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Com’è

Dio ha bisogno di attenzioni. Questo taglia corto con una religione fatta di abitudini ripetitive e riti vuoti. Obbliga a coinvolgere il cuore e, si sa, il cuore fa cadere le difese, introduce in territori rischiosi, annulla i vantaggi e i privilegi di un’antica furbizia. Ma anche Dio ha diritto a esistere, a essere com’è.

Qualcosa vorrà dire

Il dolore non ci piace, fuggiamo dalla sofferenza. Quando arriva, ci sembra che il castello che abbiamo costruito crolli e riveli il nostro fallimento. Eppure Cristo è il sofferente: il vincitore di ogni guerra, anche quella con la morte. È l’Uomo dei dolori. Qualcosa vorrà dire.

La forma della felicità. Dal 22 aprile nelle librerie.

di Barbara Pesaresi

“Le stelle brillano dalle loro vedette

 e gioiscono; 

egli le chiama e rispondono: «Eccoci!» 

e brillano di gioia per colui che le ha create.” (Baruc 3,34-35)

Don Fabrizio Centofanti, sacerdote e scrittore, e Sabrina Trane, psicologa, con “La forma della felicità” lastricano di un altro tassello quel cammino di vita nello Spirito che hanno iniziato a proporre a partire da “Piccolo manuale di spiritualità”. 

La nostra vita è un continuo rimpallo tra interiorità ed esteriorità, luce ed ombra. Il rischio, se non si trova una sintesi armoniosa tra i due stati, è quello di scivolare o in un esasperato soggettivismo, venendo a mancare il vitale confronto con l’altro, o in una sterile superficialità perché votati all’apparenza. 

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Lirico terapia. Humberto Ak’abal, Chonimutux

Chonimutux

Le notti a Chonimutux sono dense e nere.

Se ne può prendere 

un poco tra le mani 

e chiuderci

i buchi delle pareti.

Sono come burroni a bocca in giù.

Se ti fermi a guardare la loro profondità 

ti sentirai girare la testa.

Come se la terra stesse sopra

e tu fermo nel cielo.

La poesia indigena latino americana ci riserva sorprese come queste. Non è difficile intuire lo spessore di una tale comunione con la natura, apprezzare la trasparenza del cuore di fronte alla bellezza del creato. Abbiamo bisogno, ogni tanto, di immergerci in questo sguardo vergine, capace di riconciliarci con la terra.

Il ritorno

Si può essere soli, con Gesù? Impossibile. Lui è l’alter Ego, anzi è l’Io più vero di ciascuno di noi. Lo incontri, un giorno, e non puoi più staccartene: ti ribelli, evadi, parti per il paese più lontano, ma è lì che devi tornare, prima o poi. 

Con gli occhi del fiore nel vaso, di Giorgio Stella

 A Marco Munaro

Con gli occhi del fiore nel vaso

Me ne vado tra i rottami

Cercando fortuna di monete

Che non abbiano valore –

Tubi di ghisa ho trovato

Nel cantiere del cimitero 

Ci faccio l’acrobata sopra –

Veli di seta

Linee di morte verticale

All’orizzonte del meglio si possa

[trarre dall’ombra dello spavento [-

Così sto in mezzo ai cani

Pregando che un gallo

Quando abbaiano

Becchi nei loro denti

Il fiuto che lo rendono canto.

Il prezzo

Quanto è costata a Gesù l’Eucaristia? È il dono più grande che ci ha fatto, capace di cambiare la vita: sì, quella vita che fatichiamo a trasformare, anche di poco. Quanto è costato, a Gesù, questo regalo? Qualunque sia il prezzo, è sovrastato dalla felicità con cui lo ha dato.

Prima o poi

Viviamo di simboli. Che cosa sono un’alba, un tramonto? E il pane, il vino? La natura è un richiamo, memoria di qualcosa che rimanda all’Origine. Dio ha seminato di simboli il creato perché risalissimo al Creatore, prima o poi.

Lirico terapia. Alejandra Pizarnik, Solo la sete

Solo la sete

Solo la sete

il silenzio 

nessun incontro


guàrdati da me mio amore 

guàrdati dalla silenziosa nel deserto 

dalla viandante col bicchiere vuoto

e dall’ombra della sua ombra 

La vita di Alejandra Pizarnik è avvolta in un mito oscuro, per certi versi indecifrabile. Gli ultimi studi hanno messo in evidenza la complessità della persona e dell’opera, non riducibile a un unico piano di significati. Credo bastino questi pochi versi per capirlo. Versi di una bellezza inquietante, magnetica. Le risonanze al lettore, come sempre.

Miracoli

La vita è piena di fatti straordinari: ogni storia è un miracolo, se la si guarda dalla parte giusta. Il bene e il male si distinguono così: credere o non credere, stupirsi o non stupirsi. Hai fatto di me una meraviglia stupenda, dice il salmo.

Diego Caiazzo: una scrittura corallina

di Giorgio Galli

L’ironia e la leggerezza non devono far pensare a una poesia priva di passione. Al contrario, Il sistema solare di Diego Caiazzo (Diogene Edizioni, 2020) raccoglie limpide dichiarazioni d’amore e ustionanti riflessioni sulla malattia e la morte, snoda l’epica di un campione di scacchi degli anni Venti e dipinge scenari della Seconda guerra mondiale, quando il padre del poeta serviva in Marina. La pace che emana da questa poesia è la pace della sua forma. Una forma che si realizza  in un’apparente rinuncia alla musica del verso che in realtà è scelta di una musica discreta, misurata eppure infallibile -si provi a cambiare qualcosa nella versificazione di queste poesie: si avvertirà subito qualcosa di stonato, la magia andrà subito persa- e poi scelta di un linguaggio privo di attriti, che smussa le punte espressive. È una scrittura per sedimentazione questa, una scrittura corallina, che se deve far ricorso a un termine insolito lo cerca nel lessico scientifico piuttosto che in quello letterario; che se deve trovare un’immagine la cerca nel mondo degli scacchi, grande passione dell’autore, o in quello della musica, altra sua passione, o la attinge dalla vita quotidiana, ma mai ricorre a topoi letterari. Una scrittura lavorata per sottrazione e per straniamento, che parla la cosa piuttosto che la parola e che al tempo stesso colpisce per la pacatezza della sua parola.  

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Emmanuel che dice?

Ciò che è buono, viene da Dio, ciò che non lo è, viene da noi: è la convinzione migliore per coltivare l’umiltà. È anche un buon sistema per non svalutarsi: a questo pensano gli altri. Mi viene in mente una scena di Marcellino pane e vino: i frati dicono che sono cattivo, confida il protagonista; ma Gesù gli risponde: Emmanuel che dice? La verità è nelle parole di chi ama.

Piccolo Magnificat. 2, di Giampaolo Centofanti

Il sole triste della nomenklatura

Io non so più – diceva – che questo tempo

grigio dove tutto è spento, banale, senza senso.

E non vorrei morire come sciogliendomi al vento, senza che alcuno veda.

Eppure ricordo un giorno c’era l’odore dell’erba tagliata ed il campo per noi di calcio e qualcuno che viveva e pensava stava nell’aria che respiravamo.

E il pallido sole nel cielo argentato non era triste più di tanto.

–

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