Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.
Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.
Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.
Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore. Continua a leggere
Archivi autore: fabrizio centofanti
Droghe

La prima esperienza fu un mezzo spinello spartito col compagno di banco del liceo, in un angolo appartato. Non mi fece né caldo né freddo, e per anni coltivai l’idea che la canna fosse un bluff, una trovata per passare il tempo. Nel quartiere si moriva d’eroina: in una stessa famiglia, in pochissimo tempo, se ne andarono in due, come fossero partiti per la guerra. E guerra era: rivoluzioni senza fedi, battaglie senza cause né obiettivi, ma i morti erano veri. Nella via della famiglia sfortunata abitava una ragazza, occhi azzurri e corpo perfetto. Mi ci perdevo da ingenuo adolescente, inseguendo nel suo sguardo chissà quali segreti. L’odore della droga lo imparai in caserma; il fumo usciva lentamente, dalla fessura di una porta, lo strascico acre violentava le narici. I soldati si chiudevano dentro e consumavano il rito giornaliero, per resistere all’umiliazione della naja, o della vita in genere. Io, il tenente, non dovevo sapere né vedere: in effetti era una questione di odore, di atmosfera, l’aria alternativa – democratica o anarchica – allo stato militare. Ci arrivavo dopo, per una forma di pudore che da sempre mi accompagna. Poi vennero Davide e Mary, la droga pesante vista da vicino, i suoi effetti spaventosi. Mi chiesi perché loro sì e io no; e quale misterioso compagno di banco mi avesse impedito di finire tra i caduti della guerra fantasma, di essere travolto – come i Davide e le Mary che incontrai sempre più spesso – in un vortice di fughe senza fine, magari col conforto dei preti, tenenti perduti dietro gli occhi azzurri della vita, in cerca di segreti impenetrabili. Oggi, l’angolo appartato lo utilizzo per scrivere: provo a smantellare il vero bluff, che ci umilia ogni giorno incontrando sempre meno resistenza, in una guerra persa ancor prima di partire, overdose di falsità, per ingannare il tempo.
(versione audio)
Una strana convergenza, di Vito Mancuso
Sempre più mi vado convincendo di una strana convergenza, l’esposizione della quale costituisce la tesi di questo articolo. Si tratta di qualcosa di inaspettato e di sorprendente che riguarda due attori molto distanti l’uno dall’altro, anzi in continua reciproca polemica: mi riferisco al pensiero neodarwinista ortodosso da un lato e alla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in tema di bioetica dall’altro. A prima vista sembra non ci debba essere nulla di più distante, ma le cose, forse, non stanno così. Continua a leggere
Ancora una volta Davide sconfiggerà Golia, di Mattia Leonbruno
Che fosse già scritto da qualche parte non era difficile pensarlo. Non tanto e non solamente perché molto e su tutto ormai si è effettivamente scritto. Ma perché il libro dei libri di “preveggenze” ne custodisce molte. Ed è per l’umanità un prezioso scrigno di verità e sapienza, un pozzo al quale attingere. Continua a leggere
Il primo discorso
Ciao, Chicago!
Se là fuori c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle file di elettori che si estendevano intorno alle scuole e alle chiese, file mai viste prima da questa nazione, è la risposta che hanno dato le persone che hanno aspettato tre, quattro ore, molti per la prima volta in vita loro, perché erano convinti che questa volta doveva essere diverso, che la loro voce poteva fare la differenza. Continua a leggere
L’ordine naturale delle cose, di Domenico Lombardini
L’ordine naturale delle cose
abituazione
quello che c’è contorna e include;
poiché medium, fa velluto di tocchi;
la pelle assuefatta non sente, abituata.
le elitre, le graziose venature ambrate,
le fimbrie: pelle non sente
se non cute penetrata,
e pungiglione. il reticolo nocicettivo
non si cura di piccolezze, risolve
solo il dolore che serve, a suo gusto,
i tocchi giusti. dài a un cane dosi crescenti
di chinino o arsenico, non si è mai
troppo malati. la cecità è idiopatica. – lo sapevi?
