni

Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini). Continua a leggere→

Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?

La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.

Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).

Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi

Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere→

Un tipo da montagna

di
Roberto Plevano

§ Un tipo da montagna

Ci avviammo lungo un sentiero che s’inoltrava nella pineta. Andavamo alla spiaggia nascosta, l’ultima con un accesso difficile, o non proprio alla portata di tutti (ma alla nostra sì…), e lì non avremmo trovato bambini, ombrelloni, borse e carrelli. Siamo gente essenziale: lasciata la macchina sulla strada in alto, con noi solo un leggero ricambio e un telo da stendere sui ciottoli.

L’accesso è difficile e rischioso, ma non è un fastidio, è un piacere. Nostra è la costa, e tutti gli anfratti e pareti (così pensavamo). Con il caldo e le giornate lunghe si va, ci si arrampica, si discende per gli scogli taglienti, a picco sul mare. Ci spinge il desiderio di stare al sole come le lucertole, ferme finché c’è quiete, per l’intero pomeriggio. Certamente, inutile illudersi, la gente arriva comunque, col gommone, colla barca… Non saranno tanti, è ancora presto, non è alta stagione, ci diciamo.

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Che figura! L’accumulazione

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Perchè parlare di figure retoriche? e perchè proprio dell’accumulazione?
Provo a rispondere partendo au contraire, dall’opposto dell’accumulazione: la sottrazione.
“Un buon scrittore non deve mai spiegare..” diceva Ennio Flaiano.
E’ opinione diffusa e condivisa che il lavoro dello scrittore debba essere di sottrazione. Il non detto ha fascino, ed è efficace, a condizione che quello che si omette sia conosciuto e dominato dall’autore. Altrimenti ciò che è fuori dal testo resta anche fuori dalla comprensione del lettore.
Fior di scrittori hanno raggiunto grandiosi risultati utilizzando le figure retoriche che rientrano nel gruppo della sottrazione. Tanto per gradire, un piccolo esempio, tratto dal romanzo d’esordio di Davide Longo, Un mattino a Irgalem: Continua a leggere→

Gli acquerelli di Hitler

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di R. P.

«I never had a real understanding of how you take a failed landscape painter and turn him into a fanatical mad man who controls millions. That’s some trick. I mean the powers that created him must have been awesome.»
Bob Dylan (da qui)

Uscir fuori allo scoperto. Pubblicare. Mica era tutto chiaro e prevedibile, all’inizio. Sì, sì, qualcosa da dire, una storia da raccontare, puntualizzare davanti al mondo, tardivamente, certe faccende, passate ormai come mozzarelle dell’altr’anno. Vincere il dubbio che quelle mie parole che mi illudo venire da dentro, siano inutili, proprio parole al vento, parole che non possono cambiare niente (no, quel dubbio non si vince, è sempre più forte e non è nemmeno più dubbio, mutato intanto in certezza). Scontando l’inanità dell’impresa, rimane la vanità personale allora, certo, perché no? Che c’è di male? Si può sopprimere tutto quel garbuglio di strategie comunicative, di ostentato contegno, di atteggiamenti, che sono per noi la ruota del pavone? Vivi nascosto. Ma quando mai! Continua a leggere→

St. James Infirmary, Louis Armstrong

di
Roberto Plevano

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=P1L9uEEKrLY]

I went down to St. James Infirmary
Saw my baby there
She was stretched out on a long white table
So cool, so sweet, so fair

Let her go, let her go, God bless her
Wherever she may be
She can look this wide world over
But she’ll never find a sweet man like me

When I die bury me in straight lace shoes
I wanna a box-back coat and a Stetson hat
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys’ll all know that I died standing pat

Dicono che il tempo sia rimedio a ogni perdita e asciughi ogni lacrima, ma non è mica tanto vero, le cose vere ritornano, come la luna, come le maree, come la neve, e il dolore è una cosa vera, e viva, che pulsa. Nel dolore c’è qualcosa di femminile, qualcosa che matura e diviene pieno, fino a scoppiare, e poi avvizzisce, ma non muore e giace dormiente finché la nuova pioggia, il primo sole, o il richiamo di un uccello notturno lo desta. Continua a leggere→

Il primo bacio, un’altra cicca


Questo testo, già apparso con qualche variante come racconto nell’antologia Hai da accendere?, Giulio Perrone Editore, 2008, è tratto dal romanzo 100 miglia (0111 Edizioni, 2009).
(N.B. L’autore non intende promuovere o incoraggiare in alcun modo il tabagismo)

Era come guardare i due all’interno della stanza dal buco di una serratura, dietro la porta chiusa. Esserne costretto per necessità di testimonianza, per poter dire: ecco, io c’ero, io ho visto, io so, quello che affermo non potrà essere negato. Non potrà essere deriso. Due personaggi, seduti uno di fronte all’altro ai lati di una piccola scrivania in legno chiaro con il piano ingombro di libri, annotazioni, e una scatola di latta piena di mozziconi di sigarette a far da fermacarte, ben chiusa per buona sorte. La settimana di una fumatrice, e infatti la stanza ha visto molto fumo, fumo nervoso, fumo di giovani che non fanno caso all’inalazione, continuano a parlare e muoversi e far schemi e guardarsi. Gli adulti, quelli per cui l’età comincia a essere una domanda, prendono tempo e sospendono alcune attività, ogni boccata è una pausa rubata, al lavoro, agli impegni, alle preoccupazioni, anche agli affetti. Ma questa non è una vicenda di adulti: due personaggi, un uomo e una donna giovani, soli nella stanza. È scontata la disposizione ad amoreggiare. Continua a leggere→

