[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=17Obe-VNork]
da qui
Muriel Barbery, Estasi culinarie, edizioni e/o 2008 pagg. 145 – euro 15,00
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di Alberto Pezzini
Le parole. Che siano benedette. A volte sono proprio dei maghi. Capaci di vestire le cose con abiti da sera, o comunque di far parlare le persone e le emozioni dove c’è anche l’ombra.Ho sentito una grande scrittrice dire che le parole l’hanno aiutata a catturarla, quell’ombra. Quello che c’è di indicibile forse si può imprigionare soltanto in una grande musica, però. Perché anche le parole a volte incontrano un limite, una barriera pietrosa oltre la quale non riescono ad andare. Continua a leggere
Potrei parlare di te all’infinito. Mi obietterebbero: esiste l’infinito? Potrei parlare a lungo di te, che m’hai cambiato la vita. Mi obietterebbero: esiste il cambiamento? Di fronte al letto della mia angoscia giovanile c’era un’immagine, un disegno africano stilizzato, come i graffiti di Altamira. Chissà se certe idee dipendono da coincidenze come queste: l’Africa mi strazia, forse, perché richiama quell’immagine, pendente sul letto della disperazione? Sei apparso all’improvviso, con un’aria sornionamente allegra, la faccia scura da siculo, con l’Etna nel cuore e una dolcezza sconosciuta nello sguardo. Quando, più tardi, ti cadde la sigaretta dalle dita e sudasti freddo per l’ictus incalzante, mi resi conto di che stavo perdendo. E quando, sette anni dopo, suonasti il campanello per informarmi dell’attentato subìto, pensai: è l’ultima volta che godo della sua presenza, e riapparve il graffito africano da un passato che credevo sepolto, pendente sul letto che ritenevo ormai dimenticato. La vita, per me, è un precipitare all’improvviso, seguito da un rialzarsi lento, un apprendere aspramente il distacco dalle cose amate. Conservai a lungo il mazzo di chiavi che diffondeva l’odore di bruciato. Da allora, in qualche angolo del cuore, per una di quelle strane coincidenze da cui forse scaturiscono le idee, sospetto che l’ingresso in Paradiso sia il passaggio in un cerchio di fuoco, come per le tigri e i leoni dei circhi di paese. Solo oltre il disco rovente si comprende se quello che hai dato può bastare, se hai il mazzo giusto di chiavi, che odora di bruciato, se almeno di un altro, in questo mondo di coincidenze perdute e di immagini rimosse, sei stato veramente amico. L’infinito è tutto qui. Questo è il cambiamento.
Ubi caritas et amor, Deus ibi est.
(versione audio)
di Mario Bertasa
da spiaccichii d’acini nel furgoncino
levato il plasticone uno sciamare
moscerini d.o.c. Oltrepò pavese
clandestini oramai in bassa Brianza
ma qui che uve che ci vengono a fare
i più pigri sul mosto hanno ristagnato
gli arditi si sono spinti su altre frutta
sbuccio fichi eccoli sulle bucce nel secchio
dell’umido sotto al lavello giù il coperchio
ali afone e spirotrombe invisibili
sull’orlo della caraffa sulle ambrosie
giallo profumo di decomposizione
tutto sommato discreti così piccoli
uno punta deciso verso la mia bocca
mai mi sono sentito così zuccherino
parte di un pasto che si disfa
[da Sonetti ipercaudati di circostanza e d’occasione – vendemmia 2008]
Caro Roberto,
ho l’impressione che il tuo appello, pubblicato su Repubblica del 22 settembre, non abbia prodotto le reazioni che aspettavi. Hai toccato tasti delicati, come l’istinto di sopravvivenza, la sicurezza per sé e per i propri famigliari; tasti che danno note stonate, quando si tratta di accordarli con i rischi di una vita libera. Sono prete di periferia in una parrocchia il cui parroco fu bruciato nel 1996. Si è salvato per miracolo, e vive su una sedia a rotelle. Lui non ha ascoltato la paura: sarebbe un buon testimone per la tua Lettera a Gomorra.
