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Fernando Pessoa
Ode alla Notte
da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Spiegel im Spiegel , Arvo Pärt
Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio,
Notte con le stelle, lustrini rapidi sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente, vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute lungo i fianchi,
vieni e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano sulle ampie terrazze
degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo dell’orizzonte livido,
vieni e strappami dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa, vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

Bisogna pensare alla madre come terra inerte e al tempo stesso bramosa di frutti perché, nel gioco fra passività e desiderio, lo spirito maschile compia la sua riproduzione, a distanza, come si addice al sole che, con l’energia dei suoi raggi, scalda la materia e causa la vita.
Esso rimane comunque “fuori” da quel processo vischioso in cui la vita si trasforma in corpo entro un altro corpo, quello materno il cui fuoco lento semplifica lo spazio, eco d’ una voce chiusa nell’inconscio che risale dall’oltre.
Là dove sta l’ansia di vita, l’ansia di morte, là dove si fa tutto doppio e leggero
Pesante come il cerchio di un anello d’oro fino –
Là dove non sei sicuro di sapere se esisti
Là dove odi fiabe uscire dalla pietra, molle come una palude
Là dove vuoi divenire un segno, un fossile, una foglia, a testimone del mistero dei tempi –
Là dove una sola scheggia di te basterà ad abbattere un muro
E nel verde silenzio crescerà il filo di Arianna che lega esperienza e intuizione.

di Guido Michelone
Nel 2015 per festeggiare il centenario della nascita di Roland Barthes, il grande studioso francese prematuramente scomparso a 65 anni per un banale incidente automobilistico (investito di striscio da un furgoncino, muore un mese dopo per lesioni interne non subito rilevate), le parigine Éditions du Seuil pubblicano il volumone Album, ora prontamente tradotto da Il Saggiatore. Cos’è Album? Come dice il sottotitolo, si tratta di Inediti, lettere e altri scritti, che assumono un significato fondamentale per completare la conoscenza di un autore sui generis che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso rivoluziona non solo la cultura d’Oltralpe, ma il panorama intellettuale del mondo intero. Continua a leggere

Si affacciava sempre più un’idea portante, di quelle che appena si presentano diventano necessarie e imprescindibili: l’idea dell’alterità del Regno e del Vangelo, e dunque dell’urgenza di aprirsi a qualcosa – o meglio a Qualcuno – che non può lasciarti come prima.
La preghiera ci faceva comprendere che lo Spirito comunica le coordinate della vita trinitaria, quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo”. Aprirsi all’Altro significava accogliere lo Straniero che abitava in noi, camminava con noi, come quel giorno sulla strada da Gerusalemme a Emmaus. Suonava anche più chiara, in questo modo, la dichiarazione del pastore universale davanti a tutti i popoli, nel giorno del Giudizio: ero straniero e mi avete ospitato. Il primo forestiero da accogliere era il Sé, che giaceva inascoltato nell’abisso della vita, quello che appare solo in sogno in certe notti segnate dal destino. Se avessimo aperto la porta al viandante misterioso, all’Archetipo di tutti gli archetipi, avremmo incontrato anche noi stessi, e non avremmo temuto mai più nulla. La vita trinitaria si faceva strada nei cuori provati da sofferenze e umiliazioni. Quella strana forma di amore che si chiama agàpe si insinuava alla luce del giorno, e non più solo nei sogni della notte. L’Altro era la chiave per distinguere le coordinate del nostro viaggio verso il Paradiso.

CorpOrale – Incontro aperto al pubblico
Uno spazio chiuso è una forma aperta? Ha senso parlare di Resilienza artistica, in riferimento ad un luogo preciso, e come avviene questo adattamento alle costrizioni, questa trasformazione? In che modo l’arte, la scrittura e la psicoterapia indagano il confine dei corpi, le potenzialità dell’essere e del dire, alla continua ricerca di una identità nuova e mutevole?
Al termine della rassegna Il corpo del Rialto, in cui tutti gli artisti, invitati a confrontarsi con queste domande, hanno dato risposte concrete, visibili sulle porte e le pareti del Rialto, avremo modo di discutere con il pubblico e gli artisti dei medesimi argomenti in compagnia di Giorgio Biferali, scrittore e giornalista culturale, Giulio Marzaioli, autore e responsabile della OT Gallery, galleria d’arte contemporanea on-line, e Francesco Urbani, psicoterapeuta e presidente Casa d’inchiostro-Istituto di Biblio e Arte Terapia.
L’incontro, aperto al pubblico e agli artisti in mostra, sarà introdotto da Anton De Guglielmo, attivista dell’associazione Rialto, con un intervento sulla controversa situazione legale in relazione al sequestro indefinito cui è sottoposto lo spazio, e più in generale sulla lotta dei movimenti per i Beni Comuni in atto nella capitale.
Modera Fabio Orecchini, poeta ed artista, tra gli organizzatori dell’evento.
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CorpOrale – Incontro aperto al pubblico domenica 9 Ottobre, ore 19:00 Ingresso libero
Il corpo del Rialto – Resilienza artistica di un luogo 7-8-9 Ottobre – dalle ore 18:00 Rialto Sant’Ambrogio – Via di S.Ambrogio, 4
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I limoni
Eugenio Montale, Ossi di seppia, Piero Gobetti Edizioni, Torino, 1925. Continua a leggere
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HO VISTO © di Enrico Toso
Appunti su un viaggio che ci riguarda Continua a leggere

