[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=n5vyLmtiML0]
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Accusi il colpo. Soprattutto perché pensi alle volte che sei stato sul punto di mollare, scoraggiarti, mettere in discussione la tua vita. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=n5vyLmtiML0]
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Accusi il colpo. Soprattutto perché pensi alle volte che sei stato sul punto di mollare, scoraggiarti, mettere in discussione la tua vita. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=VoPNIXuUsm4]
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E’ destino che il presente reclami i suoi diritti, in questa specie di diario che diventa la cronaca incendiaria di una vita che non è soltanto tua, com’è giusto che sia, perché mai si vive per se stessi, ma intrecciati in fili di esistenze separate, in apparenza, e invece avvinte le une alle altre in un tempo che divora le distanze, e conduce ciascuno al rendiconto delle proprie scelte. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=bha9qQICjwU]
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Come dirti che tutto questo gelo
e il vento che schiaffeggia la mia vita
e l’entusiasmo che, seppure a stento,
abbatte il muro dell’indifferenza,
la diffidenza, figlia del dolore,
è il filo che ci lega in questo inverno
del cuore, l’arma del Nemico. Muore
il grido lancinante del violino
nell’orchestra di fiati e percussioni,
il rumore che s’alza dalla gola
ancora più arrochita dal sospetto,
il tarlo che sia inutile cambiare,
che tutto sia soltanto un’illusione,
la favola sentita da bambino.
Ascolta: se l’inferno è ricordare
soltanto le ferite, oppure il pianto
di una sera davanti alla finestra,
scommetti sulla mano che ora bussa
alla porta: sarà la primavera?
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Non è un gran giorno, oggi. Sembrava che tutto si mettesse per il meglio, che il passato cedesse a un mondo nuovo, in cui tutte le promesse trovassero la via per realizzarsi. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=DIlPaqmcklk]
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La guardava, la foto, certamente. Le piaceva tanto. Forse perché non parlava, perché le avrebbe risposto ciò che lei voleva: le foto sono miti, inoffensive, perfette per dialoghi in cui domande e risposte non riservano sorprese. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3lYUuPY4z2g]
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Non ti aspettavi che venisse. Nell’edificio spoglio, sei in attesa trepidante del suo arrivo. Continua a leggere
Venerdì 8 febbraio ore 18,30 – via Tadino, 20 – Milano
Happy hour & reading
Il venerdì “alla chiara fonte”
Agostino Colombo: Ci fosse un´altra vita.
Introduce Massimiliano Mandorlo
Io sulle spalle ti porterei volentieri tanto sembri leggera
o sei come quei santoni che sono tutto pelle e ossa a guardarli
ma sono macigni perché sono saggi e praticamente
ancorati allo spirito e dunque ben saldi alle maniglie dell´eterno?
Io ti porterei sulle spalle un po´ soltanto
per farti vedere che sono ancora forte
ma anche perché è bello che il vento ti sfiori i capelli
…
—
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Lo sapevi che sarebbe accaduto. Accennando alla svolta della vita, hai innescato un meccanismo che ti rende impossibile pensarla al di fuori dell’evento che ha iniziato a trasformarla. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=8a49CAMQUfw]
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Ci stai girando intorno perché sai che prima o poi ci arrivi: è lì che è avvenuta la svolta, il sisma che continua, ancora oggi, a far crollare edifici fatiscenti, ponti ridotti a carcasse logorate dal tramestio fitto dei passi. Continua a leggere
Una nota di lettura di Paolo Polvani
Ricordavo i versi di Eros Alesi, letti in una memorabile antologia curata da Antonio Porta edita da Feltrinelli, Poesia degli anni ’70:
— Cara, dolce, umana, sociale mamma morfina. Che tu solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità indispensabile per sopravvivere. —
E ora questo libro di Caterina Davinio che spalanca nuovamente la finestra sul panorama di quegli anni:
Morphine (gocce)
Gocce di morte
nella pelle avida
Gocce di morte
sulle cicatrici
Gocce di morte
sulla fame che stordisce. Continua a leggere
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Se la bellezza, forse, non ti è bastata per salvarti, la scrittura ti ha permesso di trovare una valvola di sfogo. Scrivevi dappertutto: su fogli volanti, nelle pagine ingiallite delle agende, in quaderni gualciti, perfino sul retro delle copertine di libri ormai inservibili. La tua stanza era un deposito di versi, racconti, inizi di romanzi, che ogni tanto riprendevi per poi abbandonarli nuovamente. Vista da qui, la tua vita è una fila ininterrotta di parole che ti lasciavano sempre insoddisfatto e, quanto meno ti ci ritrovavi, tanto più finivi col moltiplicarle, come se il punto fosse rintracciare un giro giusto di frase, il cortocircuito folgorante in grado di placare la ricerca a volte ansiosa, a volte disperata di un senso, di uno stile. Ogni tanto frugavi nei cassetti e negli scatoloni, ne estraevi un testo, sprofondavi nell’attimo fuggente di un ricordo, convinto di aver intercettato l’intuizione decisiva, fermato il tempo nell’istante in cui il tuo io fosse capace di staccarsi dalle sue paure e immergersi nella contemplazione