Nel mio piccolo, vorrei offrirti la solidarietà di chi ha a che fare ogni giorno con la miseria umana, l’alcol e la follia, e prova uno strano sollievo quando si sente in compagnia di gente che non mette la sopravvivenza al primo posto. Credo che le tue parole siano più temibili delle pallottole dei camorristi perché, senza calcoli balistici, vanno dritte al cuore. E’ qui il problema: chi fa marciare quest’organo coi ritmi per cui è stato programmato? E’ più semplice viaggiare su economy, si consuma meno. Ma si ristagna. Marciare o marcire: questo è il dilemma. Nel taschino della camicia ho un cartoncino con su scritto: che senso ha dirsi cristiani, se non si è disposti a morire per questa causa? Di fronte a te, mi sento indegno di portarlo. Vorrei spedirtelo idealmente, e restare senza quello che chiamo il mio giubbotto antiproiettile. Ne farei a meno, per ricordarmi che c’è qualcuno che è in una fila più avanti della mia, in questo curioso esercito della salvezza. Eppure no, il cartoncino me lo tengo stretto, perché ognuno di noi dovrebbe scrivere la sua Lettera a Gomorra: anche l’impiegato del ministero più inerte e inoffensivo di questo mondo civile. Ciascuno di noi dovrebbe scegliere di identificarsi con l’antico mascherone del pronao di Santa Maria in Cosmedin, nella nostra Roma: la Bocca della verità, che secondo la leggenda mordeva la mano delle adultere. Per ricordare che chi tradisce il cuore dell’uomo, prima o poi finisce stritolato.
Ti abbraccio forte
Fabrizio
Sono trascorsi dodici anni da quando uscì la prima edizione di Lettere a nessuno“, libro unico e paradossale che già ai tempi provocò reazioni contrastanti. In alcuni casi perfino violente, confermando per la terza volta consecutiva (dopo i racconti di “Clandestinità” e lo splendido romanzo breve “La cipolla”) la natura anomala e combattiva di uno scrittore che ancora oggi fa discutere.
Accende dibattiti, si presenta al cospetto del mondo letterario come una forza governata dall’inarrestabile desiderio di creare lacerazioni, diluvi, soprattutto di porre e porsi interrogativi scomodi. Confuse fra riflessioni, appunti disordinati, schemi per ipotetiche narrazioni, le lettere mai inviate (o meglio: inviate a interlocutori spettrali, ciechi e muti) si fermavano allora al 1991 – dunque a due anni dall’esordio di Clandestinità – chiudendosi con l’immagine rubata a un sogno in cui Moresco immaginava una futuribile pagina di diario, datata 31 dicembre 1999, su cui profeticamente scrivere: «Sono stanco, ora vado a dormire. Mi sveglierò in un altro millennio». Continua a leggere
poe.mi (Milano, 21 ottobre – 23 novembre 2008) è un festival espositivo-performativo che unisce scritture, media e arti visive e cerca di costruire alcune mappe nei territori correnti della produzione artistica e letteraria italiana. In questa prima edizione, dal titolo “Tiriamo le reti”, poe.mi intende fare il punto sul web, e soprattutto sui blog, come canale privilegiato di molta nuova poesia italiana, in alcuni casi in dialogo con realtà straniere o legate alle altre arti, e spesso con esiti ed esperienze qualitative Continua a leggere
LE VOCI LA CITTÀ
LA SCRITTURA PER RIPENSARE SPAZI E ACCESSI
2° meeting delle scritture e dei giovani scrittori
laboratori di scrittura – poetry slam + short story slam – ottava rima
(iscrizioni gratuite aperte fino al 15 ottobre)
Fiesole (FI)
Basilica di Sant’Alessandro\ Casa Marchini Carrozza
16-18 ottobre 2008 Continua a leggere
Augusto Benemeglio, Ultimo tramonto in Sudafrica, Lecce, Terra d’Ulivi, 2008, euro 8.