Li ho visti

Questo breve racconto (il mio primo tentativo narrativo messo in pubblico senza ricorrere a un nick, arrivato tardi, con i capelli grigi) è “uscito” sul sito Doctor Blue and Sister Robinia circa un anno fa. Una bizzarra circostanza lo ha visto apparire qualche giorno dopo su un giornale locale, Il Giornale di Vicenza. Come se questa sovraesposizione (parzialmente pseudoepigrafica, come si vedrà) non fosse stata sufficiente, lo si ripropone qui, come un addobbo natalizio riciclato. Continua a leggere→

Viktor Šklovskij, Zoo o Lettere non d’amore. Un ritrovamento

Devo decidermi a portare via gli scatoloni dalla casa dei miei, non posso più aspettare. Per anni, decenni, ho procrastinato, e la pila è diventata un grottesco monumento della mia pigrizia. Vecchi vestiti, oggettini, una collezione di pipe (e chi fuma più la pipa oggi?), penne e matite, ciclostilati ingialliti (i ciclostilati!). Soprattutto libri, la mia piccola biblioteca di ragazzo. I libri non invecchiano come i vestiti, non ingialliscono come i volantini e le rivistine ciclinprop. La loro carta con il tempo vira piuttosto sul tono latte panna delle latterie di paese – quando c’erano i paesi – piccole botteghe di bianco piastrellate, bottiglie di vetro, i contenitori di latta allineati sul pavimento, mestoloni, secchi e imbuti ramati, l’odore pieno che pareva depositare sul palato qualcosa di asprigno ma senza durezze. Anche i libri col tempo distillano un odore, ma tenue, un po’ dolce, come di pianta di vaniglia essicata. Depositano col tempo qualcosa. Le latterie sono andate, le biblioteche resistono. L’ultimo fronte. Continua a leggere→

Oratio Dominica

Nella foto, il testo cimbro del Pater inciso sul bronzo in Val Terragnolo

Renato si divertiva spesso a ironizzare sui nostri piccoli riti domestici.

«Così mandi i tuoi figli a catechismo, ci tieni a dar loro una formazione religiosa. Non mi ricordo di averti mai visto esibire molta devozione da giovane», mi stuzzicava.

«Appunto, non ho mai esibito un bel nulla. Tu non hai bambini, non conosci i vantaggi dell’insegnamento religioso. E non intenderli in senso pragmatico. I miei figli cresceranno e potranno fare quello che piacerà loro, ma intanto la loro educazione sarà completa, avranno più scelte davanti: se uno dev’essere ateo, o pagano, come sono molti adolescenti, e sei tu, che lo sia con cognizione di causa, non per ignoranza assoluta». Continua a leggere→

neossoi gypos

From: Luca
Subject: i miei volatili
Date: Thursday, August 28, 2008 10:42 PM
To: errepi

Ti devo raccontare di un mio volo del mese scorso. Ho incrociato dei grifoni! E ci ho volato insieme, verdad! Tu non puoi avere idea della loro, come dire, nobiltà di movimento. Te ne accorgi subito, se li osservi nel loro elemento, se ti avvicini mentre volano. Non puoi giudicare queste creature se sono a terra. Secondo una leggenda dei nativi del Nordamerica, l’aquila e l’avvoltoio sono le creature che salgono più in alto di tutte, e le preghiere degli uomini a essi affidate sono le uniche che arrivano alle orecchie di Dio. Buon segno quindi scorgere ancora le grandi ali sopra di noi e accompagnarle per un tratto di via nel cielo. I messaggeri non portano pena.
Nell’isola di Cres c’è un paesino alto sulla montagna, sul versante scosceso che precipita verso il mare, si chiama Lubenice. Da là, un giorno di luglio, pensavo di fare tutt’al più una planata turistica fino alla spiaggia, quattrocento metri più in basso. Invece mi ha preso una termica blu e sono salito subito di mille metri. Non ti dico il panorama. Continua a leggere→

Grotta di Shanidar, 37º 05′ N 43º 52′ E

Negli anni Cinquanta un gruppo di ricercatori della Columbia University scoprì in una grotta sui monti Zagros alcuni scheletri di uomini vissuti suppergiù quarantacinquemila anni fa. Uno dei ritrovamenti attirò subito l’attenzione e fu oggetto di studi specifici: si tratta di un maschio deceduto all’età di circa quarantacinque anni, un’età considerevole, a quanto si sa delle aspettative di vita dell’epoca. Continua a leggere→

Burma-Shave, Tom Waits


From: errepi
Subject: proposta finalizzata
Date: Sunday, March 21, 2007 8:36 AM
To: Pierpi
Pierpi,
Posso finalmente spedirti il manoscritto. In questi due mesi ho modificato parecchie cose e ridotto il numero di pagine.
Rispetto al nostro scambio di messaggi di dicembre, devo confessarti che ho tanti dubbi in più. In Italia si pubblicano troppe cose inutili, e la mia, temo, sarebbe una di più.
Quando avrai tra le mani l’opus, discuteremo del tuo… ehm… onorario.
Cordialmente,
Roberto Paranzo Continua a leggere→