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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.

5 maggio


Sei ancora qui, presente, come allora:

mi chiedi come sto, mi accendi

il cuore, come la porta aperta

sul paesaggio dei colli, dove gente

come me cerca qualcosa,

e non riesce a immaginare che è vicino,

molto vicino il senso. A me lo dici,

perché continuo a essere il cuore

del tuo cuore e mai ti ho perso,

neanche per un attimo. Gli uccelli

cantano imperterriti, lo sanno

che c’è sempre una ragione, come quando

fumasti la prima sigaretta, in ospedale,

e la suora ti sorprese dietro l’angolo:

quanto riso rubato alla tristezza,

quanta sana rivolta a malattie

mortali che avrebbero stroncato

il più robusto degli esseri. Auguri, amico mio,

grazie d’esserci ancora, in barba al tempo,

caparra dell’eterno, che mi viene già incontro

col tuo volto.

Mite e umile


Gesù viene a noi, si riposa quando trova accoglienza, se è atteso come l’Ospite dolce dell’anima. Lo Spirito ci insegna a diventare dimora del Santissimo, a vivere di Paradiso anche in mezzo all’inferno della terra. Nessuna violenza può vincere un Dio mite e umile di cuore, invincibile per questo.

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Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.

Cuore


Non bastano le cose materiali, lo sappiamo: si possono fare i regali più importanti, ma ciò che conta è il cuore. Per questo anche un povero può offrire da re: è il bello della vita, dove il possesso è nulla e il dono è tutto.

Talenti

I talenti, i pregi, le capacità, ce li ha dati Gesù. Lungi dal vantarcene,  restituiamogli ogni cosa, sapendo che è così che arriva il frutto. Ciò che conserviamo, si perde, tutto quello che diamo, resta per sempre.

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Il Coro canta a squarciagola ed è inutile chiudere finestre o mettere i tappi nelle orecchie: le note medievali giungono fin qui a ricordarci che nel mondo c’è qualcosa di estraneo, d’imprevisto, come quella volta che restammo soli in casa, nel luogo di vacanza, e cominciammo a sentire rumori che identificammo con serpenti, come se certi rumori potessero farli solo loro, e quando papà e mamma tornarono non riuscivano a capacitarsi di quella paura immotivata, ma noi sì, perché da piccoli tutto è possibile, soprattutto spaventarsi. Il coro fa una pausa: il direttore assomiglia a Branduardi, ma non ha più quel cespuglio di capelli che oscillava come la chioma della quercia in certi pomeriggi di novembre. Guardo la pila di libri avanti a me: forse è vero che cerchiamo la parola che spieghi ogni cosa, e invece ci troviamo con le note che corrono lungo il corridoio, in questa fine del mondo che non è altro che la fine di un mondo, il mondo dei poteri, dello sfruttamento, dell’ennesima scusa per spadroneggiare. Ora che mi affido alla memoria delle storie rimosse, ecco che è finito, il coro: si sente il rumore delle sedie riportate ai propri posti, come se l’immenso franare del mondo conservasse un ordine segreto, e i poteri corrotti si dessero un ultimo tocco di cipria prima di precipitare nell’inferno. A ben vedere, è questo il tempo delle guerre, dei capovolgimenti che porranno la parola fine al folle abuso, all’estrema zampata del maligno, l’ignobile sopruso di occupare la terra, di dire questo è mio, come fanno i bambini quando affermano un possesso che – puoi esserne sicuro – perderanno presto. Il silenzio è caduto all’improvviso nella stanza in cui si sente soltanto il rumore intermittente del vecchio aeratore, mentre l’ospite, il male, ricomincia a snocciolare i suoi ricordi, ed è bene, allora, fissare gli occhi su Gesù, chiedere a Lui dove diavolo si siano ficcati il buon senso e l’equilibrio, e perché tutto sia sospeso sotto un cielo di cartone, questo corpo che arde, come don Mario la domenica mattina che suonava il campanello chiedendomi di portarlo in ospedale. Quanto tempo è passato, ma siamo ancora lì, a sfrecciare su una strada seminata di semafori finti, almeno per noi due, che dovevamo arrivare prima che morisse. Ora che sei morto davvero mi parli più di prima, e il pianto che allora non usciva mi lascia con gli occhi ormai annebbiati, e il volto, il Tuo Volto, si mette avanti a me e mi dice, con la voce calma di sempre: non ti preoccupare, Io sono qui, il Primo e l’Ultimo, il Vivente.

Passaporto


Amare Gesù significa donarsi: come si dona a noi – totalmente – così lo ricambiamo. E se scoprissimo di dedicargli solo una parte dei nostri pensieri, del tempo, dell’affetto, possiamo sempre pentirci di aver ferito l’Amore, l’unico pentimento valido per passare di là.

