
Lodare Dio per un tramonto, per un’alba: chi ci pensa? Eppure li ha fatti per noi. Se ringraziassimo per quando ci va bene e per quando va male, non avremmo di che lamentarci.

Non guardano se stessi
C’è qui il vecchio pavimento, logorato dai piedi, incavato, fragile,
e qui c’era l’antica porta
da cui entravano piedi ormai morti.
Qui ella sedeva su una sedia
e sorrideva verso il fuoco;
là egli suonava il suo istrumento con toni sempre più forti.
Io danzavo in un sogno come un bimbo;
felicità adornava quel giorno;
ogni singola cosa risplendeva; eppure tutti guardavamo lontano!

Sappiamo quanto sia importante il verbo tornare, nella Bibbia. In fondo è tutto lì: tornare a Cristo, come se mai l’avessimo lasciato. Solo lì riposa il nostro cuore: per questo bisogna liberarlo da ogni vincolo ingombrante. Chi mendica l’amore pretendendolo, ha dimenticato il suo Benefattore, la Fonte eterna della beatitudine.

Ars poetica
Mi hai chiesto chi invidiassi di più: Quale scrittore? Quale poeta?
Chi vorrei essere
se potessi scegliere
di essere qualcuno diverso da me?
Shakespeare, ho detto,
quasi automaticamente.
No, no. Hai protestato –
Sii più originale.
Dimmi qualcuno
a cui nessuno pensa.
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Gli occhi di Gesù sono fissi su di noi. Dal Rinascimento in poi, si diffuse il simbolo dell’occhio nel triangolo, riferimento alla Trinità e alla Sua provvidenza per il mondo. In seguito diventò, purtroppo, un simbolo massonico. Meglio pensare agli occhi di Gesù che ci seguono ovunque, prendendosi cura di ciascuno di noi, con infinito amore.

Da donna a bimbo
Tu che eri tenebra scaldasti la mia carne
dove fuori dalle tenebre germinò il seme.
Poi tutto un mondo io creai in me;
tutto il mondo che tu odi e vedi
poggiava sul mio sangue sognante.
Lì si muovevano le innumerevoli stelle,
e pesci e uccelli colorati si muovevano.
Lì sciamavano i continenti alla deriva.
Tutto il tempo in me s’avvolse, e il senso,
e l’amore che il suo diletto non conosceva.
O nodo e centro del mondo;
stretto ti tengo dentro quel pozzo
tu fuggirai e non fuggirai –
che ancora riflette la tua forma addormentata;
che ancora alimenta la tua cellula crescente.
Io sfiorisco e tu da me ti allontani;
e benché tu danzi nella luce viva,
io sono la terra, io sono la radice,
io sono lo stelo che nutriva il frutto,
l’anello che ti lega alla notte.
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Augusto Benemeglio non smette di sorprenderci: come un prestigiatore che estrae dal suo cilindro oggetti imprevedibili, ci provoca ogni volta con le sue caleidoscopiche creazioni, in cui ritrovi, ogni volta, tutti i colori dell’umano. L’ultima è “L’amore che hai in più. Tre lustri di recital romani”, un volume di 380 pagine che non finiresti di sfogliare, perché a ogni giro di pagina trovi uno degli autori che ha segnato indelebilmente la tua vita:
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Io sono la porta, dice Gesù. Finché non si comprende questo, si è ancora in alto mare. Non che l’alto mare non sia bello. Ma siamo creati per l’approdo. La predicazione di Gesù è racchiusa tra due annunci: “il tempo è riempito” e “tutto è compiuto”. Dei due ne ho fatto uno: tutto è riempito. Cercare è affascinante, ma trovare è meglio.

Ah smetti sedia di esser così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.
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E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
[Salvatore Quasimodo. Da Giorno dopo giorno]
[Qui una iniziativa importante]

Mario Benedetti
[Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia]
Addio pessimismo
Sei maggiorenne ormai
e devo congedarti
pessimismo
anni che ti preparo colazione
che controllo la tua tosse di cattivo augurio
ti misuro la febbre
cerco di raccontarti con i particolari
il passato meno prossimo
convincerti che in fondo noi siamo gagliardi e leali
e che bisogna far buon viso a cattivo gioco