Archivi autore: fabrizio centofanti

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Per Gregorio, barbone morto sotto un treno

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di Flavio Tannozzini

Manca soltanto un treno, per tornare a casa

e non sentire più

quel fischio che mi fa impazzire,

il rumore di ferraglia nella testa,

il rombo dei convogli sui binari freddi, in gallerìa,

lo stridore dei freni, che mi graffia i timpani e la faccia

al suono di sirene.

Tutto questo è nel vino, come sempre: lo so che non esiste,

e nemmeno succede,

è solo uno scherzo del pensiero. Continua a leggere→

Michele Caccamo e l’impossibile salvezza

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di Augusto Benemeglio

 

  • Anima ferita

 

Michele Caccamo è uno che ha  provato  di tutto, sappiamo dei suoi tre anni drammatici trascorsi in carcere, delle sue resistenze contro le infamie della mafia calabrese , della “maledizione che tuttora vive  negli occhi che sanguinano ogni giorno senza conoscerne il motivo, nel terrore delle voci e delle ombre, della sua bocca piena di scheletri del passato e del suo petto su cui grava un’incudine di ferro che toglie il fiato a ogni protesta, del suo urlare  e mordere le vene nei pugni, la lingua, le scarpe. Continua a leggere→

Pierre-Yves Leprince, Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

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Negli alberghi può succedere di tutto. Se poi a occupare la stanza numero 22 dell’Hôtel des Réservoirs, affacciato sul parco di Versailles, è Marcel Proust, si capisce che la faccenda si fa davvero intrigante. Siamo nel 1906, il futuro autore della Recherche lì alloggia mollemente segregato in attesa che l’appartamento parigino che abiterà nei successivi anni, al numero 102 di Boulevard Haussmann, sia pronto. Come trascorre il proprio adorato Tempo? Prendendo appunti e osservando scrupolosamente “la grande nemica dell’alta società: la realtà”. Attratto dalle emozioni e dal gusto del Vero, che “annoia o sconvolge”, il trentacinquenne inquieto ospite smarrisce uno dei preziosi taccuini su cui verga le prime battute di quello che sarà il suo capolavoro. La camera viene messa a soqquadro ma non c’è cameriera che riesca a trovarlo. Il portiere, Massimo, affida quindi la petit recherche al giovanissimo Noël, fattorino diciassettenne dell’agenzia “Bâtard e figli, pedinamenti e indagini di ogni sorta”, e, al presente, voce narrante dell’intera vicenda, ricostruita a distanza di ottant’anni dai fatti. Continua a leggere→

Due libri sui ‘nostri’ gatti

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di Guido Michelone

Il gatto è forse l’animale più raccontato, simboleggiato, rappresentato, evocato dalle arti in quasi tutte le civiltà umane dalla pittura alla poesia, dalla narrativa alla scultura, dal design al fumetto, dalla fotografia al cinema. Persino su Facebook il felino vanta il maggior numero di post affettivi, elevandosi quale argomento principe fra i numerosi discorsi interconnessi. Continua a leggere→

68. La speranza

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Spiegare cosa fosse la speranza cristiana era un compito arduo, in quel periodo. Per chi fosse avvezzo al linguaggio delle profezie non poteva essere un problema: sullo sfondo oscuro degli eventi, la salvezza era un punto luminoso, inconfondibile. Solo la coscienza esatta del male avrebbe potuto avvertirci del bisogno urgente di salvezza. La narcosi imperante, invece, imponeva le lenti rosa dell’illusione a buon mercato, la fiducia malposta in un buonismo che avrebbe lasciato con la bocca amara.
Pensavamo alla domanda di Dio al profeta appena convocato: Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo, Signore.
Mandorlo, in ebraico, significa anche “vigilante”. Il profeta era un’insonne sentinella chiamata a tenere gli occhi del popolo vigili sul tempo che veniva. Un compito scomodo, soggetto a ogni forma di critica e obiezione, ironia e perplessità.
San Massimo il Confessore, uno dei grandi Padri della Chiesa, diceva che i vizi provengono da due attitudini interiori: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Mai come allora, la società narcisistica – com’era stata definita – pareva soggetta a questi sbandamenti, opposti ma complementari. La perdita di Dio, del rapporto personale e profondo, aveva aperto la strada a ogni forma di presenza surrogata, esasperando, insieme, la morbosità e la fuga.
Come venire a capo di una distanza in apparenza incolmabile?
Sapevamo di dover restare saldi, costanti nell’annuncio, premurosi nelle spiegazioni, comprensivi nei confronti degli scettici e di quelli che, in nome di una falsa nozione di speranza, negavano l’urgenza della conversione. Sì, la speranza era proprio l’aggrapparsi alle ali di Dio, che avrebbe sostenuto coloro che accettavano di aprire occhi e orecchi alla sua eterna parola di salvezza: “quando vedrete queste cose, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

