Archivi autore: fabrizio centofanti

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Capire


I meriti di Gesù fanno miracoli: ci sono vite spente, perdute, che potrebbero accendersi e trovarsi nuovamente, se credessimo nel potere dell’offerta. Finché siamo qui, non è mai troppo tardi per capire.

Il segreto


Offrire il più possibile, dedicare a Gesù un azione, un evento, per pensare più a Lui e meno a noi, liberarsi dalle ansie superflue, dai giudizi nocivi, alleggerirsi, sollevarsi dalla terra e vivere del cielo: ecco il segreto.

Le parole della settimana. Fëdor Dostoevskij


Stralcio della lettera di Fëdor Dostoevskij, alla nipote Sof’ja Aleksandrovna Ivanova:
«E così io, tre settimane fa […], mi sono messo a scrivere un nuovo romanzo e ci lavoro giorno e notte. L’idea del romanzo è una mia antica e prediletta idea, ma è talmente difficile che per un pezzo non me la sono sentita di affrontarla, e se mi ci sono risolto adesso ciò è dovuto senz’altro al fatto che mi sono trovato in una situazione quasi disperata. L’idea principale del romanzo è quella di rappresentare una natura umana pienamente bella. Non c’è nulla di più difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accinti alla rappresentazione di un carattere bello e allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacché si tratta di un compito smisurato. Il bello è un ideale, e l’ideale – sia il nostro sia quello dell’Europa civilizzata – è ben lontano dall’essere elaborato. Al mondo c’è stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo, tantoché l’apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello costituisce naturalmente un miracolo senza fine.
Tutto il Vangelo di Giovanni è concepito in questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello»

Le parole della settimana. Ildegarda di Bingen


«Giungeranno tempi in cui le donne per conseguire la santità dovranno spogliarsi della loro natura. Poiché l’uomo è stato creato dal fango, mentre la donna è stata plasmata dalla carne e dal sangue. L’uomo al principio era nudo come un simulacro, per questo chiese alla donna affinché lo vestisse con la carne e con il sangue. L’opera fu uno stampo perfetto, come era nelle intenzioni del Grande Vasaio. Ma i tempi cambieranno. Si chiederà alle donne di dimenticare il corpo, vedendo in esso poco più dell’impaccio di una scorza. Come dice Aristotele, che la deformità della donna non fa parte dell’ordine naturale delle cose, il santo tanto più sarà innalzato quanto più si distaccherà dalla gabbia delle viscere. Le donne sante diventeranno pneumi. Dio, invece, che ama in ogni cosa la discrezione e l’armonia, non ha creato l’anima perché stesse a sospirare, ma affinché albergasse nel corpo, come l’ape nella sua arnia di miele. Ma questo mio intendimento non avrà fortuna, nei tempi a venire, in cui alla discrezione si preferirà l’eccesso e alla misura la vertigine». 

Così disse e io un poco quietai la malinconia che mi visitava ogni tanto come un’eclissi di sole. Il mio cruccio era di sentirmi lontana dalla santità, sempre fuori luogo, come quegli esuli che chiedono ovunque asilo senza sentirsi mai a casa, figli dell’orfanezza. Ora cominciavo a comprendere che, piuttosto che diventare santa, dovevo diventare donna. Ildegarda aveva impiegato tutta la vita per esserlo.

[da Lucia Tancredi, “Ildegarda, la potenza e la grazia”, Città nuova]

La parola ai poeti. Gian Piero Stefanoni


C
redo, semplicemente, come autore ma soprattutto come uomo in una parola e in un ascolto che sia al centro delle cose e del mondo, a partire dunque dalle dinamiche che ci determinano a noi stessi e agli altri. Soli non siamo nulla, mi ripeto e avverto continuamente. Soli non ci salviamo. E se la verità dell’uomo è nella condivisione, la natura e la forza di ogni vera poesia è dare dignità e racconto a questo vincolo fatto del medesimo respiro e del medesimo tormento. Io provo a muovermi in questa direzione, conscio della cura e dell’amore ma soprattutto della responsabilità che abbiamo negli accenti che andiamo a riporre nel percorso. Continua a leggere→

Lirico terapia. David Maria Turoldo

E dunque

Anche se il Nulla ti circonda come un oceano,

anche se mai la Nube si scioglierà

e nessuno mai a occhio nudo

ti potrà vedere,

ti raggiunga il canto del cuore,

il canto colmerà l’abisso.

