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Il gioco come forma temporis: “L’ultimo quarto del giorno”


di Raffaela Fazio

Il tempo è il nostro alveo e il nostro orizzonte. Ma, soprattutto, il tempo siamo noi. Tra le varie modalità di vivere il tempo ce n’è una originaria e invitante: quella del gioco. Il gioco, dunque, non come mera attività ludica, ma come forma temporis. Sul gioco quale modalità di vivere il tempo vorrei riflettere, in relazione al mio ultimo libro di poesie intitolato L’ultimo quarto del giorno (Milano, 2018).

 

Se è vero, come pensava Heidegger, che ogni manifestazione dell’essere è parziale, perché non può avvenire che nella concretezza di un momento vissuto in un contesto preciso, il gioco permette all’essere di passare più agevolmente da un suo manifestarsi all’altro: non assottiglia né sbiadisce l’essere, ma lo potenzia, rivelandone di volta in volta le diverse sfaccettature. Continua a leggere→

Alida Airaghi e Daria Angeli. Homeless.

[youtube=https://youtu.be/QAvbT0C52L0]

da qui

Sabato sera

di Alida Airaghi

I piedi neri che sporgono dal letto,
braghe arrotolate sui polpacci: Isaac dormicchia
in canottiera, sudato, sporco di terra, e il fiato
gli puzza d’aglio e di vino. Il suo vicino è Moses,
curiosi nomi di ricchi ebrei, i loro, che invece
più musulmani di così si muore. Continua a leggere→

Game over


Mica tutto va bene, nella vita: magari fossimo sempre freschi e riposati, col sorriso pronto per essere servito. Sarebbe bello illuminare h24 la gente che incontriamo, effondere grazia, buonumore, entusiasmo, straripare di gioia in ogni istante del giorno e della notte.
No, a volte siamo stanchi; distrutti addirittura. Capita d’intravedere un altro penitente in arrivo per la confessione e di pensare: non ce la faccio; non potevo sposarmi, farmi monaco, guardiano del faro?
Poi ti ricordi di Gesù, di tutte le volte che si è sentito fiacco, sfinito, sull’orlo del collasso; immagini i momenti in cui, in barba alla divino-umanità, avrà detto fra sé: chi me lo fa fare?
E allora stringi i denti, tiri avanti fino alla prossima stazione. È il bello della Pasqua: pensi d’essere esaurito e invece ricominci, come nulla fosse.

La prova


Il male non viene da Dio: su questo siamo – quasi – tutti d’accordo. Dio non può volere che il bene, ma la questione è complessa. Checché ne dica la teologia modernista, il peccato originale è una realtà con cui dobbiamo misurarci. Nell’uomo, nella storia, esiste il male, ma Dio lo utilizza per i suoi obiettivi. Solo in questo senso si può dire che da Lui provenga il male: per ottenerne un bene. Il che significa che dovremmo accogliere le cosiddette prove come permesse dal Creatore.
È poco intelligente la nuova traduzione del “Pater”. Dio ci induce in tentazione, consente la prova, proponendoci di accoglierla come l’ha accolta Lui, quando ha preso la croce. In tal modo ci ha salvati da quel male che non viene propriamente da Lui, ma che Lui usa, come sempre, per un bene maggiore.

Educazione sentimentale # 3

di Riccardo Ferrazzi

Antonello Sparzani ha lanciato l’idea e Fabrizio Centofanti l’ha sponsorizzata: qual è il libro, o i libri, che sono stati per noi un primo amore? Più esattamente, qual è “quella cosa, libro, film, conversazione che ancora ricordiamo con intensità della nostra adolescenza e che crediamo abbia davvero contribuito a farci diventare quello che siamo oggi”? Continua a leggere→

Qualcosa di buono


Che si può fare di buono nella vita? È un pensiero che si affaccia, anche per poco.
Ognuno ha un ideale che gira e rigira nelle mani. Scartando quelli palesemente taroccati – godere, possedere, dominare -, traspare, in filigrana, il sogno di lasciare una traccia, di fare del bene con la propria professione o anche con un umile lavoro. Non potrò mai dimenticare le parole di Martin Luther King: se la mia vocazione è fare lo spazzino di strade, sarò un grande spazzino di strade; il più grande spazzino di strade che si sia mai visto sulla terra.
Personalmente, mi piacerebbe trasmettere Cristo: permettere che entri nei cuori, nelle menti, risvegliare il desiderio di vivere con Lui. Il vantaggio di un ideale come questo è che piace anche a Dio. E, a mio modesto parere, non è poco.