Un poemetto in cui ravviso l’acqua impetuosa che discende da un impervio e scosceso torrente, in piena. Scorre nell’alveo, tracima, trascina; mette paura, angoscia, ma nello stesso tempo affascina, ammalia, ti coinvolge, ti trascina nella sua rovinosa corsa. Dovrebbe alla fine sfociare nelle acque placide e sicure del mare, ma la foce, lo sbocco non si intravedono , pur sapendo che esistono, che sono necessari. Forse sono solo un po’ più in là. Sono versi tristi, tormentati. Incisi con il fuoco nelle carni e nell’anima. Scolpiti nella mente con parole pregnanti, forti, indelebili. Una sorta di stemma dell’inquietudine , dell’ansia di una ricerca della pace, di un deciso sussulto d’orgoglio nei confronti del suo io e della sua storia familiare, accomunati in una mal celata e sofferta nostalgia. Un registro originalissimo che fonde lirica e meditazione, elevazione mistica e sensualità: una miscela perfettamente dosata che non smette di affascinare e far riflettere. Letteratura come terapia? O come esorcismo? Parziale o provvisoria consolazione di un doloroso evento altrimenti insopportabile? Un pathos assolutamente genuino che si sprigiona da queste pagine privatissime e, insieme, universali; un pathos che coinvolge e commuove. Si coglie il senso di sottile sconfitta che si annida in un evento liberatorio ( la morte del papà) che lascerò traccia indelebile di una ferita dell’anima in fondo alla quale trovi con smarrimento ma con coraggio la consapevolezza della condizione umana. Una sofferta elegia in un miracolo di stile che riesce a far coincidere un vasto corredo di evocazioni liriche, di intimistiche nostalgie, di scavi abissali fino alla radice dell’esistere Continua a leggere
Io ti odio.
La misura del mio odio è proporzionale al dolore con cui sono stato messo al mondo, che è incommensurabile; e proporzionale al dolore che ho dato al mondo, che è altrettanto grande. Non è importante sapere della data in cui sono nato, né le sue circostanze. Questi mi appaiono come dettagli di infinitesimale importanza, benché li ricordi – benché abbia la facoltà di ricordare il mio primo vagito accompagnato dall’urlo di morte di colei che mi ha partorito. Ci sono poche cose importanti della mia biografia: a tratti mi pare di essere come quei personaggi che nei film fanno le comparse non parlanti. Posso essere stato la persona che ha chiesto qualcosa da bere prima che entrasse qualcuno, o quello che ha abbandonato la camera poco prima che ci entrasse qualcun altro. Ma tutto questo non importa. Continua a leggere
Finalmente un Nobel coraggioso: premiato Le Clézio, lo sperimentatore
di Ade Zeno
Tanto prolifico e poliedrico quanto schivo e poco affezionato alle ribalte mediatiche in cui spesso e volentieri amano confondersi i grandi nomi della cultura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, dopo un lunghissimo e complesso percorso artistico in cui è riuscito a produrre una quantità impressionante di opere indimenticabili, ha finalmente vinto il Nobel. Nato a Nizza il 13 aprile 1940 da una famiglia bretone, e trasferitosi, dopo la laurea, negli Stati Uniti, Le Clézio inizia a scrivere giovanissimo, e a soliventitré anni pubblica presso Gallimard la sua prima opera: Le procès verbal (riproposto recentemente in Italia, con il titolo Il verbale dalla coraggiosa e minuscola casa editrice: due punti), romanzo impegnativo e schizofrenico germinato in pieno periodo nouveau roman,che, oltre che a vincere il prestigioso Prix Renaudot e a comparire nella rosa del Gouncourt, gli valse subito l’ammirazione di Michel Foucault e Gilles Deleuze, affiliandolo idealmente ad altri illustri, irregolari ribelli come George Perec e Michel Butor, con i quali condivise, almeno nella prima fase della sua ricerca, la spinta verso l’esplorazione di nuove possibilità per affondare nelle ragnatele del linguaggio, della scrittura, cercando di descrivere la realtà con gli occhi di un osservatore affezionato al dettaglio, alla scarnificazione degli oggetti, un osservatore di cui Adam Pollo – protagonista appunto del Verbale – rappresentava la simbolica personificazione, colto in tutta la sua ossessiva empatia verso un mondo estraneo, inquinato, irrimediabilmente ucciso dalle convenzioni sociali. Continua a leggere
Credo nella rivelazione dell’amore, che sconvolge la vita.
Senza questo non c’è niente.
Poi viene il lavoro, duro e tenace, ma col soffio che spira, il flusso che trascina.
Credo nel cuore.
Senza questo non c’è niente.
Non venite a raccontarmi di volontà e costanza.
Non c’è volontà o costanza senza cuore.
