Archivi autore: fabrizio centofanti

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Il soprabito attillato

Avevo un soprabito attillato che mi dava importanza, soprattutto quando andavo a leggere all’ambone, convocato da un padre di nome Jesùs. L’altro si chiamava Serafino, piccolo e calvo, dinamico, con una voce stridula dal forte accento spagnolo. Era la chiesa di riserva: quella grande e fredda, tutta bianca, si trovava in cima alla collina, alla fine di uno scalone immenso, per ricordare che il paradiso te lo devi guadagnare. L’edificio era dei tempi del fascismo, credo, come gran parte del quartiere. Mi sentivo imbarazzato di fronte a tanto sfoggio di potenza: forse fu lì che accentuai la mia tendenza al riserbo e alla misura. Più l’architettura mostrava i muscoli, più mi rifugiavo nel silenzio dei miei libri. Fui tra gli ultimi a imparare il catechismo in forma di domanda e risposta: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo. Me l’immaginavo freddo come i marmi del Ventennio, imponente come le enormi statue bianche che mi squadravano dall’alto. Non ricordo di aver notato differenze fra l’opuscolo del catechismo e quello della scuola guida, una decina d’anni più tardi. In fondo si trattava di motori, uno dei quali era detto immobile. La corte celeste era il Ministero dei trasporti e la condanna all’inferno una sorta di ritiro di patente. La fede è un dono miracoloso se resiste alle insidie dell’Istituzione. E se fossero queste incongruenze a rivelarti un Dio che non è mai perfettissimo, ma ha la faccia del mendicante accucciato fuori della chiesa, un Dio che non è affatto immobile, ma ha le gambe velocissime dello zingarello che ti ruba il portafoglio? Forse, Dio, lo trovi solo se rinunci al soprabito attillato che ti dà importanza, quando la scala da salire resta l’unico titolo di cui fregiarti, la chiave per comprendere la vita, anche se padre Jesùs o fra’ Serafino, col suo forte accento spagnolo, non ti chiamano più, per leggere all’ambone.

(versione audio)

Arnon Grunberg, Il rifugiato

Arnon Grunberg, Il rifugiato, pp.360, Instar, euro 18

traduzione di Claudia Di Palermo

di Ade Zeno

Non si tratta di ipertrofiche e degeneranti disillusioni nei confronti del mondo, né di un’incondizionata resa agli assurdi conformismi che governano i rapporti tra gli esseri umani; non è questo, non soltanto questo: per riuscire a codificare i movimenti e le speculazioni di un personaggio straordinariamente complesso come Christian Beck, protagonista del sesto grandissimo romanzo firmato Arnon Grunberg, dobbiamo prima di tutto renderci conto che il suo apparente auto-abbandono è appunto solo apparenza, una maschera sottile ma coriacea in grado di nascondere agli occhi dell’universo (e forse anche dello stesso Beck) una devozione totale a principî di fede assoluta. Continua a leggere→

In nome della paura

Intervista con il filosofo Luigi Ferrajoli

Il populismo penale che presiede le politiche della tolleranza zero in nome della sicurezza offusca la costruzione in atto di un sistema giuridico che risponde a una visione classista della giustizia. Anche se diminuiscono i crimini commessi, l’ostilità verso i migranti e la piccola criminalità viene alimentata dai media e dai partiti conservatori per costruire il consenso alle norme securitarie.

di Roberto Ciccarelli

Un populismo penale che promuove il diritto minimo per i ricchi e i potenti, e un diritto repressivo per i poveri, i marginali e i «devianti», con l’aggravante delle leggi razziste che colpiscono migranti irregolari e rom. È severo e indignato il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli quando commenta le decisioni prese dal governo Berlusconi sulla sicurezza ispirati alla «tolleranza zero». «Per la prima volta nella storia della Repubblica – afferma – la stigmatizzazione penale non colpisce solo singoli individui sulla base dei reati da essi compiuti, ma intere classi di persone sulla base della loro identità etnica». Continua a leggere→

Sono l’unico scrittore-editore che conosce uno ad uno i suoi lettori Giuseppe Angelillo)

Giuseppe Angelillo: editore, scrittore, poeta poligrafo di origine pugliese.

