
Gesù, sulla terra, ha pensato solo a noi: sarebbe bello pensare solo a Lui; avere come fine la Sua gloria, vivere di Spirito Santo, chiedendolo alla Madre, che lo conosce bene. Svegliarsi una mattina e pensarla così: sarebbe bello.
Archivi autore: fabrizio centofanti
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È bastato un solo giorno di pioggia. Dopo una lunga siccità, un caldo innaturale, ci sembrava che non potesse accadere, come un tempo sospeso, un’epoca senz’acqua, un cielo azzurro per forza, da meraviglia a condanna, da squarcio mistico a incubo infernale, quando si dimenticava che cosa fosse una nuvola, per non parlare di un ombrello – immagini? un mondo senza ombrelli, queste trappole fatte per essere perdute e ricomprate, se persino le canzoni – Azzurro, di Conte – diventavano antipatiche, addirittura insopportabili, se persino i vescovi cominciavano a fare la danza della pioggia, o la preghiera, non ricordo, e tornavano alla mente le giornate grigie, i nuvoloni che sembrano ovatta impolverata, così cupi e così desiderati, è bastato un giorno di pioggia per cambiare lo scenario, per sentire il sollievo dei giorni di montagna dove avverti l’odore inconfondibile, hai presente, lettore, hai presente, lettrice, quell’odore perduto, che ti afferra e ti porta in un’altra dimensione, ti ricorda di te, perché il peccato, lo sai, è dimenticare, non tenere presente, non apprezzare più, questo è il problema: non dire più grazie. L’ho annunciato, nel funerale di stamane – tanto nessuno legge – che ringraziare è il paradiso, è l’angolo di cielo che cerchiamo, e così, lentamente, ti rammenti del battito del cuore, dicevano i Padri, la vita di Dio dentro di te, la forza, l’energia, il potere vero che puoi comunicare, di cui ti servi per realizzare la missione, la tua missione folle, incompresa, che qui, fra gli alberi delle confessioni, appare di nuovo decisiva, l’unica possibile, e allora eccolo, si affaccia di nuovo, si propone, esplode, il fantastico, straordinario, ineguagliabile – l’ho detto anche nel funerale di stamane, il vero testamento – il grazie. In paradiso sarà l’unico linguaggio. Basta un giorno di pioggia, per capire.
Meriti
Appuntamento
L’enigma
Luigi Maria Corsanico legge Cesare Pavese. 4
Il dono
Lirico terapia. Calogero Bonavia
Una notte – avevo lasciato la finestra aperta –
un lampo entrò nella mia stanza.
Dio mi chiama – dissi – poiché sapevo che i
lampi sono parole di Dio.
E mi levai prestamente.
Un’altra bianca fiammata venne ad abbagliarmi
gli occhi.
Dissi: – Forse gli angeli passano giù per la via.
E m’affacciai.
Lungi, nella campagna nera, splendeva una catena
di lampade.
Erano figli d’uomini, erano i servi dell’uomo,
quelli che conoscono l’alba,
erano quelli che non comprano il pane, ma lo
scavano sotterra con affanno, tra i macigni
di gesso e di zolfo.
I servi camminano nella notte – pensai – perché
innanzi a loro sta il Pane.
I servi camminano soli nelle tenebre
perché innanzi
a loro sia l’Alba.
Da allora non temo le tenebre, e cammino solo
nella notte, sicuro che tu mi sia innanzi, o Signore
– come a tutti i servi – col Pane – e col Calice.
***
Un’immagine potente, che fa emergere gli ultimi: quelli che, a detta del Vangelo, saranno i primi.
La speranza
Lirico terapia. Zoì Karelli
Il roseto rampicante
veste di bianco, sempre di bianco, e bianco è il suo vestito.
Si stende, si distende al sole,
dal quale aspetta baci
per le piccole rose, ubriacature
d’oro e di fuoco dolce,
finché quelle rosseggino
del suo amore immenso.
***
Aspettarsi baci dal sole: con un’immagine sola, Zoì Karelli ha detto tutto.
La fede
Distrarsi
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Il tronco è tagliato alla base: era un albero maestoso, uno di quei pini che svettano e vedi da lontano, per esempio dalle scale che partono dalla piazza del santuario antico, e che percorri come un viaggio dell’anima o del cuore, in cui un gradino è un’epoca passata, un cerchio dell’albero, un tronco tagliato via di netto con l’accetta, come il Battista predicava, sant’uomo d’altri tempi, che parlava della scure posta alla radice, siamo lì, qualcosa che va tolto, o trasformato, che dovrebbe ritornare come un tempo, in origine, quando tutto era buono, anzi, addirittura molto buono, perché Dio le cose le fa bene, non vorremo anche dargli la colpa dei pasticci, e così, dicevo, l’albero, che poi, era l’albero della vita o qualcos’altro? che c’entra l’albero del bene e del male? Forse perché l’ebreo non era tanto interessato a quello che chiamiamo eternità, ma a ciò che definiamo morale, a come mi comporto, a cosa scelgo, e l’uomo, la donna, ish e issha, decisero loro cos’è bene e cos’è male, e così venne fuori un tronco storto, ed è quello che vedo, a pochi metri da qui, è il taglio radicale che il sant’uomo del Giordano auspicava o temeva, valli a capire questi santi. Il vento si è alzato in uno spazio di peccati e confessioni, in questo luogo che non avrebbe motivo di esistere se l’uomo e la donna non avessero mangiato il frutto, se il serpente non li avesse convinti a pensarsi come dèi, che poi, io dico, è meglio tenersi sempre bassi, è meglio fidarsi di qualcuno che affidarsi ad ambizioni smisurate, come quelle del demonio, sempre fuori misura, dall’inizio. I pappagalli conversano tra loro, non finiscono mai di raccontare, come se vivere non fosse che un racconto senza fine, interrotto da azioni secondarie, dormire, mangiare, che vuoi che sia rispetto allo snodarsi continuo degli eventi, al ritrovarsi qui con un taglio radicale, con l’idea di ripartire da capo, ora che hai capito che all’albero della vita ci si arriva arrotolando il nastro, tornando a quella prima parola, alla cosa molto buona che abbiamo perso per strada, lettrice, che abbiamo perso per strada, lettore, ma ti pare, come si fa a permettersi errori così scemi, come si fa a non capire? Come si fa a sbagliare vita?
Piazza pulita
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Luigi Maria Corsanico legge Hubert Reeves
Conoscere
Lirico terapia. Giorgio Caproni
“Proteggete il nostro
Protettore. Salvate
il Salvatore morente”.
Così predicava il Pastore
nel gelo della chiesa vuota, al lucore
dell’ultima bugia rimasta
accesa sull’Altar Maggiore.
***
Giorgio Caproni ci mette davanti a contraddizioni e aporie che richiedono una nostra decifrazione sempre ardua.
Stato di grazia

Stato di grazia: laicamente, è quando tutto fila liscio, senza intoppi, quando c’è un allineamento prodigioso tra corpo, psiche e spirito. In senso teologico, è quando siamo visitati dal perdono, pentiti di ogni male. Stato di grazia è rinascere, ripartire, rivivere. Il Signore sia con voi: siate in stato di grazia.