Credo nella folgorazione che si chiama incontro, per cui vale la pena patire il dolore.
Senza questo non c’è niente.
Quando ti presenti, oltre la nebbia del mio io, ringrazio d’esserci, nonostante tutto.
Credo nella coincidenza che mi fa posare lo sguardo al posto giusto e nel momento giusto.
Senza questo non c’è niente.
Quante volte ho desiderato quel verso, quella pagina, quel volto, e proprio ora, quando meno me lo aspetto, leggo e vedo.
Non venite a raccontarmi che è soltanto un caso.
E se anche fosse, gli sarei grato come a un Dio che mi aspetta alla finestra, con gli occhi sulla strada deserta, oltre la nebbia del mio io.
Ecco, in cosa credo.
Ora che la notte è scesa.
E il mio cuore finalmente vede.
(L’immagine è tratta da qui)
di Gianni Ferrara
Colpiremo tutti gli episodi di razzismo, qualcuno c’è stato senza dubbio, ma attaccheremo anche chi cerca di strumentalizzarli per dare addosso alla polizia o ai carabinieri e far passare per vittima chi vittima non è (Roberto Maroni, ministro dell’interno)
Alberto Asor Rosa ha individuato esattamente (su questo giornale, il 1° ottobre) le differenze tra fascismo e «berlusconismo». Non credo però che se ne possa trarre una graduazione tra i due regimi politici. Il tasso d’inciviltà politica e giuridica dell’uno e dell’altro, con le conseguenti ricadute, catastrofiche e irrimediabili sul piano sociale, su quello economico, sulla cultura (inteso, quest’ultimo termine, in senso sociologico) è tale da rendere impossibile, e forse anche inutile, una graduazione. Continua a leggere
Il Pontificio Consiglio della Cultura presieduto da mons. Gianfranco Ravasi si prepara a celebrare l’anniversario darwiniano con un convegno internazionale di alto profilo nel marzo 2009. Io penso che questa lodevole iniziativa sarà inevitabilmente monca se non farà i conti con il padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), “il Darwin cattolico”, ineludibile convitato di pietra della Chiesa cattolica ogni volta che il tema è l’evoluzione. Sul “Corriere della Sera” del 20 settembre ho pubblicato una lettera aperta a mons. Ravasi, chiedendogli un gesto di apertura verso la teologia più attenta al dialogo con la scienza e per questo, talora, oggetto di sanzioni punitive da parte delle autorità ecclesiastiche. L’esempio più clamoroso tra quelli a noi più vicino è il gesuita Pierre Teilhard de Chardin, del quale ora desidero offrire una breve presentazione. Continua a leggere
di Linnio Accorroni
Sfida interessante alla base di questa miscellanea di Neri Pozza: alcune fra le migliori menti della nostra generazione di giovani autori alle prese con la narrazione di una delle sequenze storiche più controverse e dibattute della storia italiana (dal 1848 fino ai giorni nostri). Legittimo sperare quindi in una narrazione polifonica e d’impatto, capace di rimuovere la persistente grana d’opacità che fatalmente sembra addensarsi sul racconto della storia patria, sia passata che contemporanea. Continua a leggere
Non so perché sia così difficile scrivere al computer la parola buonanotte. Forse è un problema mio. Tra l’altro, è un’espressione che ritorna spesso, e a tarda ora è un incubo accorgermi che ho scritto buonnaotte perché devo tornare sui miei passi e soffermarmi su dialoghi che avrei voluto troncare prontamente. Sono tanti i contatti che sogno d’interrompere da quando non fanno che mettermi alla gogna, cercando nella vita pubblica e privata motivi d’accusa e di denuncia. A volte si fa strada il desiderio di prendere un aereo e di svanire, senza alcun preavviso. Potrei mandare un video su youtube con l’annuncio del suicidio, per esempio. Agli altri non rimarrebbe che un’immagine, con la sottile sensazione di una colpa legata all’accaduto; io, invece, starei come un pascià, brindando alle vittorie del Milan con la busta dei popcorn e la mente gremita di futili pensieri. Soprattutto questo m’interessa: liberarmi dall’assillo delle cose serie, la nazione da salvare, le responsabilità che non mi danno tregua. Cerco un modo per produrre l’ozio perfetto, il puro nulla. Mi trasformerei in un asceta del rilassamento, in un mistico dell’inerzia estrema. Sarei io, finalmente, il clandestino e il fannullone, scoprirei l’altra faccia del mondo, il mollare la presa, l’assentarmi dalla mischia. Potrei fuggire sull’isola degli sconosciuti, nella casa del Grande Estraneo, del compagno ignoto, solitario y final, come l’ombra di un McCain sconfitto, la cugina inutile della Marcegaglia, l’insignificante cognato di Spike Lee. Non mi coinvolgerebbero più le morti bianche, non dovrei documentarmi sull’ultima sortita di Veltroni, i miei sonni non sarebbero interrotti dal fantasma ululante di Di Pietro. Non prenderei le distanze dalle mie dichiarazioni, anzi, indugerei nei pensieri contrastanti su Vespa e su Del Noce, e manderei a quel paese Emilio Fede. Potrei agguantare la prima TV che capitasse a tiro e ne farei un falò per una notte di sogni senza senso.