di Valerio Venturi

Un cavaliere “rock” ha fatto dell’editoria la sua missione. Si chiama Giuseppe D’Ambrosio Angelillo. Chi possiede un libro di Alda Merini, può darsi abbia un prodotto della sua piccola editrice Acquaviva. Lo riconoscerà dall’aspetto artigianale, dall’acquerello in copertina, dalle pagine pubblicate a volte solo fronte. Sono questi i volumi che l’anomalo Giuseppe confeziona in edizione limitata. Scrittore, poeta, poligrafo pugliese d’origine e milanese d’adozione, ha scelto di fare tutto da sé. Scopo unico: la libertà d’azione e di espressione. Laureato in filosofia, studioso e fan non pentito di Marx, si definisce “metropolitano” e “notturno”. Quello che guadagna lo spende per far libri suoi e di altri: un circolo virtuoso. A Milano è un eroe della scena underground. Ma l'”animale strano” – alto, barbuto – ha fan sparsi ovunque: come i ragazzi toscani che gli hanno confezionato uno dei siti internet – tra cui acquavivaedizioni.it – e altri illustri sconosciuti che gli comprano i cataloghi a scatola chiusa, in blocco. Continua a leggere→

Appello contro la guerra all’intelligenza (o: La lezione degli studenti)

di Beppe Sebaste

da qui

Chi si trovasse in questi giorni nelle scuole e nelle università, occupate e variamente animate dalle proteste di studenti e docenti, incontrerebbe persone che incarnano, in spirito e lettera, la vocazione dello studio e del sapere. Studenti e docenti difendono la dignità e l’autonomia della conoscenza dalla semplificazione, leggi distruzione, di una politica finanziaria cieca al futuro. Lezioni all’aperto, apertura delle cittadelle accademiche alla città di tutti: chi protesta non ha nulla da nascondere, anzi. Sono privi di ideologia, ma molto consapevoli: “E’ la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo la vera politica”, mi hanno detto. Continua a leggere→

Alessandro De Roma, La fine dei giorni

Alessandro De Roma, La fine dei giorni, pp. 290, Il Maestrale, euro 15.

di Ade Zeno

Scenario fosco, inquieto, ai limiti dell’apocalisse, la paranoia scalpitante di una città sprofondata nel baratro, uomini mutati in automi truci e inconsapevoli, case vuote, cantine trasformate in catacombe, strade deserte su cui sferragliano tram impazziti e corpi esanimi. E’ questo il futuro che Alessandro De Roma consegna a un mondo non lontano dal nostro, anzi vicinissimo, praticamente a due passi, un futuro che non chiede aiuto a soluzioni fantascientifiche o a immaginari astrusi e decide invece di affidare la paura proprio alla sua spiazzante riconoscibilità. Continua a leggere→

«Muoio e vivo» (scuola di poesia, di Massimo Sannelli)

ecco un sogno. ci sono sette piccole foto sul comodino della madre: vi appaiono uomini deformi, forse mummie. il figlio raccoglie le foto, le sovrappone, e le strappa in un colpo. poca fatica, un istante solo, e il lavoro facile è fatto. la madre dice che le sono state donate da altri – il figlio le distrugge. un figlio strappa *le brutte figure*; suo fratello disapprova questa distruzione.

il vecchio il morto il deforme l’inutile sono sul comodino – dove si terrebbe il *livre de chevet*. lì c’è la tradizione ricevuta. lingua data e lingua ricevuta, va bene? e quando si parla in italiano, *quale* lingua si parla?

i vivi non seppelliscono quei morti, ma ne fanno la piccola mostra, nella camera più privata. si diceva «fare dell’avanguardia un’arte da museo», e altri dicevano: bisogna abbattere distruggere bruciare i musei. inscatolare la *merda d’artista* era un gesto una provocazione una risata e un concetto, contemplare la morte riflessa nelle foto è solo pena. Continua a leggere→

