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L’editore Kurumuny di Martignano (Lecce) nella collana ‘Voci Suoni Ritmi della Tradizione’ presenta un libricino con cd allegato, dove, grazie ai curatori Nigro e Vedruccio, si offe all’ascolto e alla lettura un repertorio popolare che tratta la Natività in ogni aspetto, dall’invocazione religiosa alla convivialità di una festa di speranza e di rinascita, dall’antropologico rito di passaggio al canto di questua di remote origini; Continua a leggere

Dicevo della ripetizione. Comprendevamo meglio come i pensieri negativi si ripetessero senza interruzione, dando vita a sensazioni, sentimenti, stati d’animo. Guardavamo la gente e capivamo facilmente da quali correnti, da quali flussi potesse essere percorsa e spesso angosciata, logorata. Leggevamo nel pensiero? No, ma eravamo più sensibili a questa verità lampante, altrettanto innegabile quanto l’altra che, per contrastare l’onda anomala di negatività, si rendesse necessario opporre una diversa e opposta procedura di ripetizione. Ciò spiegava, per esempio, perché i messaggi mariani battessero gli stessi tasti: la pace, la gioia, la fiducia. Era evidente che tendevano a sostituirsi alla melma cerebrale e affettiva che riempiva il mondo, i residui fissi di odio, di tristezza, di depravazione, i rifiuti non riciclabili della feccia più infima che riempie gli interstizi della mente e del cuore. In questo scenario deprimente avremmo dovuto portare il principio di Risurrezione, l’energia pulita di una gioia di vivere che non aveva niente a che vedere col successo, col piacere, coi trionfi umani, tanto eccitanti quanto effimeri. Avremmo portato, al contrario, il silenzio e l’umiltà, la sobria ebbrezza dello Spirito, come la chiamavano i Padri. Toccavamo le radici della vita, affondate in quell’abisso che è il Cielo, e che non tutti riescono a trovare, impegnati come sono a scalare le vette di traguardi privi di luce e di spessore, ignari della necessità di nascere di nuovo, dell’opzione imprevista di un Natale eterno.

Gesù, non nascere, non ci troveresti.
Le ali di Lucifero hanno colmato di buio la nostra terra; hanno avvilito il cielo e sparso da ponente a levante nuvole di piombo e sangue; hanno messo a morire le anime dell’infanzia e chiuso con foglie di cicuta le bocche, che avevi pensato buone per le rivolte. Non ci troveresti, nei sentieri dei pastori, nelle larghe ruote attorno al tuo Verbo, negli angoli casti della tua volontà.
Gesù, non nascere. Non ci capiresti. Continua a leggere

Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa
In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo nulla lascia al caso:
Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).
La fine della storia del titolo è una frase pronunciata da uno dei tanti protagonisti del libro, che però assume una valenza epocale, arrivando a imprimere una svolta decisiva nel cammino dell’umanità politicamente coinvolta a Est e a Ovest, al Sud e al Nord del Pianeta: in mezzo alla Guerra Fredda e ai postumi del Crollo del Muro di Berlino, si inserisce la vicenda del romanzo, che, come accade sempre nei testi di Sepúlveda, ha in fondo come protagonista un eroe classico (proprio nel senso della mitologia greca) in mezzo a un’umanità variegata e composta, dantescamente, da assassini, spie, lacchè, traditori, voltagabbana. Continua a leggere
Su Gigi Meroni (1943-1967) solo negli ultimi anni escono alcuni libri che riescono a colmare il ritardo epocale con la giusta distanza storica, la quale, a sua volta, consente agli autori di scrivere la storia del calciatore granata come uomo, sportivo, artista, personaggio eccentrico persino underground o controcorrente nell’Italietta degli anni Sessanta, Nazione tanto all’avanguardia per alcuni versi, quanto retrograda per molti altri. Continua a leggere
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Derek Walcott
Migranti
St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000
(Traduzione di Luigi Sampietro)
dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016,
N. 319, Crocetti Editore
Opera pittorica di Edgar Caracristi ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Astor Piazzolla – Soledad
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Era una strada nel deserto. Il Signore ci aveva abituato ai passaggi difficili, alle porte strette di evangelica memoria: ci sentivamo, nello stesso tempo, indispensabili e inutili, trasparenti e ingombranti. Sicuramente leggeri: il crogiolo di Dio ci aveva tolto tutto, tranne la gioia di vivere, l’esaltante esperienza della Pasqua. Era questo il momento che vivevo: l’esperienza della potenza della Risurrezione laddove la fiducia era ferita, il dubbio in agguato, l’amarezza in crescita. Una sensazione indescrivibile si faceva strada: stavo tornando ai tempi in cui don Mario mi aveva aperto uno scenario nuovo, dall’abisso della sua pasqua personale: una vita che nasce dalla morte, il vero specifico del Cristianesimo. Da questa posizione, più nulla ci poteva turbare. Il contesto, in fondo, era sempre lo stesso: l’ostilità dei “colleghi”, l’atmosfera materialista che ci circondava, l’incredulità di fronte alla profezia che aleggiava su questa fase storica. Ma c’era qualcosa che emergeva sempre più, e, vorrei dire, sempre meglio: l’amore, una forza vitale che arrivava al cuore direttamente dal Risorto. Mi tornava alla memoria un vecchio libro di uno psicologo tedesco, naturalizzato americano: “Avere o essere”. In fondo, il bivio era quello: scendere a patti coi criteri del mondo, o lasciarsi prendere per mano dal Signore dell’Essere, il Dio della Vita che non muore.
Siamo impauriti, come fossimo degli uccelli in mezzo alla neve. E non riusciamo a guardare né verso la tenebra né verso la luce. E già vivendo pensiamo a quando metteremo i fiori e i calici d’argento nello scrigno dei nostri resti.
E allora esistiamo come non ci fossero più gioie per noi, e aspettiamo di ricevere le ostie sante, fossero in un santo monastero. Continua a leggere
La Storia del calcio di Paul Dietschy e alcune riflessioni su sport e mass media
La lettura di uno straordinario libro recente come La Storia del calcio edito dalla Brianzola Paginauno e scritto dal francese Paul Dietschy, professore universitario di Storia Contemporanea e di Storia dello Sport induce ad alcune considerazione che vanno anche oltre l’aspetto soggettivo del testo medesimo, per agganciarsi a tutti i rapporti esistenti fra lo sport e i cosiddetti mass media. Continua a leggere
Fratello mio, ciò che è tuo mi appartiene, perché proviene dalla pianta dell’unisono; perché anche io l’ho, nel mio futuro probabile, la tua matrice divina.
Tu senza toccarmi sei le mie mani e la mia pelle. Tu sei il mio bacio, la mia carne lacerata, sei il mio numero successivo, la radice o la fionda di partenza. Tu sei quella fascia nell’orizzonte che intende custodirmi, per abbraccio di fratellanza.
Tu sei il dolore dissolto, infine la lacrima tremante che mi commuove.
E quanto vorrei che rimanessimo innocenti e preservati dall’inferno: Dio ci ha dato delle condizioni stupende per la Vita, ma oggi sulla terra c’è un massacro di colpi per raggirare l’Insegnamento; per farsi bastare l’ingegno umano.
Dovremmo sgombrare, tutti quanti, e presentarci con il senno bruciato dinnanzi alla Luce del Tempo.
Noi dovremmo, tra le lune messe ai poli, allungare le braccia ed essere le croci del risveglio; dovremmo essere a uno a uno anime di raccoglimento, nelle colonie degli universi.
Noi siamo i pensieri irripetuti di Dio, e stiamo in questo mondo come fossimo delle farfalle disseccate. E aspettiamo che la morte riesca a decapitarci.
Noi stiamo come fossimo corpi sanguinanti e pieni di gas, senza sapere che siamo l’eternità bloccata da Dio; che siamo una moltiplicazione di noi stessi, e la lingua perfetta dell’Amore. Che siamo la parte spoglia e bianca della Natura.
Noi siamo eccellenti e dai vestimenti puri, la rinomanza della Bellezza.
Ma viviamo come cacciatori di montagna, e lasciamo impronte giganti dentro ai cuori. Non sappiamo riconoscere i terreni dei nostri fratelli, e facciamo cadere lenzuola di cera sui loro volti. Non sappiamo aprirci al profumo dello spirito, a quel campo grande e verde che ci riunisce.
È un anello celeste la vita, un melo senza peccato; non fosse che l’abbiamo inchiodata nella colpa, nel cipresso nero di ogni crimine, sarebbe l’eucarestia.
Facciamo allora saltare dalle nostre schiene la rogna della disumanità, per esserne immuni. Facciamo perdere le nostre tracce profane, e tutti i vestiti di lutto che ci sono stati imposti dalla modernità.
Diventiamo figli della Gioia, invocando tutti d’accordo la comunione. Diventiamo aurore di braci e insieme Magi con nelle mani la Vita e la Luce.
Entriamo così nel vuoto del cosmo, e avremo dentro alle anime l’ossigeno che esiste solo nella bocca di Dio.

di Nicola Vacca
Utopia significa andare da nessuna parte, scrive Emil Cioran. In nome di una presunta portata rivoluzionaria del concetto di Utopia, la storia si è sporcata di sangue. In questi ultimi anni sono venuti a galla crimini del comunismo. La luce è arrivata dagli archivi segreti dell’ex Unione Sovietica per troppo tempo rimasti secretati. Finalmente è venuta fuori la verità.
Documenti che certificano ampiamente la nefandezza dell’ideologia bolscevica e la connivenza omertosa dell’apparato comunista occidentale che non riusciva ad affrancarsi radicalmente dall’ideologia della casa madre.
Tra questi partiti un discorso a parte merita il Pci. Continua a leggere
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Ma non ti preoccupare, non è nulla:
ricorderai d’avere indovinato
per un solo momento il quando e il come,
la dimensione altra dello spirito,
il dono ricevuto, l’ammissione
di colpa. Rideremo della stolta
impunità di fronte al tribunale
del vero. Ma tu non ti preoccupare,
non è nulla, se non la libertà,
se non il vizio antico di rischiare.
Bisognerebbe chiamare questo libro, più che autoantologia, epifania progressiva di una vocazione poetica. Questo ci dicono i testi di Lucetta Frisa, raccolti a partire dall’aurora di questa chiamata, che – come scrive Vincenzo Guarracino nella prefazione – «viene da lontano» e «interroga la vita». Nei circa ottanta testi che compongono il volume – scelta parsimoniosa, in realtà – vediamo delinearsi una poetica che presenta rinvii, anticipazioni, cesure e riprese. Una poetica con decise incursioni nel surreale, più evidenti in alcune raccolte centrali (in particolare Notte alta e L’altra, entrambe uscite attorno agli anni Duemila), ma che presenta una costante: l’esercizio delle micropercezioni, quelle che – per citare un altro titolo, formalmente estraneo alla poesia – “sentono le voci”, le parole nelle cose. Basta una passeggiata in un luogo speciale, un odore, una stagione, un binario interrotto, perché le atmosfere di un tempo amato e mai visto tornino a chiamarci. E’ il momento in cui nasce la parola e ci raccoglie a sé. Continua a leggere