
Spesso effondiamo poco i nostri sentimenti. Con Dio, poi, quasi per nulla. Eppure è vivo e vegeto, anzi, risorto. È come se un vecchio amico arrivasse da lontano, dopo tanto tempo, e lo salutassimo come diciamo buongiorno al giornalaio. Che poi il giornalaio si può salutare molto cordialmente, come capitava a me nei tempi andati.
Dio ha molta pazienza. Sta lì che aspetta, alla finestra, il figlio prodigo, il quale ritorna solo perché ha fame. Nonostante questo, il Padre gli corre incontro e gli si getta al collo: non per strozzarlo, ma per riempirlo di un amore che dovrebbe stupirci, commuoverci, in una parola, convertirci.
Ma noi siamo quelli dei saluti misurati, cuori in naftalina che aspettano, spesso, il treno successivo. Che non c’è.
Archivi autore: fabrizio centofanti
L’Avvocato

Il peccato è una questione seria. Produce un’azione devastante in più modalità. La prima è immediata, quasi incosciente riguardo agli effetti che determina. La seconda è la sua permanenza nel deposito della memoria: resta lì come un’accusa, una minaccia di disgregazione, di vergogna. Ecco perché il demonio è detto, anche, il grande accusatore: fa leva sulla paura, sul senso di colpa, ci fa chiudere in noi stessi, fino a estinguere del tutto la speranza.
Se il diavolo ci accusa, Dio è il Paraclito, l’avvocato difensore. Non ignora le nostre malefatte, anzi, ci mette a nudo, ma senza umiliarci: accresce, piuttosto, la conoscenza di noi stessi, le potenzialità di amare e farci amare. Ecco perché la salvezza consiste nel metterci davanti a Lui, senza difese, rientrando in contatto con la nostra identità.
Isabella Leardini, Una stagione d’aria

Isabella Leardini, Una stagione d’aria – Donzelli, Roma 2017
di Alida Airaghi
Isabella Leardini, nata a Rimini nel 1978, presente in diverse antologie italiane e straniere, nel 2002 ha pubblicato il volume di poesie La coinquilina scalza, premiato e bene accolto da importanti critici. Con questa seconda prova si cimenta in un canzoniere amoroso che ambisce a mettere in scena non solo la sua tensione e sofferenza individuale, ma anche la condizione generazionale di tante giovani donne italiane, bloccate tra un’educazione tradizionale soffocante (fatta di aspirazioni limitate e di docile accettazione del proprio destino) e un desiderio di autonomia difficile da raggiungere. Continua a leggere
Quo vadis?

È importante capire dove andiamo. Se mi alzo la mattina e so che andrò da Dio, mi sento diverso: pieno di trepidazione, di gioia o di paura, ma diverso. Qualcuno ha definito Cristo il punto Omega: la meta, cioè, verso cui siamo attratti, l’approdo del viaggio, l’ultima fermata. Ma ciò può valere per ogni nostro movimento, interiore o esteriore, fisico o mentale.
Se la mia vita è protesa verso Dio, non è più uguale a prima, senza destinazione e senza scopo. Se fisso gli occhi in quelli di Gesù, che mi ama davvero, non ho più bisogno di nascondermi, di mettermi una maschera, di approntare difese di ogni tipo e per ogni possibile minaccia. Posso essere me stesso: c’è qualcosa di più bello?
La scelta

Sembra facile capire Dio. Uno studia, legge il catechismo, ascolta preti e suore e dice: ne so abbastanza. Ma poi i conti non tornano. Succede qualcosa di imprevisto, che lo spiazza. Ripassa il catechismo, cerca di ricordarsi le parole dei preti, delle suore. Niente, non basta. C’è un buio che non riesce a penetrare, qualcosa che è più grande di lui, che supera la sua comprensione. Bella forza, penserete, è Dio. Certo, ma è lì che si decide la partita, che il gioco si fa duro. E s’impone la scelta decisiva: con Lui o contro di Lui. Il di più viene dal maligno.
Accidenti all’accidia

Mai parlare di conversione come se ne bastasse una: ce ne vogliono tante. Pensi d’essere arrivato ed ecco l’ennesimo scalino, un passaggio da varcare con coraggio. Il bello della fede è che ti nasconde sempre le pantofole. Gesù non aveva dove posare il capo, e noi marciamo in un deserto inospitale, trovando ristoro soltanto in qualche oasi, dalla quale ripartire di buon’ora.
Quando, nella nota parabola, il padrone rimprovera il servo che ha sotterrato il suo talento, gli da’ del malvagio e del pigro. Chissà perché l’accidia, dei sette peccati capitali, è la più misconosciuta, ignorata, sottovalutata nei suoi effetti. Eppure è un tarlo che rischia di spedirci, senza tante storie, là dove è pianto e stridore di denti.
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 2
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da qui
La strana favola
Novembre 2017 / Marcello Comitini ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…
Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano
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L’attenzione

