
Quali cose contano davvero? Fatichiamo a capirlo. Siamo distratti, attratti da frivolezze di ogni tipo, perdiamo tempo, cocludiamo poco. Quando arrivano le avversità, cominciamo a ragionare: togli di qua, togli di là, si intravede una riva, magari ancora avvolta nella nebbia, misteriosa, inquietante, che chissà quali segreti, quali mostri o pericoli nasconde, e rivela all’improvviso.
Nel Vangelo, Gesù ripete spesso: passiamo all’altra riva. Non intende solamente la sponda opposta del lago, ma la riva di cui sopra, quella terra inquietante e misteriosa che per noi è l’altro: amarlo in ogni caso, nonostante tutto, fino a perdere persino la memoria del punto da cui siamo partiti, è ciò che nella vita conta. L’Unto, il Figlio di Dio, ci restituirà centuplicato ciò che, nel viaggio, ci sembra d’aver perso.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Popolare

Il dolore va preso sul serio, vincendo la tendenza a fuggire, a pensare interiormente: avanti un altro. La Bibbia sembra darci ragione: ama il prossimo; nel senso che, se chi hai davanti non ti piace, passi a un altro.
Scherzo. Il dolore, però, è una cosa seria. Dovremmo cercare di capire, o meglio, di sentire. Solo se cresciamo in questo, comprenderemo il cuore del Vangelo: la passione e morte di Gesù. La devozione ci ha insegnato a soffermarci sui dettagli: la corona di spine, la piaga della spalla.
Cestinare il sentimento popolare è un errore imperdonabile. Chi lo fa, cestina anche se stesso.
Comunicare

Parliamo troppo, o troppo poco. Ricordo gli imbarazzi a tavola con la famiglia: da adolescenti, ci sono fasi di rifiuto o di aperta ribellione, in cui neanche una tenaglia riuscirebbe a cavarti un suono dalla gola. In altre circostanze, ci vorrebbe una pattuglia di carabinieri che multasse per eccesso di verbosità. Non è facile trovare il giusto mezzo. Alcune persone le guardi con timore, perché sai che non ti risparmiano nulla della loro logorrea, nemmeno implorando pietà. Altre bisogna stimolarle, scuoterle fisicamente, per far cadere la pera di un sì, di un no, di un buonasera.
Solo in un caso si può star tranquilli: nei dialoghi interiori con Gesù. Lui è contento se gli parlo di me, continuamente. E ogni parola la trasforma in luce, in musica del Cielo.
Aut aut

Abbiamo due opzioni: accrescere la confusione o dare luce. È un grande potere, di cui spesso ignoriamo la portata. Gettiamo via parole come fossero sacchetti d’immondizia, nei cestini che sono gli uomini e le donne che incontriamo. Scambiamo l’altro per un bidone della spazzatura.
Ma le nostre parole possono essere fari che rischiarano, o almeno la lucetta che si accende di notte, per non incappare in qualche ostacolo.
Bisogna scegliere se servirsi degli altri come cassonetti, o dare loro una torcia per raggiungere, attraverso il tunnel del mondo, il paradiso.
A che serve

Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?
Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…
Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.
Luigi Maria Corsanico legge Franco Fortini. 2
[youtube=https://youtu.be/VsT-8MujPZw]
da qui
Franco Fortini –
Agli amici
da: Franco Fortini “Poesia ed errore”,
Feltrinelli -1959
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Erik Satie – Gymnopedie No 3,
Orchestrated by Claude Debussy
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Il giudizio

Il giudizio è una faccenda seria. Per esempio, il giudizio universale. Staremo lì, nella sala d’attesa, con l’emozione dei “quadri” di una volta, quel terrore che la prof mi rimandasse in matematica. La vita ci scorrerà davanti come un film, e capiremo come, quando e perché siamo caduti nel peccato, e la stupidità di averlo fatto. Perché il male è stupido: riduce la comprensione delle cose, equivoca, devìa dal senso originale. Come dice l’etimologia, manca il bersaglio.
Di fronte a un evento cosi clamoroso e coinvolgente, i giudizi quotidiani impallidiscono: che vuoi che sia se qualcuno pensa male, o mi calunnia? È un suo problema, e questo mi dispiace. Ma non tocca la mia identità, quella che Dio mi ha riservato.
Siamo in bilico tra due giudizi: uno vero e uno falso. Entrambi ci ricordano che la verità è la sola cosa interessante.
Non ho tempo

