
L’esistenza di Dio sembra una favola. Non sarà la proiezione di un bisogno, l’ipotesi che mette a tacere il timore della morte? Da sempre l’umanità ha creato miti con cui interpretare paure e desideri.
Se Dio non esistesse, le conseguenze sarebbero evidenti: mangiamo e beviamo, sintetizza san Paolo, e chi s’è visto s’è visto. Si tornerebbe alla legge del più forte, Darwin sarebbe la bibbia da ossequiare, fino a convincersi che l’uomo è lupo all’uomo, per la felicità postuma di Hobbes.
Nell’ottica agnostica, i miracoli sarebbero solo coincidenze, la fede dei popoli, i martiri, gli immensi sacrifici di santi e missionari, una recita realistica, ma non meno inattendibile.
L’unico motivo per credere è il fatto di sentirti qui, vicino a me, presenza che riempie la mia vita, che mette in fuga i dubbi, le negazioni, le bestemmie. Sei qui e mi basta, Signore di una storia che si rivela al suono del tuo Nome.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Elisabetta Perfumo intervista Guido Michelone sul senso della musica

Presentiamo un dialogo inedito fra Elisabetta Perfumo e Guido Michelone, a proposito del nuovo libro di quest’ultimo, dal titolo Voglio trovare un senso, alla ricerca del senso della musica.
Professore festeggerà Il Santo Natale con un nuovo libro, con tanto di titolo filosofico?
Sì, in apparenza potrebbe sembrare un interrogativo della filosofia classica o contemporanea, in realtà si tratta di un verso di una canzone di Vasco Rossi che, non a caso, è il musicista raffigurato in copertina.
Dunque Vasco, una sua canzone, ancora un libro di musica?
Certamente, ma si tratta di un volume assai particolare, almeno per quanto riguarda il mio tipo di approccio alle sette note. Non è un libro sul jazz né sul rock. Infatti, già leggendo il sottotitolo, si può intuire il contenuto del testo: “Quando la musica emoziona anche a parole”. Esistono delle espressioni, delle frasi, degli scritti che parlano di musica e la fanno sembrare ancora più bella, più importante e più suggestiva. Continua a leggere
Scorfani

L’egoismo è una brutta bestia. È difficile, però, che esista una bestia così brutta. A Napoli si parla di scorfani, o di scarrafoni. Per carità, non sono un concentrato di bellezza, ma si dice anche che ogni scarrafone è bello a mamma soja.
L’egoismo è brutto e basta. È lo scavarsi una nicchia e starci bene. Che poi non è vero, si sta male. Questo dovrebbe spingere ad aprirsi, a lasciare il nascondiglio e affrontare il mondo a viso aperto.
C’è un prezzo da pagare: il dolore. Uscire è scomodo, costa, presuppone il darsi. Dando, sembra di perdere, di ridursi all’impotenza, mentre è vero il contrario: se mi do agli altri, mi viene incontro l’Altro, il Servo sofferente, l’Agnello immolato, insomma, uno che se ne intende di ferite, di pesi, persino di disperazione: uno, a dirla col profeta, che ben conosce il patire.
Si tratta di scegliere: o mi infilo nella tomba, rimboccandomi il lenzuolo, o accetto l’avventura di lanciarmi sul terreno accidentato dell’eterno, laddove scarrafoni, scorfani, brutti di ogni specie, si trasformano in angeli belli quasi come Dio.
Luigi Maria Corsanico legge Lawrence Ferlinghetti
[youtube=https://youtu.be/MgMGV7aT_Co]
da qui
Lawrence Ferlinghetti – Cristo è smontato dal Suo Legno nudo
Lettura di Luigi Maria Corsanico
CHRIST CLIMBED DOWN, 1958
A Coney Island of the Mind
(City Lights Books,
New Directions Publishing Corporation, 1958)
A Coney Island of the Mind / Lawrence Ferlinghetti
traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan.
Roma : Minimum fax, 2011
Dark Was the Night Cold Was the Ground by Blind Willie Johnson (1927)
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Guardate qua

È bello essere a immagine di Dio. Sei sicuro di avere delle doti, e per di più le sue.
Dio è amore, dice Giovanni nella prima lettera. Ciò vuol dire che lo siamo anche noi. Se si cerca attentamente, frugando dappertutto, alla fine in qualche posto c’è.
Dio è umile. Per cui, al di là delle nostre spacconate, dell’inguaribile tendenza ad apparire migliori o superiori agli altri, c’è in noi una coscienza dei limiti, la misura giusta della nostra identità.
Dio perdona. Io no, verrebbe da ribattere, citando il titolo di un notissimo film. E invece, dal momento che siamo a immagine di Dio, dev’esserci in noi un’attitudine a sospendere il giudizio, a evitare le condanne, optando per criteri più miti e comprensivi.
Si potrebbe continuare, ma concludo con la creatività, il tratto di Dio che mi è più caro. Dunque anche noi abbiamo il dono di fiorire in modi sempre nuovi, con la gioia del bambino che mostra ai genitori l’opera d’arte che ha prodotto.
Julian Barnes e l’ossessione di essere arrivati ‘dopo’

