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La poesia del vinile

Alcune riflessioni sulla bellezza discografica

di Guido Michelone

Negli ultimissimi anni stanno uscendo, anche in Italia, diversi libri legati al vinile: di recente c’è pure un romanzo, Lacrime bianche dell’inglese Hari Kunzru, il quale narra di un misterioso collezionista alla ricerca di un disco perduto di un fantomatico cantante blues; prontamente uscito nel novembre 2018, un anno dopo l’edizione britannica, il testo fa quasi da pendant alla raccolta di racconti Vinyl, curata in parallelo da Luca Martini e Gianluca Morozzi, che lanciano la sfida (prontamente accettata) a venti loro colleghi (fra critici e romanzieri) di narrare vicende legata al vinile della propria vita, giacché, in fondo, basta un ascolto per iniziare a raccontare, come indica il sottotitolo, ‘storie di dischi che cambiano la vita’: e succede appunto a Massimo Cotto, Gianluca Morozzi, Francesca Presti e tutti gli altri presenti nella raccolta.

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Quali occhi

Il mondo è menzognero. I santi sembrano marziani perché lo vedono con altri occhi, quelli dell’amore. Bisogna entrare in questo amore, che merita fiducia. Sentire su di sé gli occhi di Gesù, che sono una forza, una benedizione. Anzi: la forza, la benedizione. È semplice: provare per credere. 

Le nostre mani

Prestiamo a Gesù le nostre mani, il nostro corpo, la nostra intelligenza e volontà: Lui farà tutto e si renderà, così, presente in mezzo agli altri, qui, sulla terra. Potremo dire, allora, che non siamo stati noi a parlare, a fare, ma Lui: ciò è necessario per restare umili e, come dice il Cristo alla Bossis, l’umiltà è la verità.

Ultime

I sentimenti di Gesù nell’ultima cena dovrebbero essere la bussola della nostra coscienza: quale intensità in quegli sguardi estremi, nelle parole di Uno che sarebbe morto il giorno dopo. Dovremmo riversare la nostra miseria nella ricchezza del Suo amore, e allora tutto si chiarirebbe per miracolo.

Gian Piero Stefanoni

‘AL MÛT  LABBEN

sull'(aria) del morire per il figlio

GALILEA-GIORDANIA, Ottobre 2018

DISCENDI COL BASTONE

I.

Pregami Tu, innalzami al Tuo salmo veleggiati alla notte,                                                                         la sposa ha il sorriso naturale del Tuo credo                                                                                       nella terra dove dall’inizio ci scegliesti .                                                                                    

Non contrastare nulla non ovviare a nulla                                                                       offerti al Tuo paesaggio sospesi alla tua attesa.

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Nebbia

Non è bello guidare nella nebbia: non vedi nulla del paesaggio circostante; ti sfuggono i prati, le colline, l’azzurro del cielo che mette allegria, gli uccelli che attraversano l’aria. Nella vita, guidiamo così, in una cecità che ci impedisce di vedere il Cristo, il tesoro della sua presenza, le mille sfumature del suo esserci vicino. Approfittiamo di questa miseria per donargliela: Lui trasforma tutto nell’oro del suo amore.

Aspettative


Dobbiamo attenderci di più, siamo troppo poveri nelle aspettative, l’amore infinito del Cristo sa darci quello che non immaginiamo. È così che aumenta la fede: aspettandoci di più. È un cammino che non sarà interrotto dalla morte: anche in quel momento sarà Lui ad aiutarci; e non ammette che abbiamo paura. Temere sarebbe per Lui un’offesa, una grave mancanza di fiducia.

Pensarsi

Gesù ci aspetta: sta nel tabernacolo, solo e orante, e attende il nostro arrivo. Se capissimo questo! Non potremmo resistere un istante senza pronunciarne  il Nome, senza pensare a una sua qualità, senza, insomma, renderlo presente. Noi pensiamo a Lui, Lui pensa a noi: questa è la Vita.

Il libro

Il libro che vorrei scrivere non c’è.
È la foglia sull’albero,
che cade,
la bottiglia poggiata per terra,
la voce di uno che chiama,
di là dalla parete.
Il libro da scrivere
lo porto in me,
come lo zaino del bambino
che entra a scuola;
per lui – il bambino –
è tutto nuovo,
non sente che paura e gioia:
la vita,
di là dalle parole.

Gusti


Lui è nostro e noi siamo suoi: non dobbiamo temere di esagerare nell’amore. Gesù fa di tutto per fondersi con noi; nei racconti degli evangelisti troviamo certamente ciò che nel Maestro risponde, addirittura, ai nostri gusti, alle nostre inclinazioni: la gloria, l’umiltà, l’abnegazione, la misericordia, lo zelo, la preghiera. Il Cristo raccomanda alla Bossis di prendere, al mattino, un brano di Vangelo e di portarlo con sé nella giornata: diventerà la chiave  dell’imitazione, il perfezionamento dell’intimità. Lui è nostro, e noi siamo suoi.