La bontà


La bontà, oggi, è un genere in disuso. Prevalgono il cinismo e la furbizia, sottospecie dell’intelligenza; l’arte della manipolazione, dell’attacco preventivo, della vendetta che va servita fredda. Il punto è questo: il cuore è imprigionato in una morsa gelida, uscire dalla quale è almeno problematico.
Assistiamo a una prevalenza dei sistemi difensivi, che preservano da delusioni, sofferenze, traumi. Sperimentato il dolore, lo si vuole evitare a tutti i costi. A scapito degli altri. Pullulano i manuali di self-help in cui si insegna a dominare o raggirare il prossimo. L’uomo è lupo all’uomo, sosteneva Hobbes, ma è anche volpe, sciacallo, avvoltoio; animali, peraltro, degni del massimo rispetto (ma bisognerebbe chiedere un parere anche a cadaveri e galline).
L’arte del vivere degenera in arte dell’inganno, appresa alla scuola del Principe della Menzogna.
E la bontà?
Dio continua a essere buono, nonostante. Ma attenzione: il suo non è buonismo, altra malattia dei nostri tempi. La sua bontà è vincente e convincente, disarciona l’arroganza, ricolloca i valori al posto giusto, restituisce alla propria identità.
Come tesaurizzare tutto questo? Guardandolo negli occhi.
Ma pochi lo fanno.

La stanza


Insomma, qual è la vera casa? Abbiamo parlato di residenze alternative, terrestri e celesti, di abitazioni materiali e della casa del Padre, ma il problema può essere visto da un’altra prospettiva. In giro c’è una certa confusione: la gente è spaesata, ha perso i punti fermi, è alla ricerca di un senso che non trova. Le ragioni sono tante: cambi rapidi di paradigmi, l’invasione di tecnologie che assottigliano i confini tra reale e virtuale, una propaganda capillare che manipola le scelte quotidiane. La pressione è evidente, gli stimoli sono sempre più incalzanti: pensiamo al dilagare della pornografia, l’impero dei sensi cui si accede con un clic.
Su questo sfondo, diventa chiaro quale sia la vera casa: la camera in cui possiamo fermarci, restare in silenzio, a quattrocchi col profondo; oppure, se siamo in mezzo agli altri, il nostro cuore, il luogo dove abita chi non potrebbe mai condizionarci, ma solo guarirci e liberarci, la settima stanza di Teresa d’Avila. Lì c’è il Cristo, l’Archetipo del Sé, l’antidoto a ogni genere di alienazione.

Luciano De Giovanni



Il poeta “stagnino” di Sanremo

 

Scritto da Alida Airaghi

 

Capita a tutti noi di provare un po’ di commozione ascoltando una musica particolare, o rileggendo una poesia imparata al liceo. A me succede di emozionarmi ogni volta che ridico tra me e me questi semplicissimi sette versi:

 

Un’ape morta

nell’acqua della grondaia.

Ehi, sorellina!

 

Sole di gennaio

e cielo azzurro

per l’ape morta

nell’acqua della grondaia.

 

Forse mi intenerisce l’immagine di questo poeta-idraulico-spazzacamino, che ripara le tegole del tetto di una casa sulla riviera ligure, e svuotando la grondaia colma d’acqua trova un’ape annegata.

“Ehi, sorellina!”. Quasi stupito, appena addolorato, la sgrida come a dirle “Cosa stai facendo? Svegliati! È inverno, fa freddo, ma c’è il sole e il cielo è limpido. Perché sei morta, allora?”

Un minimo e preziosissimo Cantico delle creature, di francescana umiltà e letizia: come tutte le poesie che ci ha lasciato Luciano De Giovanni, nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001. Continua a leggere→

Così lontano così vicino


La vita, si dice, è fatta di alti e bassi. Bisogna specificare, tuttavia: ci sono i molto bassi e i molto alti. Questi ultimi, forse, sono rari, ma lasciano una traccia: la cosiddetta peack experience ricorda che siamo fatti per un’altra dimensione, sciolta dai lacci della contingenza, in cui si vola senza più zavorre. I molto bassi riflettono l’angoscia dell’assenza, plasticamente evocata nella débâcle del figlio prodigo: “partì per un paese lontano”.
Ecco perché, quando appare sulla scena, Gesù ci rassicura subito: il regno di Dio è vicino. Come dire: c’è un cortocircuito necessario tra la disperazione e la speranza.

Scarico


La Grazia, da qualche parte, deve entrare. Preghiamo, ma pensiamo ad altro; pretendiamo una risposta da Dio, e gli sbattiamo la porta sulla faccia. Poi diciamo che la preghiera è inutile, che la fede è un imbroglio; che abbiamo fatto, fatto, senza mai vedere nulla. O almeno lo pensiamo.
Se voglio che la Grazia entri, il minimo sindacale è che mi concentri su Gesù. Allora sì che lo Spirito scorre.
Altrimenti scorre solo l’amarezza, nello scarico della nostra ambiguità.