Non ho tempo. Lo ripetiamo per tutta la vita, certe volte.
Si considerano impedimenti dirimenti l’esistenza frenetica, la moglie, il marito, i bambini da curare, vestire, educare, per quel poco che si può e si salva dall’idrovora degli atti narcisistici, un tweet, un post su Facebook, il daffare che risucchia nel vortice infinito dell’effimero.
Non ho tempo, devo andare in palestra, alla sauna, sto facendo il solitario, non lo vedi?, l’ultimo giochino sullo smartphone, Candy Crush Saga, promemoria: hai un evento.
Non ho tempo. Dio ti aspetta alla porta, per darti quello che non avresti mai immaginato di ricevere, la favola che diventa realtà, il sogno che si avvera, finalmente: eccolo, è là, a portata di maniglia. Gli aprirai?
Sto giocando a Ruzzle, non ho tempo.
La scommessa

È nota la scommessa di Pascal: credere in Dio perché, comunque sia, è un vantaggio. Se esiste, ho indovinato; se non esiste, ho vissuto bene coltivando la virtù, che è benefica in se stessa.
Ho sempre avuto un’allergia per il cosiddetto pensiero positivo. Si tratta di attitudini mentali che rivelano presto la loro inconsistenza, lasciando più vuoti di prima. C’è chi ha costruito fortune sullo spaccio di questa cianfrusaglia, senza che alcuno gli abbia chiesto i danni.
L’ottimismo autentico non nuoce a nessuno. Scommettere su Dio, ha intuito quel genio, non presenta controindicazioni: non c’è un bugiardino con una serie di effetti secondari, capaci di turbare l’animo più impavido.
Dubiti che esista Dio? Fa’ come se ci fosse.
È il consiglio di Gesù alla mistica Gabrielle Bossis, che ispira molti di questi aforismi quotidiani.
L’ombra che ci abita: una rilettura poetica del mito
Qualche tempo fa, nel presentare la mia raccolta poetica Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) dedicata a 28 personaggi femminili della mitologia classica, ho privilegiato, come possibile chiave di lettura, quella dell’ombra.
In questo contesto, mi limiterò a citare poche figure che esemplificano il tema e che possono essere raggruppate in tre categorie. Nella prima, l’ombra è presenza fatale, perché non risanata. Nella seconda, essa è un’opportunità, perché in parte ascoltata ed integrata. A queste due si aggiunge, in una riflessione conclusiva, l’ombra considerata come inevitabile alter ego. Continua a leggere
Roba da preti

A volte ci sentiamo aridi, incapaci di dare. È una sensazione potenzialmente duratura. Può dipendere da traumi o blocchi che risalgono, magari, all’infanzia, ad anni lontani, a nodi e problemi mai risolti.
Si reagisce in maniere diverse a quest’impasse. Possiamo abbatterci, trascinarci stancamente per il resto dei giorni, o diventare dei volontaristi, che fuggono il malessere tuffandosi in frenetiche evasioni.
Ci sarebbe un’altra via, che richiede fede, umiltà, capacità d’ascolto: mettere il peso nelle mani di Gesù, chiedendogli di farne quel che vuole, di trasformarlo in codici condivisibili. È un circolo virtuoso, in grado di sostituire i circoli viziosi dell’aridità.
Ma è roba da preti.
Permesso di soggiorno

Nove anni. Mi chiedevo, allora, come avrei reagito, ma c’era una dose d’incoscienza, una via che si perdeva in illusioni fatali. Eppure dentro me c’era qualcosa, una scintilla residua che impediva la resa, che obbligava a credere che da qualche parte, da parte di qualcuno, sarebbe arrivato un dispaccio decisivo, la concessione della grazia.
E infatti arrivò: in forma inattesa, fragile come un oggetto di cristallo, traballante come un bicchiere su un tavolo sconnesso. Devi esserti impegnato parecchio per far sì che quel giorno, mentre ero seduto a confessare, sfidando resistenze maligne che sempre in questi casi si frappongono, avviando un processo lungo e doloroso di radicale conversione, mi arrivasse quel biglietto che sentii immediatamente, nonostante la mia – allora – inguaribile insipienza, come il permesso di soggiorno in Dio.
Per miracolo

