
Recensione di Valter Binaghi
Pubblicata in forma ridotta sul Corriere Nazionale del 24-2-2008
Da un po’ ci si rende conto che il romanzo italiano è un oggetto mutante, e soprattutto che le categorie di genere che la critica tradizionale ha a disposizione sono consunte.
Quello che una volta si chiamava il romanzo “di formazione” è sempre più la biografia di un io-minimo: il diario tardo-adolescenziale del precario cronico o del bovarismo di sinistra, la cosmetica dell’anima new age, il “famolo strano” di scrittrici in guepière.
L’avventura, ma anche l’affresco sociale, sono catalizzati dal giallo e dal noir in cui invece sarebbe ingiusto non riconoscere, negli ultimi anni, scritture ben superiori alla tradizionale media del “genere”: esse si fanno carico non solo della rappresentazione dei caratteri della commedia umana, ma anche dell’indignazione sociale, e di quel tanto di politico che sempre contiene una rappresentazione del misfatto e dell’investigazione.
Poi c’è il romanzo che definirei tragico, quello che consapevolmente assume la “frattura ontologica”, la cronica insufficienza di un Senso puramente urbano alle vicende umane, e mette l’uomo in diretta comunicazione con le potenze del mito. Non sto parlando di un testo “superiore”, e nemmeno necessariamente “riuscito”, ma di una sorta di necessità che a un certo punto certi libri richiedono, forse anche certi scrittori. Genna è uno di questi. Lo si percepisce chiaramente con “Dies Irae”, e ancor più con questo ultimo “Hitler”, ma con esiti molto diversi. Continua a leggere