il dolore non ha alcun meccanismo attenuativo,
come se ne valesse della vita – il soffrire. Continua a leggere
La notte del Cervino, di Alberto Pezzini
Enrico Camanni, La notte del Cervino , Cda & Vivalda Editori –2003 – pagg. 168 – euro 12,00
** * **
Si torna indietro nel tempo della memoria. E del cuore. E’ un libro dolcissimo e di strazio interiore questo che è ambientato in una notturna Ivrea, freddolosa come certi amori che svaporano nell’autunno. Non è solo libro di montagna. E’ un libro di dolori, un cancro che divora un padre serio, una madre che si dispera, ed una figlia che impara il giornalismo e la montagna attraverso un amore che ha il dono di poter restare. E’ un libro pieno di cose domestiche, questo. Sa di buono anche se ha dentro un grandissimo e lacerante dolore. Come un grido nella notte. Camanni dice che un grande dolore ha bisogno di respirare. Lo sanno i familiari di chi si è beccato un cancro. Come un proiettile che arriva all’improvviso. O un cane, una brutta bestia che latra e non guarda nessuno negli occhi perché è sporca da morire dentro di sé. Continua a leggere
Il codice della continuità
LA CRISI TRA PASSATO E PRESENTE
L’altalena delle borse non coincide con la fine del capitalismo, ma con un suo assestamento per riportare ordine e integrare così le periferie dell’impero. La crisi letta attraverso le tesi di Guy Debord sulle «società dello spettacolo»
di Ugo Mattei
Provare ad utilizzare le categorie di Guy Debord per riflettere sulle grandi trasformazioni in corso apre percorsi di ricerca che possono essere solo accennati in un articolo, ma sui quali occorrerà tornare in futuro. È noto come il «dottore in nulla» nella sua Società dello Spettacolo avesse introdotto due modelli contrapposti, lo «spettacolo concentrato» proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo «spettacolo diffuso» proprio delle democrazie occidentali, dominate dal consumismo. Continua a leggere
Il ritorno, di Pasquale Giannino
“Francesco? Che sorpresa! Non tornavi da un sacco di anni…”
“Ventidue…”
“Beh, sono davvero tanti… ti trovo in forma… ma ora siediti, voglio offrirti qualcosa da bere.”
Mi accomodai su uno sgabello, presso il bancone.
“Va bene il solito? Non sarai diventato astemio?”
“Non ancora del tutto…” Continua a leggere
Magica notte (yes, we can change)
Con Obama un’America che potremo tornare ad amare
di Martina Testa
Non fanno politica in prima persona, non scrivono editoriali criticando il governo o appoggiando la guerra, non vengono quasi mai invitati (se non dai giornalisti europei) a manifestare un’opinione sulle condizioni del proprio paese, e quindi, di norma, si astengono dal farlo;
sostengono che manchi una tradizione in questo senso; fanno notare che, rispetto a quella di un divo del cinema o di una rockstar, la popolarità di uno scrittore è talmente limitata che a nessuno importa ciò che pensa della politica estera o dell’ambiente. Non si capisce bene se per
modestia, pigrizia o rassegnazione, di rado si avventurano in iniziative e prese di posizione che esulino dall’ambito strettamente letterario. Ma negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. Sembra comparso, sulla scena della narrativa americana, un manipolo di narratori particolarmente capaci di alzare gli occhi dalla pagina per analizzare e criticare certe dinamiche
politiche, di intervenire per cambiarle o di spostarsi in un altro continente per capirle meglio o per sfuggirvi. Continua a leggere
Non ci sono parole per la vita della gente del secolo scorso
Barbara Romagnoli
