Archivi autore: fabrizio centofanti

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Pensierino della sera

[youtube=https://youtu.be/lAoT2ktM2H0]

da qui

Che bello poter dire quello che si pensa, liberi dal mainstream, dalle pressioni delle lobbies, dai “mi piace” e dal plauso della gente. Non essere costretti a leggere “Repubblica” o ascoltare la Gruber, non rendere conto a nessuno, tranne che a Dio. Non doversi guardare le spalle, perché c’è Qualcuno che ha cura di te. La Poesia e lo Spirito è anche questo. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Sì, potrà.

A rivederci, Narda

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Canzone degli addii

Ci siamo abbracciati sotto l’arco
che s’apriva nella piazza
l’addio è stato una formalità
c’era un a rivederci fra le stelle
nella notte nitida e brillante
che ci trapassava il petto

non dolore non doveri non averi
un addio senza colonne da ragionieri
così come fanno i ragazzi che
si piangono sulle spalle e s’aggrappano
alla maglia quasi forse un’ancora
dopo l’addio nel mare aperto
alle burrasche alle onde alte
allo strillo di gabbiano sgraziato
sopra il ventre azzurro
che ci volle uomini e pesci
uccelli e insetti fiori e biancospini

ci siamo abbracciati nel sonno
ancora tante volte per ritrovarci soli
in un’alba irriverente che non si cura
della tazzina sbrecciata del caffè amaro
anima mundi l’amore con dentro
tutto il dolore.

79. Il Bene

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Il cammino dell’uomo. Da tempo consigliavamo di leggere l’aureo libretto di Martin Buber, che in sei tappe preparava interiormente ed esteriormente all’avvento di Cristo. Capire la vita come itinerario diventava sempre più urgente in una società che ormai girava su se stessa, intorno al proprio ombelico, sempre più ripiegata sul mito tecnologico dell’auto realizzazione, che immancabilmente diventava auto gratificazione, ruminamento onanistico dei quattro piaceri che avrebbero dovuto riempire la vita con un gioco di prestigio. Ma la vita presentava il conto, tanto più salato quanto più ci si faceva prendere nelle spire implacabili di un edonismo letale. Era un dono della Provvidenza, dunque, il percorso di catechesi che portavamo avanti in quel periodo: la proposta di un passaggio graduale e profondo dai vizi alle virtù, come don Mario aveva insegnato con un esercizio geniale: scrivere in cima a un foglio uno dei vizi capitali e poi trarne una catena di conseguenze, che mostravano con incontrovertibile chiarezza dove il tutto andava a parare. La stessa cosa faceva con le virtù. Solo così “il cammino dell’uomo” diventava un passaggio consapevole da un’atmosfera all’altra, dalla melma del peccato all’aria pura e stimolante della vera conversione, quella che desidera il Bene, e ne fa la meta più agognata della propria vita.

L’amore e i tempi del quotidiano

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di Nicola Vacca

Alain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.

Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.

Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento?  Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.

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Lethem e la ferocia dell’assurdo

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di Nicola Vacca

Jonathan Lethem è il più lucido e ironico tra gli scrittori americani. La sua scrittura è sempre feroce e irriverente e si diverte a demolire la vanità degli intellettuali radical – chic.

Nei suoi libri Lethem predilige le intuizioni legate alla commedia dell’assurdo. Con il gusto beffardo dell’assurdo e del paradossale inventa storie come folgorazioni che demoliscono soprattutto gli ambienti culturali americani e il perbenismo conformista di un certo stile di vita statunitense.

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78. Questione di cellule

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C’era ancora bisogno delle profezie? In realtà, i fili cominciavano a farsi più visibili: la divisione nella Chiesa sembrava irreparabile – sapevamo di dover pregare intensamente -, la violenza terroristica seminava morte nei modi e nei luoghi più imprevisti, le tensioni internazionali si facevano evidenti. Solo noi restavamo invisibili, nella zona protetta dal Signore e proprio per questo in ombra, docile alla sua ispirazione, declinata nelle linee portanti della purezza, dell’umiltà, della pace, dell’amore. E poi, certo, della sofferenza: offerta e umiliazione erano spine e nello stesso tempo carte vincenti da giocare, al tavolo pieno di sorprese del paradosso cristiano. Ci sentivamo nel cuore pulsante di tutto l’universo, immersi nel crogiolo di una Sapienza antica e nuova, divina, che impregnava ogni minimo atomo del cosmo. Le scintille di Dio balenavano nel tempo e nello spazio abitato dalla Provvidenza: in un’alba, in un gioco di nuvole, nella poesia, nella musica, nelle nostre intuizioni, scaturite da un dialogo affacciato sulle verità profonde della vita. Sentivamo quel volgere d’anno come decisivo: le promesse si sarebbero avverate, il filo d’oro del Progetto avrebbe cominciato a brillare nel buio della violenza umana, del cinismo, della negazione del mistero. Anche noi eravamo atomi aperti alla vita, cellule sensibili a ogni lieve richiamo dell’amore antico e nuovo del Creatore.

Marino Magliani, Il creolo e la Costa

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Marino Magliani, Il creolo e la Costa, Fusta editore

di Riccardo Ferrazzi

Un altro Magliani, un Magliani diverso, che fa il detective in prima persona e si lancia sulle tracce di un problematico episodio nella vita di un eroe sudamericano: Manuel Belgrano, il nume tutelare della Repubblica Argentina.
Si dà il caso che il padre di Belgrano fosse un emigrato italiano, originario di Oneglia, e più precisamente della Costa, una frazione in cui vivono ancora altri Belgrano. Nessuno più di Magliani, originario della val di Prino e frequentatore di Oneglia fin dall’infanzia, è l’investigatore adatto per districarsi fra epistolari, cronache di oscuri cronisti ottocenteschi, storia locale, topografia, urbanistica, economia, usi e costumi. Continua a leggere→

Dio, io vorrei, di Michele Caccamo

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Proposte per il nuovo anno

Vorrei raccogliere i frammenti dei miei ossicini portati al rogo, per poi far tacere per sempre chi non si è preso cura di me.
Vorrei si perdessero le siringhe che ancora mi gonfiano di dolore.
Vorrei si perdessero, al primo dispiacere, i cuori freddi e torbidi che mi hanno disconosciuto.
Vorrei che l’uomo buono che sono non venisse più abusato. Continua a leggere→

Accanto al muro d’osso. Inedito di Rosa Salvia

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Devi startene
fermo come un asceta
In preghiera
accanto al muro d’osso
Ascoltando
come il Cristo bambino
il lamento
dei fratelli martoriati

con la fronte oscurata dal buio
che imprigiona il giorno

fino a che
la rugiada
goccia a goccia
carezzi la ferita del giardino
e un nuovo polline v’imprima a fuoco
il suo nome

e il muro
senza la lùbrica violenza
vibri nudo nel vento
per la materia del dire oltre l’inganno
per la possibilità del verde sulla pietra
per un ramo d’ulivo – solitario
per questa nostra convivenza umana
che cammina
cammina
entro l’obliquo raggio della stella.