Venti libri tra parole e immagini dal messaggio artistico universale
di Guido Michelone
La graphic novel è un’espressione angloamericana che risale alla fine degli anni Settanta e che indica ciò che in Italia è tradotto (senza particolare successo, al punto che prevale ancor oggi la dicitura straniera) come romanzo grafico o come romanzo a fumetti. Continua a leggere

Mi avevano sempre colpito le parabole gemelle della perla preziosa e del tesoro nel campo, anche per la loro intrinseca bellezza. L’idea che qualcuno venda tutto perché ha trovato ciò che conta, mi affascinava e si faceva strada, come il seme gettato nella terra. Nello stesso tempo, mi stupiva il fatto che tanti non solo non trovassero perle o tesori, ma che spesso, in caso contrario, li disprezzassero, come le cose sante date ai cani di cui parla Gesù, in un altro passo del Vangelo. Com’era possibile arrivare a questo? La risposta poteva essere una sola: la paura. Per paura si fanno molte cose, ma soprattutto non se ne fanno. Si perdono le occasioni migliori, quelle che non tornano, come diceva acutamente Agostino: temo il Signore che passa, perché posso non accorgermene. Avrebbe potuto, il Signore, salvare da questa peste devastante? Si sarebbe chinato a ricucire trame interrotte da timori, invidie, gelosie, sciogliendo vite ibernate da una durezza algida che non lasciava spazio al soffio dello Spirito? Mi venivano in mente immagini forti, da trasmettere solo in nome di una carità che non teme di urtare, pur di scuotere dal torpore del rifiuto: è come se qualcuno sputasse – o peggio – su ciò che di prezioso ha ricevuto in dono. Subito dopo, tuttavia, si affacciava un’altra immagine, tratta dal repertorio del mio cantautore preferito: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Forse dobbiamo guardarci in faccia fino in fondo, scoprire quanto siamo brutti, sporchi e cattivi, per scoprire la bellezza di una perla, lo splendore mai visto di un tesoro.

Il romanzo di Marco Marziali, La quarta ballata, è un viaggio nella memoria, ma anche un intenso itinerario dell’Io verso il Sé, un processo di individuazione percorso con l’aiuto delle note di un genio immortale della musica come Frédéric Chopin. È la chiave del Bello, categoria dello spirito che, come aveva intuito Dostoevskij, ha il potere di rovesciare il mondo, ossia di mostrare il senso vero delle cose, oltre le apparenze di una superficialità sempre in agguato. Continua a leggere

Quando seppi che il povero era morto, lo presi come un segno. Sì, saremmo tornati alle radici, quando la comunità era una cosa indivisibile dai volti derelitti che stazionavano la notte e il giorno, chiedendo, litigando, urlando a squarciagola. Ripensai all’abbraccio con cui mi aveva accolto quando ci avevano chiamato, perché si era messo a dormire sotto la statua della Madonna col bambino: mi aveva stretto forte, con le lacrime agli occhi. Chissà, magari un attimo prima di morire, travolto dal treno, aveva pensato ai pochi abbracci ricevuti in vita: e tra questi, chissà, magari c’era il mio. Sì, saremmo tornati alle radici; don Mario ci avrebbe ispirato di nuovo, con la sua carità senza confini. Avremmo pianto e riso, ripensando alle avventure che ci avevano visto isterici o insonni, tesi o preoccupati, ma sempre felici, con la vita che incalzava e si fermava soltanto per un rosario nel santuario, o una birra al ristorante sul mare. Se n’era andato anche lui, come quell’altro che veniva a bussare alla mia porta negli orari peggiori, con la sua cinquecento sgangherata avuta chissà come e chissà quando. Lo avevano trovato morto dopo giorni, fra i topi della casa. Se n’era andato senza salutare; ma forse anche lui, come l’altro, aveva trovato don Mario sulla soglia di quello che chiamiamo paradiso, e si sarebbero abbracciati così, senza parlare.
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LA MADRE – Giuseppe Ungaretti
Da:
G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Milano, Mondadori, 1970, p. 539. Continua a leggere