Il Moonlanding di Dalla Porta

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di Guido Michelone

Talvolta anche su ‘La Poesia e lo Spirito’ occorre parlare di musica, soprattutto quando i dischi hanno un risvolto poetico. Il nuovo disco Moonlanding, a nome del Paolino Dalla Porta Future Chamber Quartet, idealmente comincia con l’esergo ad apertura di booklet: è una frase dalle lezioni americane di Italo Calvino il quale dice: “Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio”, a cui sembra fare da eco lo stesso autore che Dalla Porta inserisce a pié pagina: “Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”. Continua a leggere→

Sincronicità

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di Riccardo Ferrazzi

Fortunatamente non tutti gli scienziati si lasciano bloccare dai loro tabù. Dato che la via maestra per risolvere i problemi consiste nel formulare ipotesi che poi devono essere verificate, ogni tanto a qualcuno capita di uscire dai binari.
Nel secolo scorso medici, storici, etnologi e antropologi hanno svolto indagini nei campi più disparati, arrivando a sfiorare forme di commistione con discipline trascurate dalla scienza ufficiale; ma nessuno era arrivato a formulare una teoria generale sui fatti “casuali” e nemmeno a indicare un metodo di indagine. Fino a quando Carl Gustav Jung (che, se non il padre, è come minimo lo zio della psicanalisi) pubblicò nel 1952 un saggio intitolato “Sincronicità come principio di nessi acausali”. Continua a leggere→

67. Le ceneri del vecchio

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Non si trattava della fine del mondo, del giorno e dell’ora che nessuno conosce. Era invece il momento in cui tutto sarebbe passato nel crogiolo della purificazione, attraverso le tappe della divisione da Dio (il fondamentalismo religioso), la divisione dall’altro (la guerra) e la divisione da se stessi (lo scisma ecclesiale). Dicevamo sempre che occorreva tener d’occhio queste tre direzioni, per comprendere il corso presente della storia. Ricordavamo le parole di Gesù, le dichiarazioni che in molti rimuovevano, perché non rispondenti all’atmosfera del tempo, alle esigenze del politically correct: “se non vi convertirete, perirete tutti nello stesso modo”. E da cosa ci dobbiamo convertire? si chiedeva la maggior parte della gente. Si era perso il senso della trasgressione, a partire da quello che la teologia continuava a chiamare “peccato originale”. Il simbolo del libro della Genesi era chiaro: l’uomo coglie il frutto dell’albero dell’Eden, per cui, da quel momento, sarà lui a stabilire cos’è bene e cos’è male. Il suo giudizio vale quanto, anzi più di quello di Dio, che forse non esiste. Da allora in poi, cioè da sempre, il disordine è entrato nel mondo, l’anarchia etica da cui discende ogni sorta di prevaricazione, di deviazione, d’ingiustizia. Il male cresce, e con esso il dolore, il malcontento, il seme dell’infelicità. Quando il male si moltiplica, non ha più freni: perde la misura e il senso delle cose, e precipita verso l’autodistruzione. Questo era il momento che ci era dato in sorte. Da tempo circolavano avvertimenti dall’alto, inviti a una sincera conversione, a un ritorno a Dio, al riconoscimento di un legame strutturale fra Creatore e creatura. Non era la fine, ma un inizio nuovo, nato dalle ceneri del vecchio.

Io bucherei a sassate la testa degli ‘ndranghestisti (per affiliare la Calabria all’onore)

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di Michele Caccamo

Ecco, ve li offro i miei prigionieri della tristezza: quegli uomini comuni che rimangono pazienti in attesa del Paradiso, o dell’Inferno che sia.
Da questa parte della terra la luna ha un lavoro consueto: cade in mezzo alla notte aprendosi chiara e straziante, come volesse mettere un gioiello, un giglio per l’eterno nei paesi; come volesse dare la parola alle strade.
C’è anche qualcuno che pigramente aspetta cada l’istante dell’estasi, o che la libertà diventi definitivamente legale.
Eccole, in Calabria, le ore dilette dai sogni. E allora tutto ha il senso della risurrezione, delle cravatte rosse come sete lucenti nella pena. Continua a leggere→

Bruges la morta

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Georges Rodenbach (1855-1898) pubblicò quel piccolo gioiello che è Bruges la morta (ora di nuovo per Fazi nella traduzione di Catherine McGilvray, pp. 105, euro 15) a puntate, su «Le Figaro», tra il 4 e il 14 febbraio del 1892; una maniera alquanto decadente, questo “studio delle passioni” umane, di celebrare la festa degli innamorati. Le passioni ne escono frastornate, allibite, massacrate. La storia – che tra l’altro fu, per Pierre Boileau e Thomas Narcejac, tra i semi del loro noir D’entre le morts (La donna che visse due volte, in Italia, da cui Hitchcock trasse il film Vertigo) – è quella di Hugues Viane, vedovo da un lustro, trasferitosi nel capoluogo delle Fiandre occidentali perché quella città dalla pelle vellutata, col suo Beghinaggio e “le note salmastre delle campane di parrocchia”, rappresenta un’equazione perfetta tra la sposa deceduta e la morte del tempo che tra i quais funerei è perpetuamente celebrata. Aggrappato al mistero delle danze macabre e ammaliato dai reliquiari bisbiglianti la memoria della giovane moglie – sotto teca, perfino la fatal treccia degli ultimi giorni di malattia –, Hugues, ebbro di salvifico dolore, riedifica la grande piramide della religiosità infantile sulla cui vetta siede la speranza. Di riunirsi a lei, un giorno, di mandar lontano l’impulso di togliersi la vita. Continua a leggere→