Io lo chiamo cuore

Era un fazzoletto d’erba all’EUR che chiamavano triangolo. Due palme formavano una porta naturale, per l’altra si potevano piazzare due maglioni o i pantaloni della tuta. Sullo sfondo il laghetto artificiale, dove sfilavano canoe da corsa, che poi si riunivano nella Piscina delle Rose. L’infanzia è un mondo che non ha niente a che vedere con il mondo: conta solo la tua anima innocente, che scorrazza nel triangolo dell’EUR e tenta di mettere il pallone tra le palme. Un’oscura profezia di desideri sconosciuti? I carabinieri provavano a sfrattarci, ma noi ritornavamo, come i bambini terribili dell’Intifada. Avevo doti innate da centrocampista, e mentre sfioravo il pallone con delicatezza, in una sorta di danza leggera, mi accorgevo d’inseguire altro. I carabinieri mi ricordavano che avrei dovuto lottare palmo a palmo per realizzare i miei obiettivi, che sempre si sarebbe presentata un’autorità ostile al tiro decisivo, come se la vita non avesse requie, e il laghetto artificiale fosse un oceano pronto a sollevarsi in onde smisurate. Crescendo, continuai a giocare, le partite si fecero più dure, lo sguardo più cattivo nei contrasti, e l’altro non era più il compagno di danze e di tocchi delicati, ma il coriaceo antagonista che avrebbe potuto rompermi una gamba. Eppure, in me, hanno vinto le palme, i maglioni da battaglia e i pantaloni della tuta al posto della porta, le fughe innocenti dai carabinieri rassegnati, l’oscura profezia di un desiderio che ancora mi attraversa in queste notti insonni di sognatore recidivo, scorrazzante come allora nel fazzoletto d’erba all’EUR, che chiamano triangolo. Io lo chiamo cuore.

(versione audio)

William Shakespeare, sonetto CXXX, traduzione di Massimo Sannelli

 

Non c’è niente del sole dentro gli occhi
della mia donna e il corallo è più rosso
della sua bocca! Perché ha il seno spento,
mentre la neve è bianca? E se i capelli

sono fili, il suo filo è un filo nero.
Ho guardato le rose bianche e rosse
di Damasco: non c’è nessuna rosa
sulle sue guance, e altri odori vincono

il suo respiro. Io l’amo quando parla,
ma giuro che la musica è più bella.
Ammetto che non so cos’è una dea:

la mia donna calpesta solo terra.
O Dio, questo è un amore tanto raro
quanto ogni Lei paragonata a tutto!

Era mio padre – recensione specchio

di Maddalena Mapelli

L’occhio del treno è una foto scattata da un treno in corsa, e vedo il volto di Franz riflesso sul finestrino.
E’ un autoritratto: l’autore della foto è Franz Krauspenhaar che impugna la sua Pentax Optio M40. Credo sia una foto recente.

Questa foto è la mia immagine del libro Era mio padre.

E’ un’immagine che mi piace condividere su Ibridamenti come proposta di recensione specchio. (*) Continua a leggere→

Il mondo ha liberato la Chiesa, di Vito Mancuso

Lo scritto di Roberta De Monticelli contro le dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, pubblicato da questo giornale il 2 ottobre scorso, ha suscitato vaste e appassionate reazioni, comprese quelle degli stessi interessati, si veda mons. Betori su Avvenire il giorno dopo e la De Monticelli con una lunga intervista leggibile sul sito della rivista MicroMega. Con questo articolo a me non interessa entrare ancora una volta nel merito della discussione che teoreticamente ruota attorno alla sottile distinzione istituita da mons. Betori tra libertà di coscienza e libertà di autodeterminazione, distinzione di cui, come ho già espresso pubblicamente, non riesco a cogliere la pertinenza. Continua a leggere→

“La verità del dubbio” di Mariella Cerutti Marocco

di Ottavio Rossani

Mariella Cerutti Marocco approda, con La verità del dubbio (Oscar Mondadori, 2008, pagg. 66, Euro 12), sua seconda raccolta dopo Nuvole di nulla, a una sicura padronanza degli strumenti stilistici e a una consistenza di temi che le permette di alleggerire l’inquietudine dei dubbi esistenziali e l’angoscia delle visioni del nulla dietro la verità degli oggetti. “il mio cuore vuoto/ la mia testa vuota./ Solo gli oggetti vivono/ in questa stanza, intorno a me”. Il libro è corredato da un’introduzione di Giuseppe Conte (parla di “immagini limpide, con una sintassi chiara, con una dizione semplice, quotidiana”) e da una postfazione di Maurizio Cucchi (sottolinea che l’autrice “cerca di muoversi nel profondo o di cercare nel passato” con una “sua limpida vena lirica, che percorre… l’intera raccolta” ma anche con “una concretezza, potremmo dire fisica e quotidiana”). Continua a leggere→