Oscilliamo fra il tutto e il niente. A volte ci sembra di essere dei geni; il giorno dopo, dei mentecatti incapaci di capire. Il mistero della vita ci avvolge e ci impedisce di definire la realtà. Siamo il punto d’incontro di multiversi inconoscibili, di reti di atomi e particelle subatomiche che al tempo stesso distanziano e avvicinano, attraggono e respingono. Siamo corpo e spirito, grandezza e piccolezza, tristezza e gioia, vittoria e fallimento, presi in un vortice che può trasfigurarsi in contemplazione e silenzio. In tutto questo, la sola certezza sono gli occhi di Cristo: se lo guardo, mi sembra che gli infiniti mondi s’inginocchino di fronte al suo volere, alla sua offerta d’amore. Le turbolenze cosmiche, le esplosioni di enormi supernove, i collassi di galassie e sistemi planetari, l’ultimo attrito col confratello prete, sono un’eco addolcita e armoniosa nello sguardo mite di Gesù, dove tutto ciò che è vita ritrova se stesso, per miracolo.
Nei panni di

Stare nei propri panni non è qualcosa di scontato. A volte li sentiamo stretti: non ci valorizzano, ci impediscono di realizzare le nostre aspirazioni. Oppure ci stiamo troppo larghi, come se da noi si esigesse l’impossibile, issandoci su un piedistallo da cui abbiamo paura di cadere. In un caso e nell’altro c’è un disagio, soffriamo la distanza tra l’apparire e l’essere.
Per uscirne, occorre una certa fluidità, l’attitudine a sincronizzare le varie prospettive: come ci vedono, come ci vediamo, quanto valiamo per gli altri e per noi stessi, quanto possiamo coinvolgerci e a quanto, invece, è saggio rinunciare. Per i credenti, il modello è Gesù. È singolare un Dio che si riduce a un pezzo di pane e a un po’ di vino, felice di trovarsi in panni così stretti. Da Lui c‘è sempre da imparare; per arrivare, magari, a ridere di sé.
Luigi Maria Corsanico legge Boris Pasternak
[youtube=https://youtu.be/6mWGX2d1-r4]
da qui
Boris Pasternàk
La neve cade
(Traduzione di Angelo Maria Ripellino,
“Poesie” Boris Pasternàk, Einaudi,1960)
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Claude Debussy – Des pas sur la neige (Préludes – Book I)
Daniel Barenboim (excerpt)
Image by Ron Hallman, United States
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Destino

Chissà perché la parola “santo” è così ostica. C’è, per i termini che usiamo, un’istintiva simpatia o antipatia, dipendente dalla sensibilità e la storia personali. Se dico “prete”, per esempio, mi risulta familiare, mentre a qualcuno scappano gesti apotropaici. “Lotta” è un vocabolo soggetto a reazioni contrastanti: mentre il vecchio comunista penserà al mondo operaio e proletario, a me viene in mente la battaglia quotidiana col maligno. Il lemma “seno” ecciterà il lussurioso e susciterà contemplazioni astratte in una mente matematica, che gli appaierà il “coseno”.
“Santo, santità”, a ben vedere, mettono d’accordo: da una parte ci sono i religiosi, propensi a vedervi un territorio amato e conosciuto; sulla sponda opposta, tutti gli altri, che avvertono un senso di distanza non colmabile, una barriera naturale di fumi d’incenso e odor di sacrestia.
In realtà, nasciamo per santificarci. Ma bisogna volerlo. È la scelta decisiva e ultima, l’atto libero per eccellenza, che ci stampa addosso il bollo per passare di là, dove c’è il Santo. Ogni tanto qualcuno lo ricorda, provocando reazioni colorite. Fino a quello che il Vangelo definisce, col suo stile radicale, “odio del mondo”. Strano destino essere allergici alla propria identità.
Non dimenticatemi