Vincitrice nel 1989 del premio letterario internazionale Malaparte, già candidata al Nobel per la letteratura, Zhang Jie è tornata in Italia per presentare il suo ultimo romanzo ( Senza Parole , Salani editore, 316 pagine, 16,80 euro) che nella traduzione italiana è uscito in un solo volume, mentre la versione cinese è di oltre 800mila caratteri. Continua a leggere
A bocca aperta
Quello che più mi colpiva del cinema parrocchiale ai Pallottini erano i cartelloni enormi e colorati: sembravano esaurire da soli tutto il desiderio. Compresi, allora, l’arte della presentazione, la magia del trailer, che sulla base di due o tre chiavi d’ingresso ti ha già inchiodato alla curiosità di sapere come andrà a finire. La vita, in fondo, è un cartellone che promette meraviglie: tu sei ancora il bambino che guarda a bocca aperta, incurante degli sberleffi dei ragazzini più disincantati. Qual è il gene che decide su questi opposti sguardi? E’ possibile passare da un modo all’altro senza perdere qualcosa di essenziale? Il tempo corre e ti ritrovi mano nella mano con la ragazza dell’arena all’aperto, nell’isola d’Ischia. Il cartellone è diventato vita, i colori e gli odori sono quelli che vedi e senti nel sedile accanto, senza immaginare nulla: qualcosa hai perso, ma non torneresti indietro a nessun costo, è questo, forse, il sogno che inseguivi. No, c’è qualcos’altro: il dolore dell’età adulta, capace di apprezzare ogni dettaglio, perfino le immagini improbabili del Barone di Munchausen, col tuo amico prete che improvvisamente perde i sensi per chissà quale malore sconosciuto. Rimani ancora a bocca aperta di fronte alle sorprese della vita, sai che dall’enorme cartellone colorato l’eroe verrà in tuo aiuto un’altra volta, per esaudire qualsiasi desiderio al prezzo modico di millecinquecento lire, mentre la maschera passa e ripassa con il secchiello pieno di popcorn.
versione audio
Alberto Paleari – Ci sfiorava il soffio delle valanghe
Alberto Paleari, Ci sfiorava il soffio delle valanghe, Cda & Vivalda Editori 2003 – pagg. 165 – Euro 10,50.
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di Alberto Pezzini
Penso sempre di più che i libri non abbiano scadenza. Non vanno mai a male. Stanno lì alcuni anni, accoccolati sotto la tua coscienza vigile, e poi te li ritrovi addosso per qualche strana malia. E’ come se una voce sotterranea, silenziosa come un fiume carsico, ti mangi piano piano all’orecchio e ti sussurri di riprendere in mano quel certo volume. Continua a leggere
La vita DELLE COSE
GRAMMATICHE DELLE EMOZIONI PER LE MERCI DEL PRESENTE
A cinquant’anni di distanza dai «Miti d’oggi» di Barthes tre libri analizzano da prospettive differenti oggetti e comportamenti della contemporaneità. Ma urgono nuove griglie interpretative
Vanni Codeluppi
Fin dall’antichità gli oggetti hanno avuto significati che andavano oltre il semplice valore d’uso e di scambio. Oggi, però, per gli effetti del marketing e della cultura del consumo, la loro capacità di «comunicare» si è moltiplicata a tal punto, che è sempre più difficile intrattenere un rapporto equilibrato con questo flusso vischioso di significati sempre nuovi e sempre più numerosi. Non solo vivere nell’ipermodernità vuole dire vivere immersi in mezzo agli oggetti, ma la distanza tra i soggetti e gli oggetti si è ridotta sensibilmente. In altri termini oggi, come diceva Baudrillard, è l’oggetto che ci guarda, e ci coinvolge in profondità. Alcuni libri recenti consentono tuttavia di ragionare sulla possibilità di ristabilire nuovamente una distanza tra noi e gli oggetti, quella distanza che in passato ha consentito lo sviluppo di uno sguardo critico. Continua a leggere
Donne, da Nasser ai fondamentalisti la stessa repressione
di Guido Caldiron