In bilico


Siamo sospesi tra virtù e superbia perché, se la prima si trasforma in vanto, va in malora. È meglio essere impeccabili e altezzosi o scalcagnati e con i piedi in terra?
La vita è fatta di bivi come questi: aspiri al bene, ma ti tocca accertare che la cosiddetta perfezione non diventi vizio, come in Lucifero, vittima di uno splendore che lo ha portato alla rovina, in quanto causa di orgogliosa vanità.
Ciò spiega perché, dai tempi antichi, la virtù regina è l’umiltà: è l’unica a impedire di passare dalla porta posteriore del Cielo alla bocca spalancata dell’inferno.

La casa


Tornare a casa: per ognuno è diverso. Qual è la mia casa? Quella di mia madre, dove sbarco il sabato sera con la scorta di noci, uva passa o cioccolato? O il Santuario, con la stanza che è un deposito di libri e oggettini ricevuti in dono e che non ho il coraggio di sfrattare?
Il marito e la moglie tornano trovando, a volte, situazioni peggiori che al lavoro. Gli anziani stanno a casa, se va bene, ma più spesso li spediscono in ospizi come merce scaduta, da smaltire nel modo più indolore.
Per il malato, il carcerato, lo straniero, la casa è un’utopia che appare, a volte, in sogni colorati, da cui si svegliano ancora più confusi.
Tutto questo fa pensare: forse la casa vera è un’altra. Ed è lì che stiamo andando, tutti insieme.

Entro a volte nel tuo sonno

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C’è uno scrittore – un poeta diresti – che scrive frammenti lirici, lasse di testo che hanno una consistenza piumosa e, a un tempo, abbondante. È Sergio Claudio Perroni – io lo conoscevo soprattutto come traduttore di Steinbeck – che ora pubblica, con La nave di Teseo, un bellissimo libro, Entro a volte nel tuo sonno (pp. 180, euro 12), una sorta di modernissimo Zibaldone di pensieri, più aderente alle piccole cose, più intimo ancora, un diario senza tempo che lo sguardo può scorrere in un senso e anche nell’altro, poiché la forza dell’insieme sta nello scorcio sempre inedito che ogni rigo getta sulla vita. Continua a leggere→

L’eternamente giovane


Cos’è il nuovo? L’attività umana tende a essere ripetitiva. Quante volte si percorre una strada, s’incontrano le medesime persone, si fanno e dicono le stesse cose? Replica oggi, replica domani, il materiale si accumula nei magazzini polverosi di una memoria sempre uguale. La mattina ci si alza già stanchi, rassegnati a un congegno che esclude sorprese e ricambi di energia. Perfino le cosiddette distrazioni assumono il colore e il ritmo dei gesti proposti all’infinito. C’è una via d’uscita?
La svolta è imbattersi in Dio: è il Creatore, rinnova tutto quello che tocca e ne ricava qualcosa di inatteso. Con Gesù, una catena di montaggio si trasforma in un rosario di epifanie interiori. Anche il dolore e la tristezza si tingono di azzurro, immersi come sono in Colui che è eternamente giovane.

Sentimenti


Parliamoci chiaro: i sentimenti fanno acqua da tutte le parti. Siamo presi da dubbi e aridità, le budella si contorcono per una delusione, un fallimento, un inizio di scoraggiamento. La chiamano negatività: un territorio avvolto nella nebbia, con sabbie mobili e crateri imprevedibili, sempre pronti a ingoiare l’esistenza. È il lavoro ai fianchi del male, che produce sottobanco la sua azione corrosiva, distruttrice, sottraendo speranza ed energie.
È allora che Gesù ci propone qualcosa: prendere i suoi sentimenti, lasciarsi contagiare dal suo desiderio di vivere in eterno. Quando ne facciamo l’esperienza, ci guardiamo allo specchio e ci sembra impossibile non averci mai pensato.

O Capitano


Sparire, o quasi. Come il lievito nella pasta, o il sale nei cibi. Accettare d’essere nulla, perdendosi nella fiducia, come un mare in cui navighi ignorando la rotta, senza porti domande, fidandoti del capitano.
O Capitano, mio Capitano, ti sei impegnato molto perché imparassi l’arte di svanire, il gusto dello stare in disparte, in una grotta, in un pezzo di pane e un po’ di vino.
Prendete e mangiate: si diventa nutrienti acconsentendo a uscire, una volta per tutte, dallo scatolame dei sistemi difensivi.
O Capitano, mio Capitano, prendiamo il largo, per approdare insieme nella Terra dell’Esserci Per Sempre.