Da Non dimenticatemi di Pavel A.Florenskij
Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo
lettera alla madre, 23 marzo 1937
…Gli uomini di tutte le epoche considerano solo se stessi come uomini e vedono tutto ciò che è relativo al passato come uno stato quasi animalesco; e quando scoprono nel passato qualcosa che assomiglia ai loro pensieri e sentimenti, i quali soli ritengono autentici, la lodano dall’alto della loro boria:” Erano delle tali bestie, eppure in qualcosa i loro pensieri si sono avvicinati ai nostri”. Il mio punto di vista è del tutto opposto; l’uomo è sempre e ovunque stato uomo, ed è solo la nostra prosopopea che in passato più o meno lontano gli attribuisce sembianze scimmiesche. Non vedo cambiamenti sostanziali nell’uomo stesso, cambiano solo le forme esteriori della vita. Al contrario, l’uomo del passato, del lontano passato, era più umano e più acuto dell’uomo più recente, ma soprattutto era incomparabilmente più nobile.
[A cura di Annamaria Ferramosca]
Compagni di viaggio

La sofferenza è lo scoglio che non si può evitare: prima lo riconosciamo meglio è. I miti ci aiutano a inquadrare la questione: se non è Scilla, sarà Cariddi a conciarci per le feste.
Il problema nasce se la nostra mappa personale non coincide con la vera: ci incaponiamo a disegnare itinerari dove il male è rimosso, in cui ci s’incammina come se niente e nessuno potesse ostacolarci, finché non ci schiantiamo contro il solito muro.
Bisogna fare pace col dolore, guardarlo in faccia e conversarci a lungo, tanto lui non ha fretta, anzi, ci gira intorno con solerte insistenza.
È anche simpatico, se lo accogliamo nella cerchia dei nostri conoscenti: ci parla, esortandoci a servirci di lui per maturare, scoprire abilità e risorse finora sconosciute. E così, dopo averlo temuto, convinti che buttandolo fuori dalla porta rientrerebbe dalla prima finestra disponibile; persuasi altresì che resterebbe tra i piedi in ogni caso, finiamo col farci amicizia, lo promuoviamo a compagno di un viaggio che, grazie a lui, ci porterà alla meta.
Cerchi

Quando si comincia a crescere? Come si sbloccano i meccanismi del cambiamento personale?
Non è che l’uomo e la donna rifiutino di evolversi. L’esperienza delle confessioni, per esempio, insegna che esiste il desiderio di vincere quella sorta di maledizione incombente su coloro che vogliono uscire dal peccato. Cogliere il punto è decisivo: volere non è potere, non basta sognare d’essere virtuosi per esserlo davvero.
C’e un segreto, qualcosa che intuiamo senza riuscire a definirlo, e per questo ci lascia come prima.
Il trucco risiede negli anelli. La crescita dell’albero si mostra nei cerchi concentrici che con pazienza si formano nel tempo. Tutto sta a cominciare: la pianta cresce per destino, noi solo se vogliamo diventare ciò che veramente siamo.
Folle di sapone

Quanta gente dice di sentirsi sola. Vale sempre più l’assunto di Italo Calvino: non c’è più nessuno che ascolti nessuno. La tendenza è quella di esprimersi in pubblico, nelle reti sociali, dove fiumi di parole scorrono senza che alcuno le degni di uno sguardo, scivolando via come sapone nello scarico del lavandino. È un’abitudine mandare messaggi che nessuno recepisce, confermando che non abbiamo alcuna rilevanza, che il nostro mondo non è degno di attenzione e possiamo scomparire, di punto in bianco, senza suscitare una pur minima curiosità. La società liquida è diventata gassosa: la presenza umana evapora in nuvole di bit – si chiama “cloud”, mi pare, l’organizzazione dei contenuti in rete -, lasciando in una nebbia in cui si perdono i contorni del non-io e dunque, per forza maggiore, anche quelli dell’io, che è relazione.
Che fare? È una domanda che si riaffaccia sempre, nella storia, richiedendo uno sforzo ulteriore, un supplemento di speranza.
In realtà, per un cristiano, il problema non dovrebbe porsi: se riceve Gesù nel sacramento, non se lo leva più di torno, come scriveva Teresa d’Avila nel suo linguaggio colorito. Una ragione in più per uscire dalla solitudine delle folle virtuali, dal torrente di parole che sfocia nel mare dell’oblio, e approdare alla Parola che riporta, all’istante, alla vera identità.