Chissà perché non scrivo mai correttamente la parola buonanotte. Forse è un problema mio. Ci torno sopra, come un passato che m’inghiotte, e mi chiedo se l’errore inevitabile non sia il segno che sono ancora vivo, che non tutto è programmato dal me stesso che non conosce tregua e non dà tregua, come il forcing compatto del mio Milan.
2009 – 4^ Edizione PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA
” ALTRI SEGNI “
La Art Farm Gaia di Papiano – Marsciano (Perugia), la casa editrice “Fonéma” indicono la 4^ Edizione del Premio di Poesia “Altri Segni”.
Art. 1) Il Premio è diviso in due sezioni:
a) Tre poesie inedite in lingua italiana (ogni poesia non potrà superare i 30 versi).
b) Silloge di 16 poesie inedite in lingua italiana (ogni poesia non potrà superare i 30 versi) Continua a leggere
Daniela Rossi, Il sacerdote e il kamikaze, Salerno Editrice 2008 – Pagg. 119 – Euro 12,00.
Recensione di Alberto Pezzini
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Chissà perché i romanzi di Daniela Rossi sono come un pugno nello stomaco.
Fanno male, e la testa sembra girare un poco. C’è una vita brutta dentro queste pagine. C’è la vita quando si toglie la maschera e comprendi subito che tutto – ma proprio tutto – è stata una vana agitazione.
Un romanzo nuovo, minimale, ma intensissimo per la ricchezza di personaggi che corrono ad una velocità cinematografica. Non esiste un protagonista. Esiste una carne cruda che è la persona, una massa di sentimenti terribili e pulsanti, un’anima che si contorce nella sua miseria. Continua a leggere
di Alberto Asor Rosa
Nel corso dell’estate, sottovalutando il rischio che il solleone avesse ulteriormente infrollito il già scarso acume dei commentatori politici e giornalistici italiani, ho pubblicato sul questo giornale (6 agosto) un articolo («Più del fascismo»), in cui mi sforzavo di collocare Berlusconi e il berlusconismo nel solco della storia italiana contemporanea. Apriti cielo: quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso – e non ho scritto – che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che – nella specificità e peculiarità delle rispettive identità – sono peggio . Di questo inviterei a discutere, non delle fittizie (e talvolta tendenziose letture) che di quel testo sono state date. Per favorire tale (peraltro improbabile) obiettivo aggiungerei qualche argomento al già detto. Richiamo l’attenzione (se c’è ancora qualcuno disposto a prestarmene) sull’«incipit» di quell’articolo: «Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi». Continua a leggere
L’ordine naturale delle cose
abituazione
quello che c’è contorna e include;
poiché medium, fa velluto di tocchi;
la pelle assuefatta non sente, abituata.
le elitre, le graziose venature ambrate,
le fimbrie: pelle non sente
se non cute penetrata,
e pungiglione. il reticolo nocicettivo
non si cura di piccolezze, risolve
solo il dolore che serve, a suo gusto,
i tocchi giusti. dài a un cane dosi crescenti
di chinino o arsenico, non si è mai
troppo malati. la cecità è idiopatica. – lo sapevi?
il dolore non ha alcun meccanismo attenuativo,
come se ne valesse della vita – il soffrire. Continua a leggere