Ci distraiamo. Facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Molti mi dicono, nella confessione, che mentre pregano sono disturbati da interferenze di varia natura.
Credo che si debba distinguere: ho cercato io la distrazione? L’ho assecondata, e alimentandola l’ho fatta crescere?
Non è una questione solo religiosa. Il laico ha lo stesso problema: la concentrazione è un atto morale, pensare ad altro è un torto che facciamo a chi ci parla e che, in ogni caso, se ne accorge.
È nota la gag di Totò: alla moglie che gli chiede a cosa stia pensando, risponde che sta pensando a cosa rispondere in caso lei chiedesse a cosa stia pensando.
Se ci distraiamo involontariamente, nessuno lo metterà sul nostro conto. L’attenzione è un gesto d’amore, di quelli che passano di là, unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.
Sintonie

Non siamo abituati a fare insieme. La società ci orienta all’individualismo: comprare questo e quello per dimostrare di essere il migliore, il più bravo, il più ricco. O il più potente, il più furbo, il più vincente. Per cui, anche se si lavora in squadra, resta una scia di autoaffermazione, un istinto a cercare il primo posto, a mietere successi personali.
È un motivo d’infelicitá, perché siamo fatti per vivere collaborando, entrando in sinergia, spendendoci per una causa che ci supera, ampliando gli orizzonti del nostro desiderio.
C’è un’icona famosa, la Trinità di Rublëv, che rappresenta il dinamismo di cui sopra: ogni personaggio guarda l’altro, in un essere e fare insieme che annulla qualsiasi tendenza solipsistica.
Gesù ci chiede questo: lavorare con lui, per il bene di tutti. Non è poi una proposta così strana.
Volere volare

La cosa più difficile è identificarsi coi sentimenti altrui, considerarli tanto importanti quanto i propri. È un passaggio di stato, per cui non faccio più corpo unico con l’ego, escludendo l’esperienza che si sottrae al mio gusto, ai miei interessi, al vantaggio personale. Nessuno insegna a esercitarsi in questo, tranne il teatro, dove sentire ciò che sente l’altro è un ferro del mestiere.
Per il credente, quest’arte è ancora più importante: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, dice San Paolo. Più sento come Lui, più voglio ciò che vuole, più la mia vita raggiunge il porto sospirato.
Quando le due volontà coincidono, sono praticamente in paradiso.
Fame e sete

Fame, sete: sono queste le sensazioni che ci contraddistinguono. È una verità ratificata dalle Beatitudini: beati voi, che adesso avete fame, perché sarete saziati.
All’inizio non si capisce bene di che fame, di che sete si tratti. Si inseguono il piacere, il potere, il possesso. Ci si perde in labirinti senza uscita, perché psiche e corpo, spesso, aspirano a quello che in teologia si definisce “cattivo infinito”, l’avidità insaziabile dei sensi.
Poi, a poco a poco, ci scopriamo esseri relazionali, a cui occorre guardare nello specchio dell’altro per sapere chi siano. Ancora una volta, proviamo il dolore di non essere capiti, di rimanere soli nella folla, di non trovare una risposta ai nostri desideri più profondi.
Finché non ci capita di specchiarci in Lui, nel Figlio di Dio, e ogni cosa torna al posto giusto: il dolore c’è, ma è una nota fra tante, e con le altre forma una struggente sinfonia.
Solo allora la terra assetata si riempie di brina, e sazia la sua fame di sole.
Carlos Kleiber: diventare superflui per ritrovare il senso

Bruno Le Maire è il Ministro dell’economia e della finanza in carica nell’attuale governo francese di Édouard Philippe. Ha scritto un breve romanzo dedicato alla figura di Carlos Kleiber che in Francia, pubblicato da Gallimard, si è aggiudicato il Prix Pelléas e il Prix de la Ville de Deauville, e che in Italia è approdato sui nostri scaffali, con l’editore genovese De Ferrari, grazie alla perseverante passione del traduttore e musicofilo Roberto Lana. Continua a leggere
Sorry(so)

Capita che ci imponiamo agli altri. Devono prenderci così come siamo: magari freddi, astiosi, insopportabili. La faccia conta, checché se ne dica. Se qualcuno mi guarda di traverso, non saluta, sembra che da un momento all’altro debba uscirsene con un grugnito o qualche verso simile, può essere l’anima più dolce e fulgida del mondo, ma io non me ne accorgo. È strano che curiamo l’esteriorità e poi ci sfugga un concetto così chiaro. A meno che l’altro non sia un veggente, un sensitivo, o uno che se ne intende di persone al punto da leggerne l’interno, non possiamo esigere che ci capisca molto aldilà di quello che mostriamo.
Il sorriso è importante. Ecco perché mi piace tanto un’immagine di Cristo, emersa dalla foto scattata a un sacerdote che sollevava l’ostia consacrata, e visibile in un punto dell’abito: fosse anche un falso, illustra bene il valore di un volto sorridente, un segnale che si spiega da solo, senza bisogno di postille.
Essere e tempo
Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto, o un’indigestione, o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro. Continua a leggere
Tutto il resto è noia