Graham Hendrik, docente di Storia alla London University, incontra a una festa Ann, giovane paracadutista con un passato da attricetta. Per lui è la donna ideale, lo rende capace di quelle splendide follie che quindici anni di matrimonio con Barbara hanno castrato. Il nuovo amore rappresenta, insomma, la svolta in un’esistenza in cui l’uomo ha “la vaga impressione di vivere già come un pensionato” perché nessun tradimento o frizzo – neppure la figlia Alice – riescono a suscitargli forti emozioni. Continua a leggere
L’Inizio

C’è una domanda che ritorna sempre: chi sono? Se lo chiede Leopardi, nel canto notturno straordinario, struggente, del pastore errante; Rodolfo, il poeta squattrinato di Puccini; l’anonimo autore del Gnothi seautòn (conosci te stesso), inciso per sempre nella pietra del tempio di Apollo, a Delfi. È l’interrogativo di ogni uomo, ogni donna, forse ogni bambino, che osserva con timore la luna enorme e rossa, pensando che preluda alla fine del mondo (succedeva a me).
Quanto dura la ricerca? Quante volte ci si illude che una risposta sia esaustiva e invece bisogna partire dal principio?
Ecco: il principio. È qui che possiamo scorgere una traccia più sicura di ciò che perseguiamo.
In principio era il Logos: la ragione, la logica, il Progetto. Solo se ritrovo le radici, il punto esatto in cui è stata concepita la mia storia, prima che il mondo fosse, molto prima che Leopardi e Rodolfo scrivessero poesie, e ancora prima che una mano ignota incidesse una scritta sulla pietra del tempio antico di un dio, prima di ogni pensiero, parola, opera e omissione, c’era l’Inizio.
Se mi connetto, se torno a quel momento fuori del tempo, se riconosco d’essere me stesso nell’abbraccio dell’Altro, allora, finalmente, sarò in grado di rispondere.
Più di là che di qua

Se ripenso a quando stavo sulla terra, provo una certa tenerezza per la storia che, da qui, sembra un punto invisibile, un concentrato di eventi che s’impressero nell’anima fino quasi a distruggermi, a offuscare senza più rimedio il Progetto di Dio sulla mia vita. È utile toccare con mano come basti nulla perché un essere orientato alla luce possa piombare nella tenebra, nel gelo in cui risuona soltanto la risata sinistra del Nemico. Tra inferno e paradiso c’è una linea sottile, come tra ventricolo e orecchietta, un passo appena, che significa salvezza o perdizione. Il segreto sta nel compiere un gesto, nel dire una parola, nel rivolgere un semplice sorriso, nel pronunciare il Nome – Gesù Cristo – che impedisce alla furia del maligno di spegnere l’ultima fiammella.
Il pozzo

Cominciare è un carisma, una vocazione, forse un destino. La maggior parte delle cose si decide all’inizio: partendo col piede sbagliato, difficilmente si ricupera.
“Era una notte buia e tempestosa”, scrive Snoopy. In un esordio così, si è detto tutto. C’è anche il mezzo e la fine, perché include una promessa: in quella notte può accadere solo qualcosa d’importante, se non nei fatti, almeno nei pensieri.
Ciò spiega come occorra impegnarsi, varando una qualsiasi iniziativa; lo dimostrano le inaugurazioni d’ogni specie: di negozi, istituti, sedi civili e religiose.
Chi ben comincia è a metà dell’opera, ci ricorda il proverbio. E chi fallisce?
Nel Vangelo accade il contrario. Il lieto fine spetta ai guariti, ai salvati, ai convertiti: pubblicani come Levi e Zaccheo, la prostituta pentita che unge Gesù col suo profumo, il figlio prodigo, l’indemoniato di Gerasa. Tutta gente partita malissimo, e finita molto meglio.
Il Vangelo è un deposito infinito di speranza, un pozzo senza fondo di felici assurdità.
La ginestra