«La religione è un’ideologia politica. Qualcuno ritiene che la religione riguardi la moralità: no, se si studiano i testi sacri non c’è moralità. Nei libri sacri c’è una doppia moralità: una moralità per gli uomini e una moralità per le donne; la poligamia per gli uomini, la monogamia per le donne; persino nel cristianesimo, nell’ebraismo, c’è la poligamia per gli uomini. Ogni qualvolta si ha un doppio principio non c’è moralità, perché la moralità significa uguaglianza. Quindi non c’è nessuna moralità nella religione: c’è la politica, c’è il capitalismo, c’è il feudalesimo, c’è la schiavitù, c’è l’inferiorità delle donne, c’è l’uccisione degli infedeli, c’è il concetto di verginità, c’è il delitto d’onore». Continua a leggere
Linguaggio di M., di Andrea Sartori
«Conobbi quel tizio, di cui ricordo solo l’iniziale del nome di battesimo – M. – all’epoca del mio insegnamento a Venezia. Poteva chiamarsi banalmente Maurizio, o Mario, o fregiarsi d’un ben più nobile appellativo, come Manfredi, proprio non lo rammento, nonostante negli ultimi tempi abbia pensato a lui abbastanza frequentemente. Costui era solito attendermi all’uscita dell’aula, dopo la lezione del mercoledì. Non mi capitava mai di notarlo mentre esponevo il contenuto dei libri della Fisica di Aristotele, in fondo aveva un viso anonimo, simile a quello di tanti altri ventenni che frequentavano il corso – anche se, devo dire, la mia classe, a differenza di quella del collega di storia della filosofia contemporanea, era sempre piuttosto striminzita – ma invariabilmente mi imbattevo in lui quando, all’uscita, l’aula deserta, facevo per varcare, con i miei libri ed i miei fogli sottobraccio, le porte girevoli alla fine delle ripide scale che conducevano fuori dall’emiciclo delle lezioni. Continua a leggere
Fino alla fine del mondo
L’arte è un canto di donna
Il soprabito attillato
Avevo un soprabito attillato che mi dava importanza, soprattutto quando andavo a leggere all’ambone, convocato da un padre di nome Jesùs. L’altro si chiamava Serafino, piccolo e calvo, dinamico, con una voce stridula dal forte accento spagnolo. Era la chiesa di riserva: quella grande e fredda, tutta bianca, si trovava in cima alla collina, alla fine di uno scalone immenso, per ricordare che il paradiso te lo devi guadagnare. L’edificio era dei tempi del fascismo, credo, come gran parte del quartiere. Mi sentivo imbarazzato di fronte a tanto sfoggio di potenza: forse fu lì che accentuai la mia tendenza al riserbo e alla misura. Più l’architettura mostrava i muscoli, più mi rifugiavo nel silenzio dei miei libri. Fui tra gli ultimi a imparare il catechismo in forma di domanda e risposta: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo. Me l’immaginavo freddo come i marmi del Ventennio, imponente come le enormi statue bianche che mi squadravano dall’alto. Non ricordo di aver notato differenze fra l’opuscolo del catechismo e quello della scuola guida, una decina d’anni più tardi. In fondo si trattava di motori, uno dei quali era detto immobile. La corte celeste era il Ministero dei trasporti e la condanna all’inferno una sorta di ritiro di patente. La fede è un dono miracoloso se resiste alle insidie dell’Istituzione. E se fossero queste incongruenze a rivelarti un Dio che non è mai perfettissimo, ma ha la faccia del mendicante accucciato fuori della chiesa, un Dio che non è affatto immobile, ma ha le gambe velocissime dello zingarello che ti ruba il portafoglio? Forse, Dio, lo trovi solo se rinunci al soprabito attillato che ti dà importanza, quando la scala da salire resta l’unico titolo di cui fregiarti, la chiave per comprendere la vita, anche se padre Jesùs o fra’ Serafino, col suo forte accento spagnolo, non ti chiamano più, per leggere all’ambone.
(versione audio)