Non ce la farò, non sono in grado, i miei limiti non me lo permettono, è inutile che tenti, vado incontro a un‘altra delusione, tornerò più depresso di prima: sono esempi di quella voce che, continuamente, ci suggerisce di rinunciare alla buona battaglia di cui parla san Paolo, o chi per lui, nella seconda lettera a Timoteo.
Se le dessimo ascolto, il mondo finirebbe in pochi giorni: sono tanti i motivi, anche seri, di scoraggiamento, e spesso hanno il potere di convincerci, sebbene, esteriormente, continuiamo a fare come nulla fosse. Mancano le motivazioni e l’entusiasmo, il pessimismo scava un vuoto che ci sembra impossibile riempire.
Poi, però, c’è un ‘altra voce: credi in me, dice, sarò io a condurti alla meta, affidati e vedrai.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce, dice Gesù a Pilato.
A chi daremo retta?
La nostra vita è appesa a questo chiodo, tutto il resto è noia.
Da cosa nasce cosa

L’amore si moltiplica: è un volano che aumenta di intensità e rapidità, una pianta che cresce, un fiorire di fuochi artificiali che illuminano il buio. Tutto sta a cominciare: dici una parola delicata, cedi il posto, chiedi “come stai?”, e subito un bene tira l’altro: è come un torrente che s’ingrossa, si trasforma in fiume, in un mare dove, dalle navi, i passeggeri salutano coi fazzoletti in mano.
Il primo atto richiede fiducia: perché dovrei dare se poi rischio d’essere ignorato, schernito, giudicato? Per quale motivo uscire dalla nicchia in cui mi godo la mia tranquillità, la mia autarchia, il benessere ostentato alla faccia degli altri, che mica si sono fatti il mazzo come me: sono forse il custode dei miei fratelli? Figuriamoci di quelli che non ho visto né sentito.
Poi, un giorno, ti scappa un saluto, un favore, concedi quel tanto da farti sbilanciare, ed ecco che ti fregano, un atto d’amore tira l’altro, non puoi più farne a meno. Sei partito e non riesci a fermarti, come se il senso di questo grande circo non potesse più essere diverso.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 7
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da qui
FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO
Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa
Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall
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Le cose di ogni giorno

Le cose di ogni giorno sono le più importanti. Quelle a cui non diamo peso, che facciamo quasi in automatico, di cui ci accorgiamo solo in casi estremi: se va via la luce, se ci ammaliamo, se non abbiamo tempo. Recentemente, un amico mi ha confidato di aver sentito la febbre salire e di essersi buttato sul letto vestito com’era, per due giorni. In quei momenti, ti passa davanti ciò che faresti se tutto fosse come sempre: lavarti, scegliere l’abito, riordinare la stanza, stare a tavola.
Tutto questo, fatto alla presenza di Dio, spalanca una nuova dimensione. Allora mi ricordo della veste bianca del battesimo, dell’icona sacra appesa al muro, del pane vero che è il Corpo di Cristo.
La vita cambia se offriamo alla luce del senso ultimo le minuscole faccende di ogni giorno. Chi è fedele nel poco lo è anche nel molto, ha detto Qualcuno che di vita se ne intende.
Un centimetro

Il lamento è un confine. Metto dei paletti e dico: fin qui mi sta bene, perché sono io; un centimetro più in là cominciano le falle, i guasti, gli aspetti pesanti, intollerabili, i ritardi, tutto ciò che è passibile di lagnanza e protesta, fino alla minaccia, l’invettiva, la denuncia.
La sfida è andare al di là di quei paletti. Uscire. Approdare alla terra di nessuno in cui non ci sono più certezze, dove si apre il territorio sconfinato del diverso da me, che fatico a decifrare, a riconoscere, ad accogliere.
L’Esodo, forse, è il libro più importante del Primo Testamento, perché rivela l’essenziale: se non vado al di là di me stesso, non arrivo da nessuna parte. Resto a lamentarmi al di qua dei paletti, a un centimetro dalla libertà.
Capelli struggenti, di Franz Krauspenhaar
Capelli struggenti di Franz Krauspenhaar è una raccolta di liriche in cinque tempi. La suddivisione rimanda ai probabili cinque movimenti di una sonata atipica, essendo quattro i movimenti canonici. Una sonata piena di sterzate lessicali che spaziano dentro dimensioni oniriche, biografiche, assumendo forme di una ribellione combattuta tra l’estetico e il realistico. La scansione in cinque parti pare eseguire una partitura dove il cinque quarti, come improvvisa e inattesa anomalia, infrange l’ancestrale equilibrio in parte rassicurante del due e del quattro quarti. Sono tutte liriche cantabili, ricche di musicalità che riconosce se stessa nell’elettronica dei primordi, e nelle sfarzose melodie sperimentali degli anni Ottanta. Continua a leggere