di un oggetto, un tronco di tiglio, per esempio, con la corteccia dai pezzi sovrapposti, frammenti lacerati da piaghe dolorose, come quelle che avvertivi dentro te: immaginavi la scorza separata dal fusto della pianta, la patina, consunta dagli agenti atmosferici, strappata via con un gesto della mano; e allora, perché non pensare che lo stesso sarebbe accaduto alla tua vita, che la forma esterna, consumata dagli sguardi, la continua tentazione di ridurre l’esistenza alla corteccia, non potessero troncarsi con un colpo secco, un taglio perentorio, un odio, insomma, che scalfisse il desiderio di godere e possedere che t’aveva risucchiato fino a ora e da cui disperavi di sganciarti? Come un albero, sentivi affondare nella pelle di ragazzo, e poi di uomo, la lama acuminata dell’egoismo più meschino travestito da amore. Una foglia di tiglio: questo avresti voluto divenire; permettere ai grappoli di frutti di volare; solo allora ti saresti ricordato che tiglio vuole dire ala. Adesso era più chiaro: se fossi riuscito a strappare la corteccia, a ritrovarti al di là della maschera frivola del rubacuori, avresti indovinato la parola che cercavi, una delle tante che vagavano imperterrite nella stanza straripante di carte e si fermavano ogni tanto ora su un prato, ora su una nuvola; una parola leggera e impercettibile, al punto da fluttuare senza vento, tanto profonda da abitare al centro del tuo cuore, dove l’unico capace di conoscerti sarebbe finalmente sceso, convincendoti a riempire sacchi e sacchi di fogli, quaderni, copertine, affrancandoti dal peso insostenibile della fila infinita di parole, troppo pesanti per competere, da sole, con la forza di gravità del tuo dolore.
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Puoi dire che la poesia ti abbia salvato? No, non puoi dirlo. Eppure ti tenta, quest’idea. Già in seconda media, Dante ti aveva conquistato: cosa ci trovavi? Continua a leggere
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Più procedi, più ti rendi conto che rivangare il passato è un’operazione discutibile. C’è il rischio di mettere in fila una serie di eventi folcloristici, di sgranare un rosario di episodi che non hanno a che fare con la complessità dell’oggi, la coscienza che giudica da un punto più strategico il fardello delle assurdità, la ricerca ostinata di qualcosa che avresti trovato da tutt’altra parte. In questo senso, il passato è una catena da trascinarsi dietro nell’ora d’aria della vita, quando il tempo ti permette di fermarti e scandagliare il pozzo senza fondo delle scelte, dei traumi, dei conflitti che t’hanno, per dir così, riempito l’esistenza. L’inciso è d’obbligo: spesso, in realtà, l’hanno svuotata, corrodendo dall’interno la fiducia in te stesso, già così straordinariamente compromessa. Dovresti calarti nei panni di chi ancora non sapeva di Dio e del suo linguaggio, della fermezza e della libertà che non s’impongono a nessuno, incapaci di condizionarti, e per questo destinate alla polvere della soffitta. Forse è da qui che bisogna cominciare: da un Dio che cerca di raggiungerti, di porre sulla strada persone e situazioni che possano aprirti mente e cuore; ma tu ti guardi bene dal prestargli attenzione, preso come sei dal tentativo di toglierti, una dietro l’altra, soddisfazioni a buon mercato, confondendo la vita con una rivendicazione del maltolto, come se qualcuno stesse lì per risarcire i danni di un affetto rifiutato, e qualcun altro pretendesse da te quello che allora gli negarono. Visto da questa angolazione, un libro di memorie è un semplice raccoglitore di paradossi e controsensi, la presa d’atto di una debolezza che ha trovato le vie più disparate per sfogarsi o mascherarsi, puntando sempre sull’unico punto di forza su cui sapevi di poter contare: il fascino, l’efficacia infallibile del tuo potere seduttivo, anche se, raramente, questo cozzava contro il muro del buonsenso. Come quando chiedesti a Neris, in modo più volgare, se avesse voluto far l’amore, così, senza preamboli, convinto che nessuno avrebbe potuto frenare la tua corsa. Lei ti disse no; bisognava conoscersi, parlare, entrare in confidenza. Ricordi come tornasti a casa, quella volta? Ti pentisti? Cominciasti a capire che la vita seguiva tutt’altra direzione? Macchè, ci sarebbe voluto un miracolo per questo. Eppure, scrivendolo, non hai detto ancora niente; dovresti aggiungere la lotta che sostenevi ogni giorno con te stesso, le volte che avresti voluto il consiglio di qualcuno, un confronto su pensieri ed eventi che t’avevano persuaso dell’assenza di speranza, che a te restava cogliere l’attimo fuggente, strappare un sì, senza perderti in calcoli di perdite o guadagni: se tu avevi sofferto mille volte, potevano soffrire pure gli altri. Eppure, scrivendo questo, non hai detto ancora nulla. Dovresti inanellare la serie infinita delle notti che restavi affacciato alla finestra e che piangevi, senza far rumore, perché dentro intravedevi paesaggi che sembravano invitarti, mostrarti una città di cui non conoscevi il nome e che, con le tue mappe taroccate, non saresti stato in grado di raggiungere. Ecco, questo è il passato: una lacrima che scende lentamente e precipita sul davanzale bianco; goccia dopo goccia, ti accorgi del mare che separa il cuore dalla terra promessa della vera identità. Senti alle spalle lo stridìo dei carri, gli ordini secchi del Faraone alle sue truppe. Tu sei lì, sospeso al filo di Pi-achirot; solo, davanti a Baal Zefon.
