Gesù dice a Gabrielle che la gioia lo onora. Bisogna unirsi alla Sua gioia nel cielo, come se fossimo noi a donarla a Lui. La gioia, aggiunge, viene dalla purezza d’intenzione. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio e sperimenteranno la Sua gioia.
Cercare Gesù nella giornata, negli eventi. Certo, raccogliersi in preghiera, ma anche nel mondo, nella via, sapere che Lui c’è, che si fa desiderare, perché vuole accrescere il nostro desiderio. In paradiso non ci sarà bisogno di chiamarlo, ma ora sì, con un sospiro instancabile, continuo.
Gesù ci insegue, vorrebbe essere presente ogni momento: nei nostri pensieri, nei nostri sacrifici quotidiani, nell’offerta di noi stessi che significa apertura confidente, fiducia senza limiti. Questo è il rapporto fra il Creatore e la creatura, tra il Dio Trinità e i figliolini che umilmente lo abbracciano, con gioia.
Franz Krauspenhaar torna in libreria e sul luogo del delitto. La sua antica passione per il “noir”, che già aveva prodotto “Cattivo sangue”, il suo terzo romanzo, risorge per ispirargli questo riuscito mix di classicismo e novità.
Nei dialoghi che il protagonista, l’investigatore privato Guido Cravat, intesse con se stesso ho ritrovato la disincantata tristezza di Raven, il killer che Graham Greene ha raccontato in “Una pistola in vendita”. Cravat ha lasciato la Polizia perché, schifato dalle abitudini dei suoi colleghi, ha deciso di far soldi come libero professionista. Onestamente, così pensava. Ma la realtà lo farà ricredere.
Gesù raccomanda a Gabrielle di pensare spesso al cielo. Ciò che c’è di più bello, in questa terra, non può paragonarsi a quello che ci aspetta di là. E Lui è felice al pensiero di donarci una felicità pagata a caro prezzo. Ma è come se fossimo noi a offrirgliela, tanto la nostra gioia fa la Sua gioia.
Per l’alleanza primigenia di ritmo e pulsazione vitale (codificata da una forte impostazione psicoanalitica), la poesia è per Andrea Galgano naturale impulso umano. Prestare attenzione alle immagini per le immagini, per dirla con Bachelard, al fatto che l’immagine trae il proprio senso unicamente da se stessa è il filo rosso di tale poetica. L’immagine come un guizzo del linguaggio che non ha una storia, ma si brucia interamente nel presente in cui essa appare con la staticità ieratica della fotografia.
Essere ostia, unirsi alla presenza incandescente di Gesù nel tabernacolo, per affrettare la venuta del Regno di Dio. Sospirare come i giusti dell’Antico Testamento, perché ogni sospiro sia come il sospiro di un bimbo per suo padre. Questo dice il Cristo alla Bossis.
La messa non è solo cena, ma anche sacrificio. È Gesù che va incontro ai suoi nemici, in quel Gat shemanin che non a caso si traduce con pressoio per l’olio. L’orto degli ulivi è l’inizio della celebrazione dell’amore sorprendente di Dio, a perpetua memoria che, chi ama, dà la vita per l’altro.
È il libro della musica quello di Sergio Spezzano – in versione monastica padre Elia, con una sorta di duplice profezia di passione e silenzio, secondo il carisma del profeta di Tishbe. Una musica che arriva dove non arriva il cuore, non per mancanza di coraggio, ma per una sorta di – ancora monastica – umiltà. È una porta del cuore che si deve aprire, per vedere le rose di lorchiana memoria, anch’esse segno di sentimenti così radicati da sbocciare.
Abbiamo bisogno di una guida. Non di schemi, di mappe concettuali, di criteri. Sì, certo, tutto può servire. Ma abbiamo bisogno, soprattutto, di Qualcuno a cui chiedere: cosa vuoi che io faccia? Cosa vuoi che dica? Qualcuno che ispiri ogni momento della nostra giornata e che ci porti là, dove è la meta. Che ci porti a Sé, la Meta.
Il Cristo dice alla Bossis che basta uno sguardo a Lui per uscire dalla propria volontà. Bisogna contare su questo aiuto potente, perché privarsene significa morire. È come se il sole smettesse di sorgere, come se fosse sempre notte.
A forza di portare la propria croce, è lei che ci porta. Sono parole del Cristo alla Bossis. La sofferenza non è la peste da evitare, come spesso insegnano. Il dolore accettato ha una forza che ignoriamo, se vissuto per amore. Per l’amore che è Cristo. Allora, finalmente, si apre una porta: usciamo, e cominciamo a vivere.
Il Cristo dice alla Bossis: cerca la Mia gloria nella tua vita, e morirai per la Mia gloria. Glorificarlo quaggiù è anticipare il cielo. Le raccomanda di unirsi ai santi per esaltarlo, alle anime del purgatorio per purificarsi, e ai santi della terra per combattere e salire. Le ricorda che siamo i soldati di Dio, la Sua milizia, la Chiesa militante. Le anime avanzino verso il cielo in battaglioni schierati.
Gesù ha scritto sulla sabbia, ma ora scrive nelle anime, nei cuori. Gli esseri umani si rassicurano a vicenda sugli affetti che provano, ma è a Gesù che dobbiamo ricordare il nostro amore, il nostro desiderio, perché Lui possa rispondere da Dio.
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