Follie


Gesù è folle d’amore, su questo non ci piove. O forse pioveva quel giorno, sul Calvario, chi lo sa. La pioggia lava il dolore, purifica come l’acqua del battesimo, in cui siamo abilitati alla stessa follia, a compiere ogni atto, a lasciare che ogni battito del cuore si succeda, a disporsi ad accogliere pensieri e sentimenti con l’identica nota, l’unica motivazione: l’amore. È più dolce vivere per l’altro, per il nostro Dio che per sé stessi. Una mattina ti alzi e lo capisci. Allora tutto cambia, la vita diventa un’altra cosa.

L’Uomo-Dio

sdr


Per tanto tempo ho pensato che il discepolo che Gesù amava non fosse san Giovanni, ma mi sono ricreduto. Solo chi ha messo il capo sul cuore di Gesù può aver avuto intuizioni profonde come lui. Solo lui può aver capito che l’impossibile, in noi, lo fa il nostro Salvatore: i sacrifici che ci inquietano, le parole che perdiamo, l’attenzione che sfugge, tutto è assunto da Lui, che lo compie, lo completa, lo trasforma. Al discepolo amato da Gesù chiediamo di poter sperimentare la stessa, feconda intimità con l’Uomo-Dio.

Per chi


Non è sufficiente domandarsi perché (ed è già tanto), dobbiamo chiederci per chi. Per chi facciamo le cose, viviamo, ci impegniamo? Se lo facciamo per noi stessi, proveremo l’amara delusione di ritrovarci in mano un pugno di mosche: l’io, infatti, non basta a se stesso, e si consuma nel nulla se non aderisce a qualcun altro. Se facciamo tutto per Gesù, ogni atomo della nostra esistenza s’impregna, fin d’ora, dell’eternità.

Chi servire


Siamo chiamati a raccogliere tutta la potenza del nostro credere, sperare e amare: Gesù la prenderà e ne farà un altare di propiziazione per il mondo. Possiamo essere soli come Noè, ma Cristo sarà l’Arca che unirà cielo e terra. Il rischio è la tiepidezza nel pregare: ci vuole zelo nel mettere gli occhi nei Suoi occhi, consci della propria miseria. Solo allora non serviremo più noi stessi, ma Gesù, e a Lui saremo uniti da un amore sponsale.

Il poeta


Il poeta ha di bello
che ricorda di vivere.
Te ne scordi spesso,
così preso dalle cose da fare,
ma lui si affaccia a una finestra invisibile
e riferisce i vaticini.
Non chiedergli nulla,
perché ha già una missione
che svolge con dura disciplina:
quando sembra esaurito,
una specie di piantone
lo costringe a scrivere.
Il poeta si dimentica
di sé, e lo fa bene: meglio del matematico
o del vigile. Gli basta confondersi
con una pianta grassa, ed ecco che nessuno
lo vede: è diventato una macchia di colore
a piè di pagina.

Penitenza e gioia


Penitenza è una parola che crea sospetto, di cui si diffida. Eppure, per Gesù, è legata alla gioia, perché ripara, perché è amore. L’amor proprio allontana da Dio, attacca a se stessi; la penitenza è leggerezza, dimenticarsi di sé, e aprirsi finalmente all’infinito. Dio è sempre nuovo, perché è infinito; e per l’infinito anche noi siamo creati.

Scenari

sdr


Siamo molto attaccati a questa terra: ci attrae la bellezza del mare, dei monti, il fascino dell’alba o del tramonto. Lo sguardo non si stanca di ammirare, sostando ora su questo ora su quel dettaglio del creato. Ma guai a dimenticare che di là, quando saremo uniti col Creatore, sarà tutto più bello. I colori, gli odori di questo giardino sono nulla rispetto allo scenario che ci aspetta.

Grazie


Epperò questa vita si conosce
nel grazie: l’incostante attesa
della festa, sconosciuta alla plebe
dello spirito, i ricchi e i potenti,
i lamentosi, gli eterni critici
del tempo e dello spazio, lo strazio
delle facce da morto, così inclini
al giudizio, sdraiate sui triclini
della propria personale volontà,
l’eternità del male, che pure
non esiste, e trascina nel nulla
i gazzettieri della sempre insorgente
vanità, Repubblica, il Corriere, le rubriche
delle cose passate prima ancora
di nascere: e basta, e come fate a sopportare
questa illune notte della grazia?
Lodate, invece, ricordate ogni momento
di essere amati e cessate dalle vostre
amene oscenità.