Non si accorse nemmeno del foglietto incastrato nei tergicristalli che continuava a scorrere sui vetri grondanti di una pioggia satura di giorni come quelli. Raggiunse la galleria dove l’aspettava la sua quasi socia con la solita calzante ironia e dove, in evidente ritardo, arrivò fradicia di noia.
“Alla buon’ora”
“Traffico e pioggia”
“Un bel connubio, un titolo da dare alla tua prossima opera”
“Non ci sarà una mia prossima opera, non scatto da secoli”
“Potresti tornare a farlo”
“Non mi interessa più. Lo sai”
“Io so solo che invece dovresti” Continua a leggere
di Augusto Benemeglio
1. Era uno che cammina al buio
Georges Bernanos ( 1888- 1948) era un francese del nord , uno di quei francesi testardi, cocciuti , passionali, drammatici, con una grande fede , uno di quelli che hanno sempre ragione anche quando hanno torto marcio. Ma era un po’ come il parroco di campagna del suo “ Diario” , ( il suo romanzo capolavoro ) , uno che cammina al buio , che è assalito dalle tentazioni del diavolo , che vive e soffre della sua fede in una sorta di lotta, di corpo a corpo con il mistero , con il segreto e con tutta la parte che noi non conosciamo di noi stessi e del mondo….Era un uomo tormentato , assediato , ossessionato dal peccato , e con quel suo temperamento passionale, ostinato, violento , di peccati ne avrebbe commessi parecchi con tutto lo strascico dei rimorsi e dei pentimenti, ma era anche un uomo pervaso dallo spirito di carità , di compassione , uno di quelli che sa riconoscere “la ferita profonda dell’anima”, uno di quelli che sa che un “vero dolore che esce dall’uomo, appartiene anzitutto a Dio”, e bisogna accoglierlo umilmente nel proprio cuore, farlo diventare proprio, amarlo, anche se è molto difficile. Continua a leggere
(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli
La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso… un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno. Continua a leggere
http://www.youtube.com/watch?v=mWYBL6vEqvo
da qui
Ora che hai scavato più in profondo, non ti senti più tanto sicuro. Ogni dettaglio può essere osservato da un’altra angolazione e dovresti, per coerenza, ripartire dall’inizio: dal famoso balcone sopra viale Beethoven, setacciando ogni piega del passato con un’ottica diversa, una pietà allora sconosciuta, un’attenzione all’altro che nemmeno ti sognavi. Ti sembrava di averne pure troppa, a dire il vero: quando si è piccoli e sensibili, come hai sempre immaginato, si affronta il mondo con l’idea che dall’altro possa venire solo il bene. Te lo insegnano i nonni, che vengono da Napoli con il borsone imbottito di regali: soldatini, giochi del calcio coi pupazzetti a molla, scatole colme di marron glacés. Te lo insegnano il papà e la mamma, che stupiscono di fronte a un gesto o una parola fuori luogo, come se il marchio della perfezione fosse un dato scontato e indiscutibile. Te lo insegna la maestra Battistoni, scolpendo un quattro in fondo al compito di matematica come firmasse la bolla d’accompagnamento della fine del mondo. Tu sei sempre il bambino che s’incanta, ma forse, sotto sotto, cominci a realizzare che qualcosa non gira nel modo in cui vorrebbero far credere, che la realtà contrasta col canovaccio che hai imparato a recitare. Ti accorgi che comunque devi scegliere: fra te e l’altro, per la precisione. Quando D’Autilia ti chiede per l’ennesima volta se vuoi uscire, tocca a te deciderti in favore della tua tranquillità o di quelle narici dilatate che, chissà perché, ti hanno sempre impensierito. Capisci che Antonio Guida, forse, non è così entusiasta di giocare ai soldatini, perché è capace di mollarti lì, nel salotto di casa, con lo squadrone di nordisti predisposto a una battaglia che non avrà mai luogo. Devi accettare che il padre di Domenico Buccero vi scruti coi suoi occhi a palla e che tu e tuo fratello non possiate esplodere in una risata liberante. Ti accorgi che la poesia, di cui già allora ti nutrivi, non era che una scusa per avvolgerti in una nebbia fitta, in cui l’altro