Sarebbe bello tirare fuori il meglio da coloro che incontriamo: strappare un sorriso al tipo cupo, risollevare l’anima depressa, addolcire il criticone per principio. Come accade nei cartoni animati, nascerebbero fiori nel deserto, il verde prenderebbe il posto della sabbia, e dal nulla apparirebbero cervi, uccelli esotici, frutti d’ogni specie.
Fatichiamo a scoprire i poteri di cui siamo dotati: ci trasciniamo, a volte, in un impegno dopo l’altro con l’impaccio di chi ancora non ci crede, seminando sospetti o indifferenza.
Finché ci accorgiamo di avere appresso una tavolozza da pittore, per colorare il mondo.
Oggi predicavo alle suore. Ho chiesto loro: come si passa dai sensi esterni – grevi, superficiali, fuorvianti – a quelli interni – l’occhio e l’orecchio del cuore?
Mi hanno fissato aspettando una risposta, con lo sguardo di chi si è alzato a stento, la mattina.
Facendo tutto con amore, ho detto, incassando un debole sorriso, una ginestra spuntata a fatica sull’arida schiena del vulcano.
Che cosa vuol dire amare Gesù?
In primis mi soffermo su quanto affermano alcuni cristiani che declinano il loro amore per Dio dicendo “di essere innamorati di Gesù”. Quanti gruppi pullulano in alcune chiese di Roma (e non solo) ad esprimere con canti improvvisati, smorfie strane, tensioni corporee molto vicine a una sorta di orgasmo sublimato, imposizioni reciproche di mani, manie narcisistico-compulsive e via discorrendo, questa sorta di “innamoramento” dionisiaco. Continua a leggere
Via della felicità

Cosa ci fa felici? La domanda si affaccia, prima o poi, e ci costringe a uscire dalle rassegnazioni, dalla sclerosi che avanza appena smettiamo di sperare.
Il punto è questo: fare domande. Ognuno ha le sue fonti, le agenzie di fiducia a cui rivolgersi: i grandi del passato, il pensiero filosofico, la saggezza delle antiche religioni, fino all’oroscopo, all’oracolo della cartomante, ai maghi e ai ciarlatani d’ogni tipo e natura.
Io ho il Vangelo: quando sento il bisogno, apro una pagina e comincio a leggere una riga, due righe, finché non si fa strada il senso. Le parole sante sono un cibo, una risposta alla sete di luce e orientamento, che è dentro di noi.
Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vivere, nutrirmi, avvertire una pienezza, scoprirmi me stesso trovando ogni volta, dietro l’angolo del Libro, il sorriso di Dio: questo mi fa felice.
Passato prossimo

Prima o poi ce ne andiamo, si toglierà il disturbo. Deposte le armi, si guarderà una vita per quello che è stata al di là degli interessi, dei conflitti forieri di scintille, focolai e perfino incendi rimasti indomati. Sarà il momento in cui si staccheranno, a una a una, le impalcature messe su dalle emozioni, le passioni parziali, le prospettive ridotte al contingente. Incroceremo il bivio di cui ci parlarono quel prete, quella suora, o la nonna impegnata nell’impresa di farci addormentare. Decideremo se andarcene per forza, col retrogusto amaro del rimpianto, travolti da una forza che ci schiaccia; o scivolare, invece, in un abbraccio in cui tutto in una volta confluirà l’amore contrastato, ferito, rinnegato. Lo intravedremo come una pianta appena nata, il geranio che resiste in pieno inverno, un mandorlo che sboccia con la neve, come l’ardente profezia piantata nel gelo della morte. Allora non saremo interessati alle parole della gente, ai mormorii distratti nel fondo della chiesa, alle parole di prammatica, dette per dovere. L’ultimo respiro sarà quello del calvario, un grido d’amore in grado di respingere l’assalto finale del maligno.
Spaccio