Habeas Corpus, di Pasquale Vitagliano

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di Augusto Benemeglio

Ci siamo rivisti, con Pasquale Vitagliano, dopo qualche anno, il 2 ottobre u.s. per la presentazione del suo ultimo libro, “Habeas Corpus”, al Pentatonic, Eur, Roma, grazie alla affettuosa ospitalità   di Anna Maria Curci.  Quando incontri uno come lui , che è un uomo impegnato su più fronti, quello di giustizia  , in primis, sai che la sua poesia non sarà evasione né tantomeno sublimazione spiritualeggiante della realtà. La sua poesia è più realista delle cronache politiche, dei reportages su una guerra o su un’epidemia, sulle poroblematiche dei disabili, o delle relazioni sui bilanci e sui deficit. Continua a leggere→

Bob Dylan Nobel

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di Guido Michelone

 

“Bravo Bob, bravo, il Nobel di Dylan è il Nobel di una generazione. Chi è rimasto di noi dovrebbe esserne fiero. Bob Dylan è la vera, unica eredità della Beat Generation nel XXI secolo”: è il novantasettenne poeta beat Lawrence Ferlinghetti a parlare, il quale aggiunge: “Con la musica ha fatto arrivare la poesia dove non era arrivato neanche Ginsberg. Mentre gli intellettuali dormono, l’Accademia di Svezia ha avuto coraggio: questo è un premio all’America sconfitta di Steinbeck. Dovevano dargli anche quello per la Pace”. Continua a leggere→

66. Annunci finali

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Noi “sapevamo”. Eravamo sicuri che gli eventi sarebbero accaduti, e altrettanto consapevoli della loro gravità. Tentavamo di comunicare la certezza in modi comprensibili e accettabili, ma arrivava il momento in cui si creava la distanza, il dubbio, in cui il muro dell’incredulità diventava una barriera insormontabile. Questo non ci impediva di proseguire nell’opera di sensibilizzazione, nell’annuncio di tempi che avrebbero cambiato lo scenario mondiale e, di conseguenza, l’insieme dei nostri microcosmi. Se da più di trent’anni la Madonna lanciava i suoi messaggi, il motivo doveva essere importante. Pensavo a quanto fosse difficile per Dio farsi presente ai suoi figli distratti, assorbiti dai loro interessi, obiettivi ed ambizioni, come se il tempo non dovesse riservare delle svolte, come se oltre l’angolo non potesse mai manifestarsi una sorpresa. Il nostro compito era aprire le menti, ma soprattutto i cuori: far riscoprire la dimensione della profondità, in un mondo appiattito sulle frivolezze e le apparenze, come una sala da ballo sfarzosa e rumorosa poco prima dello scoppio della guerra. Già, la guerra: era difficile immaginare gli effetti di un conflitto globale nell’epoca delle armi nucleari. Forse proprio questo faceva intravedere il cambio di paradigma generale a cui tutte le profezie si riferivano. Eppure erano pochi quelli che ascoltavano: mangiavano, bevevano, si sposavano. La storia sembrava ripetersi negli stessi termini, nello stesso, puntuale appuntamento con l’uomo e la donna sordi e ciechi. Noi annunciavamo, nonostante: qualcuno, prima o poi, avrebbe aperto gli occhi.

Edo e Neri, e la Chiesa del gonfalone in giubilo

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Raccontando del libero dialogo tra Edoardo De Angelis e Neri Marcorè in
“due amici dopo cena, tra chiacchiere e canzoni”

di Michele Caccamo

Ci sono parole capaci di agitare ogni fiammella della memoria: quella parte della nostra vita esclamativa che ci ha resi contenti, o l’infinita somiglianza tra le nostre nostalgie e le nostre paure. Ascoltarle è come tenere ferma una mappa nel vento, mantenendo una volontà strepitosa; è come lasciare roteare i ricordi nel mezzo del soffitto e nell’attesa, nel tempo.
Ieri sera sono stato sulle spalle di Edoardo De Angelis e Neri Marcorè: ho reso il mio cuore silenzioso e poggiato per terra le mie croci. Ho voluto essere senza esperienza senza linguaggio, per rimanere nel lato contrario dei miei occhi. Continua a leggere→