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Che poi il caos ti insegue, ti si aggrappa addosso, quando meno te lo aspetti. Le nevrosi del mondo ti prendono per la collottola e t’ingiungono di fare questo o quello, ti succhiano la vita fino a lasciarti esausto. Se tutte le malattie del mondo si radunassero qui, in questa piazza cotta dal sole, si potrebbe fare un gran falò, una colonna di fumo che raggiungerebbe le case, le camere, e tutti sentirebbero l’odore acre della follia, il senso dell’umanità per ciò che è fuori del limite, che non tollera rinunce o restrizioni, che invade, che ingombra, e tu stai lì che speri di farla franca, almeno questa volta. La dinamica è la stessa: puoi fare questo? puoi fare quello? e ti chiedi quale sarà la posta in gioco, se sia più alta, se perderai tutto in una volta, o continuerà lo stillicidio, il dissanguamento progressivo.
I passerotti continuano a parlarsi, forse parlano a noi, ci ricordano che c’è salute, in qualche posto, che forse siamo noi l’unico angolo malato, mentre il resto è Regno di Dio, Suo progetto, bellezza incompresa in questo mondo di mostri, di guerre, di violenza. Chissà da dove viene il male, dove attinge la sua forza, le sue motivazioni, dove trova la forza di opporsi a un disegno così chiaro, un’unione, un’armonia, un essere gli uni per gli altri e non nemici, diffidenti, pronti a pensare male del prossimo che arriva, come se nel fondo dell’uomo e della donna ci fosse una tenebra invincibile, mentre è vero il contrario e allora perché non rischiare sul prossimo che arriva, questo ragazzo confuso, aggressivo, che denuncia il male che lo assedia, e tu gli dici aspetta, siamo noi che dobbiamo custodire, abitare la luce, e lui ci crede, se ne va sovrappensiero, come se il canto degli uccelli gli avesse ricordato qualche cosa, come se il progetto fosse emerso all’improvviso in tutto il suo splendore, e per un momento, per un solo momento, il paradiso fosse qui, un angolo di paradiso in questo giorno di merda, come aveva detto entrando, poco prima.

Convolare


Pensiamo che la fede sia sforzarsi. Per questo molto fuggono, cercando mete più attraenti. Pochi sanno che maggiore è l’amore, minore è lo sforzo, perché amarsi vuol dire affidarsi e confidarsi, non è un peso, è alleggerirsi, è convolare.

Essere


Nella preghiera, non dobbiamo fissarci su ogni singola parola: è più importante il cuore, l’amore con cui ci rivolgiamo a Dio, il sorriso dedicato a Gesù. La preghiera non è una matematica, una legge, è un abbraccio che rimette in pista, un esserci di nuovo, grazie all’Essere.

Porti

Dio non può non amare. È una bella notizia, per noi: un Vangelo, secondo l’etimologia della parola, che dovrebbe attrarci a Lui in modo irresistibile, convincerci una volta per tutte che solo nel Suo porto c’è salvezza.

Prima o poi


Il nostro è un Dio che condivide. Noi fatichiamo a dire cose tipo: quel che è mio è tuo, ma per Lui non è un problema. È come se qualcosa avesse senso solo se messo in comune, se fuori da quella condizione, per noi privilegiata, che chiamiamo possesso. C’è più gioia nel dare che nel ricevere, come disse Gesù. Prima o poi lo capiremo.

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La pioggia, stamattina, ha lavato via tutto, persino i penitenti:  solo due, mezzi ubriachi per gli anni e le amarezze, si sono spinti fin qui, a raccontare i loro poveri peccati. Il mondo purificato è un’anticamera del paradiso: via il superfluo, i pensieri che deviano la vita verso abissi da cui a volte non si torna. Perché partire per quel paese lontano? Perché chiedere la parte di patrimonio che ci spetta, ma può essere goduta solo se la si prende come un dono? Non ne abbiamo abbastanza di sbagliare? Dico a te, lettore, dico a te, lettrice: non abbiamo assaporato a sufficienza la carestia, le ghiande dei maiali, che nemmeno ci danno? Guardiamo negli occhi la realtà, scopriamone i dettagli che ingannano con meccanismi tanto oliati da diventare una seconda natura. Perché non cambiare? È la prima parola di Gesù, quando comincia a predicare. È il desiderio più profondo, quello che emerge se facciamo silenzio, se lasciamo che il mondo scorra con la sua follia, con le pretese assurde, le nevrosi, che si aggrappano a te come all’ultimo porto di salvezza, ma avrebbero solo l’effetto di attirarti nell’abisso, in quel paese lontano. Bisogna uscire dai gorghi ciechi che vogliono distruggere, sotto l’apparenza di bene, tutto quello che gli capita a tiro. Siamo ancora in tempo, mi dico stamattina, mentre la pioggia cade a tratti, come un segno del cielo. Ho ancora modo di cambiare, di scrivere parole che indichino la strada percorribile, l’unico percorso sensato. I penitenti aumentano, cominciano i canti della messa, tutto appare col suo dolore antico, la sofferenza che purifica, che addita una via d’uscita dai meccanismi oliati, dalle abitudini che provocano nausea eppure sono lì, a impedirci di alzare il capo, come dice Gesù, perché la nostra liberazione è vicina. Se cominciassimo dalle parole? Se non ci facessimo guidare mai più da termini come lamento, critica, giudizio? Se ci guardassimo dentro e scoprissimo che al di là della tristezza e della rabbia esistono una terra e un cielo nuovi? Lo spirito, lo spirito! mi diceva don Mario. Sì, è l’ora dello spirito, il tempo è scaduto: comincia l’eterno, già da ora, già da qui.

Priorità


Quando viene il turno di Gesù? Gli anteponiamo tante cose, quasi tutte, a volte. Lui aspetta: la carità è paziente, benevola, non cerca il suo interesse. Ma quando capiremo che dare a Dio la priorità è il nostro interesse più prezioso?