Autostrada

L’autostrada è fuga. Se la vita è una morsa che ti stringe dappertutto – e guai a lamentarsi, l’hai voluto tu -certamente l’autostrada è fuga, di cemento e vernice, di asfalto irregolare come i tuoi pensieri, liberi di accendersi, frenare, ripartire. E’ l’autista di un camion, immobile, all’uscita del casello di Loreto: lo guardo meglio, ha gli occhi fissi, è morto; il camion invece è integro, come si fosse fermato solo per l’incrocio. E’ il pneumatico squarciato all’autogrill di Napoli; non mi ci fermo più, ma quando passo di là mi chiedo cosa accadrebbe se rischiassi, se l’esistenza non fosse solo schivare i fallimenti. E’ don Mario con il mal di pancia che non so come fare, ma alla fine me la cavo, alzandolo su una gamba nella toilette della stazione di servizio; vivo su una gamba sola, mi viene da pensare: ero un fenicottero, in un’epoca remota, volavo, senza sapere quali e quante ne avrei viste, in un tempo più umano e più terribile. E’ il mare di chilometri bevuti per rimbalzare da un benefattore all’altro, quella volta che andammo a Parma e dimenticai l’insulina per il mio amico invalido; organizzarono un pranzo da Charlie, ma rispedirono indietro il cameriere, già pronto per servire; non ci invitarono più e dirottammo sul prosciutto – straordinario – al primo bar che apparve; usciti da una favola, rientrammo dalla porta di servizio trasformati in zucche, ma felici. E’ la corsa pazza per trovare un uomo di cui conoscevamo solo il nome; girammo la città come marziani, fin quando lo sguardo incrociò l’orologio: era l’ora di tornare; lo ritrovammo di fronte a casa nostra, Antonio. E’ l’ultimo viaggio di chi diceva, in auto, di non farcela più; non avrei mai pensato che mio padre potesse morire, come gli altri. E’ tutte le volte che mi sono addormentato, dopo cinque o seicento chilometri filati per arrivare in tempo: e il nastro d’asfalto era ancora lì, dritto come un cero alla Madonna.
L’autostrada è vita, non sai mai se disperarti o ridere quando arrivi all’ultimo casello, con i pensieri che si preparano alla stretta di chissà quale altra morsa, quale altra fuga.

(versione audio)

Maurizio Cucchi – Jeanne d’Arc: “Una luminosa demenza verticale”

 

di Fabrizio Fantoni
Roma, 14 ottobre 2008

Era il 1431 quando Jeanne d’Arc rigettata dalla Chiesa, recisa dal Suo Corpo Spirituale come membro marcio, venne abbandonata al braccio secolare. “E subito senza altra forma o parvenza di giudizio, la mandarono al rogo, dicendo al boia : Fai il tuo lavoro. Così fu condotta, legata, mentre continuava ad innalzare a Dio e ai santi lodi e devote invocazioni fino all’ultimo respiro; morendo, gridò ad alta voce: ‘Gesù!’” In questo modo, secondo la testimonianza resa da Jeanne Massieu negli atti del processo di riabilitazione di Giovanna d’Arco, la giovane moriva all’età di diciannove anni. Una morte eroica, esemplare, che avrebbe costituito una costante fonte di ispirazione per la letteratura europea. Molti autori, rappresentarono – da Friedrich Schiller con la Pulzella d’Orléans, messa in scena per la prima volta nel 1802, fino a Bertolt Brecht con il Processo di Giovanna d’Arco a Rouen nel 1431 e a Gorge Bernard Shaw con Santa Giovanna – nel corso dei secoli, il processo e la morte di Giovanna d’Arco. Continua a leggere→

Vi dico chi sono i nemici di Saviano

di Nichi Vendola

Questo ragazzo del Sud, scuro di pelle e con gli occhi inquieti, con quello strano connubio di forza e debolezza che si intuisce già nella sua corporeità, con quel magnetismo che mescola calda vitalità e una malinconia ineffabile. Lo sento sempre così sincero, così impetuoso nei pensieri e nelle emozioni che traduce in scrittura cristallina, in minuziose inchieste sull’indecenza del vivere e del morire nei medioevi post-moderni delle mafie, in pagine aspre e di rara passione (che in questo caso è davvero sostantivo del verbo patire), in documenti di grande letteratura civile. Continua a leggere→