Immagino spacciatori di umiltà, gente che diffonda clandestinamente la virtù, giustamente proibita in un mondo di sfrenati antagonismi. La polizia cercherebbe di arrestarli, considerando il reato tra i più gravi: ignorare il diktat di contendersi tutto, di farsi le scarpe per dovere, di sparlare gli uni degli altri per principio, sarebbe intollerabile in un regime di palloni gonfiati. Considerare l’altro superiore a se stesso è uno stridente anacronismo, un cascame religioso da lasciare alle vecchiette col rosario e ai nonni rimbambiti.
L’umiltà, diciamolo, è una sostanza allucinogena, che provoca la visione sovversiva delle cose come stanno.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 6
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da qui
FERNANDO PESSOA
1924
156. DORMIRE!
IL MONDO CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME
A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Postfazione di José Saramago
Testo portoghese a fronte
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Immagine: Gilbert Garcin http://www.gilbert-garcin.com/
Erik Satie: Gnossienne 4 – Piano: Alexandre Tharaud
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Guarda che non sono io
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da qui
Il successo è un tema interessante, ma nessuno sa davvero cosa sia. Esistono cantanti che azzeccano due pezzi e poi più nulla: campano, magari, coi diritti d’autore. In casi come questi è arduo parlare di successo, che comunque si trascina una specie di tristezza: lo scoprirsi scambiato per altro, l’essere amato per ciò di cui nemmeno ti ricordi. Un noto cantautore ha scritto un brano intitolato “Guarda che non sono io”, per reagire a questo andazzo.
Anch’io, nel mio piccolo, ho successo: la chiesa si riempie, quando celebro, e si vocifera che parli bene. Ma quando mi fermano per farmi i complimenti, vorrei dire loro: guarda che non sono io. Se ho qualcosa di buono, è merito di Dio.
Etty Hillesum, Lettere 1942-1943
Esistono libri dai quali vien quasi istintivo difendersi. O almeno a me succede. Sono quei libri che raccontano vite vissute scomodamente, come quella di Etty Hillesum.
Chi ha letto Diario, 1941-1943 (Adelphi), troverà anche in Lettere, 1942-1943, (Adelphi), la stessa sensibilità e profondità di pensiero, l’ostinata fiducia nella vita, quella fede incrollabile che la porterà a scrivere nel diario: “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”. Smarrisce, la disarmata lucidità di Etty nel registrare e raccontare, attraverso minuziose e nude cronache, l’inarrestabile divenire dei tragici eventi che l’hanno vista protagonista. Di lei possiamo dire che è stata sino all’ultimo, grazie anche alla scrittura, testimone attiva della sua storia e del suo tempo. Continua a leggere
Il dono

La parola più ambigua in assoluto è “dono”. Intanto, sa di preti, di scuola cattolica, di chiesa. Questo, agli occhi di molti, la squalifica. In alternativa, è una parola chiave della pubblicità sempre incombente, che ha inventato la festa del papà, della mamma, dei nonni e degli zii, pur di incassare. La terza accezione è quella della beneficienza interessata: dono della banca tal dei tali, della Regione, del Comune, dell’azienda pinca pallina e via esibendo, come se nessuno avesse detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la destra”.
Urgerebbe trovare una via per far risorgere il termine e il concetto, ma non è semplice spostare il baricentro, aprirsi al bene altrui piuttosto che al vantaggio personale.
Bisognerebbe credere che è salvo chi si offre o che, come canta Francesco de Gregori, chi vince è perduto.
In attesa di mutamenti epocali, si può partire dal senso attribuito alla parola da uno dei tanti dizionari online: “l’atto di donare qualcosa”.
Un inizio di rivoluzione sarebbe proporre un’altra prospettiva: l’atto di donarsi.
La vera religione

La religione è più semplice di quanto immaginiamo. E più bella. Gesù chiede un rapporto personale schietto, come tra amici. L’evangelizzazione consiste nel presentarlo agli altri come qualcuno con cui confidarsi, un compagno potente capace di cambiarti la vita perché è Lui che l’ha creata.
Mi tornano in mente favole come quella di Aladino, dove vengono espressi desideri immediatamente realizzati. L’inconscio collettivo fa emergere verità profonde, che solo in un secondo momento si smarriscono nei vicoli ciechi della paura e del cinismo.
I bambini sanno bene che tutto è possibile: giocano, si scambiano pensieri che a noi sembrano assurdi, e invece sono più corrispondenti dei nostri alla realtà. Se sapessimo che un atto d’amore può cambiare il mondo, l’esistenza umana sarebbe un’altra cosa. I bambini lo sanno, anche se nessuno gliel’ha detto.
Nessuno? Ecco la vera religione: capire che è Gesù che glielo dice.
A Chi

Molti mi dicono: don, quando prego mi distraggo.
Cos’è veramente la preghiera? Significa pensare alle parole? O è concentrarsi su qualcosa? E su cosa, eventualmente?
Basta poco a mettere in crisi i riti che compiamo, forse per senso del dovere, forse perché, se li omettiamo, chissà che ci succede.
A che pensiamo, se dialoghiamo con qualcuno? Alle parole, ai gesti, a qualcosa che non c’entra nulla? Il modo giusto è entrare in relazione, comunicare se stessi, condividere.
Lo stesso vale con Gesù: la preghiera è starsene con Lui, lasciarsi andare a una confidenza in cui troviamo pace.
Don, quando prego mi distraggo.
Pensa un po’ meno a ciò che dici e molto più a Chi lo stai dicendo.