non riusciva più a raggiungerti, né avevano accesso il pianto e il lamento del compagno triste, lo sguardo vitreo del mendicante infreddolito, la gelosia di tuo fratello che cominciava a tormentarti perchè vedeva in te un insopportabile rivale. T’investe all’improvviso l’ondata di dolore che hai rimosso, l’ingombro della sua terribile evidenza, la minaccia ai tuoi sogni, sempre pronti a edificare una città invisibile sulle macerie di quella originale, che agonizza sotto gli occhi elusivi del bambino. Capisci solo adesso che il mondo palpita dall’altra parte del balcone ed è inutile affannarsi a proteggere l’elefante di peluche, a pensare che tanto, prima o poi, dovrai pure tuffarti nel fiume di persone che ti scorre sotto. La balena azzurra del 708 sbuffa ancora il fumo nero dei ricordi, che adesso si deposita sulla tenda gialla del bar, sulla scritta bianca e blu del Minimax, sul muretto imbrattato da graffiti incomprensibili di fronte al supermarket.
“Ci sono malattie dalle quali non bisogna cercare di guarire,
perché esse sole ci preservano da malattie più gravi.”. (Marcel Proust)
Al quarto piano del parcheggio trovi finalmente un posto libero. Lasci la macchina, e con solo la tua borsa in pelle nera consunta da postino in spalla, ti avvii verso l’aeroporto di Torino.
Trovi un posto su un volo che parte tra due ore per Parigi: perché è lì che stai andando.
Sull’aereo quando ti portano uno spuntino chiedi solo una piccola bottiglia di vino bianco. E quando la hostess ripassa per ritirare i vuoti chiedi se puoi averne un’altra, di bottiglietta di vino, lei dice di no, ma sorridendo complice te ne passa una mentre si porta via la tua vuota. Continua a leggere
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Concéntrati: prova a prestare al tuo passato la profondità che allora ti mancava. Entra in contatto con la faccia opposta del mondo: tuo padre che affronta l’ambiente ostico dell’azienda petrolifera, coi furbi che cercano ogni giorno di fregarlo e gli operai che lo adorano e gli consegnano commossi una grande targa d’argento; tua madre accasciata sulla sedia, in attesa di notizie sull’aereo del marito, lei che immaginava, a ogni partenza, catastrofi e avarie (e ti stupisci ancora del tuo rifiuto ostinato di volare?). Due personaggi eroici: lui che prima studia e lavora, poi si sobbarca a qualsiasi sacrificio pur di garantirvi la laurea e la vacanza fuori casa; lei che porta avanti una gravidanza assurda, nonostante le sia stato assicurato che il feto è deceduto – sarà vero? mi sembra che si muova – rischiando di morire, al punto che il fratellino di tre anni, vedendola tornare, piange a dirotto e le chiede che cosa sia successo. Dovresti scrollarti di dosso l’armatura che impediva di sentire fino in fondo un dolore, un’allegria, intento com’eri a evitare ogni esperienza di abbandono, l’orrore della solitudine che, da sempre, era stato il tuo problema. Sarebbe così semplice accettare i propri limiti, vedersi con la gente senza l’ansia di venire rifiutato. Dovresti ripercorrere tutta la tua vita, riaffacciarti al balcone sopra Viale Beethoven, accorgerti che nessuno si è portato via l’elefantino di peluche, entrare nella classe sbagliata senza esserne marchiato per il resto dei tuoi anni, guardare dritto negli occhi verdi della Persighetti e dirle che non sei condizionato dal suo sorriso di compatimento, perché in fondo sei migliore di quanto lei sostenga. Scopriresti qualcosa a cui allora non badavi: Michelino era più solo di te, molto più triste, nei giorni in cui la casa del padre era più grande e desertica del solito; Otello cercava l’ebrezza ingenua di una testa coperta di capelli; i salesiani vincevano tre a uno perché ogni giorno arrancavano sul campo scortica-ginocchi del collegio. Hai scelto: toglierai la maschera della paura e guarderai in faccia le persone che la sorte ha associato al tuo passato; sarai come Elia davanti alla caverna: capirai che il rumore insopportabile del mondo, a volte, è solo l’eco del tuo panico insensato.