***

La cosa che vale è che Tu ci conosci

come noi non ci conosciamo:

Tu, luce della nostra coscienza.

Anche di amarti a noi è negato

se Tu non semini in noi l’amore,

sola fine della tua e nostra solitudine.

 

***
L’illusione dell’autosufficienza svanisce con naturalezza nei “Canti ultimi” di Turoldo: la saggezza monastica del memento mori diventa respiro quotidiano.

INTERVISTA A MASSIMILIANO BARDOTTI

di Luca Pizzolitto

 

  1. Io ti dico “Poesia” e tu, in cinque righe, scrivi cosa vuoi…

 

In alcune tradizioni orientali il simbolo della poesia sono le foreste di bambù: quando soffia il vento, una musica meravigliosa si leva nell’aria. Ma le canne da sole non possono nulla, e anche il vento per tramutarsi in musica ha bisogno di uno strumento. Il vento è l’ispirazione, la canna il poeta. Da questa segreta relazione nasce il mistero della poesia. Continua a leggere→

Ci manca


Vorremmo amare, essere diversi, assomigliare a Te. Qualcosa ci spinge in direzione del tuo cuore, nel quale intravediamo la nostra identità. Ci inviti a dissetarci a questa sorgente, a prendere quanto vogliamo di quello che ci manca.

“Io sono un jazzista” secondo Vincenzo Staiano. Un’analisi del romanzo di Guido  Michelone

Il celebre docente, musicologo e saggista Guido Michelone si cimenta di nuovo con la narrativa e lo fa con quattro racconti pubblicati da Melville Edizioni con il titolo “Io sono un jazzista e altre storie”. Sì tratta di brevi racconti legati da un unico filo, la musica jazz, materia di cui Michelone è un profondo e raffinato conoscitore. Lo conferma nel primo racconto “Io sono un jazzista? Le ordinarie avventure di Richard Goodlife” quando narra le vicende di Riccardo Bellavita un sassofonista di jazz che sbarca il lunario suonando anche “musichette” di ogni tipo in locali di poche pretese. È una storia di ambientazione milanese che parte dalla fine degli anni cinquanta e fotografa con molta creatività linguistica la scena jazzistica di quel periodo. Bello il richiamo al sogno di tanti di un ingaggio su di una nave in crociera nei Caraibi con partenza da New York. Sogno realizzato e magistralmente raccontato dal grande contrabbassista Giovanni Tommaso nella sua biografia “Abbiamo tutti un blues da piangere”.

Il secondo racconto “Snodi. Una favoletta morale” si snoda in mondi immaginari. Il terzo racconto, invece, è un divertente noir incentrato sulla strana morte di un cornettista. A condurre le indagini un improbabile ispettore che, però, in quanto ad ‘affair’ con le testimoni è sicuramente abile quanto Montalbano.
Di grande interesse il quarto racconto di Michelone. È incentrato sulla figura del grande sassofonista statunitense Giuseppi Logan che il professore ha fatto conoscere in Italia grazie allo spettacolo teatrale “La scomparsa di Giuseppi Logan” prodotto dal Festival Rumori Mediterranei alcuni anni fa. Questa volta Michelone riporta Logan alla ribalta adottando un’intrigante sperimentazione linguistica e mettendo in atto un’operazione metaletteraria caratterizzata dall’uso dell’epistrofe, una figura retorica consistente nella reiterazione di una parola alla fine di ogni frase usata nel racconto. Si tratta di un espediente letterario mirato a segnalare i tic e i disturbi mentali e psicologici che hanno segnato la vita del musicista di Filadelfia. Servono anche a enfatizzare l’accento ritmico e il fraseggio del suo primo e bellissimo album intitolato “Giuseppi Logan Quartet”. Non a caso nel racconto ci sono continui richiami al free del gigante Albert Ayler, la cui morte resta ancora inspiegata.


Guido Michelone,
Io sono un jazzista e altre storie, Melville Edizioni, Siena 2022, pagine 107, euro 14,50.

La luna


L’umiltà è una cosa seria. Gesù la dimostra accettando di ridursi a un pezzo di pane e un po’ di vino. Lo faremmo? Ce la prendiamo se non riconoscono il valore che riteniamo di avere – magari a torto -, per cui la scelta di Gesù per noi è la luna.