Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

2. La maledizione

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Si sa qual è, oggi, la maledizione del romanzo: la vita si coglie per frammenti, le grandi visioni entrano in crisi, Alessandro Baricco dichiara inesistente la profondità. Sappiamo solo collegare, nella migliore delle ipotesi, le tessere sparse di un mosaico sempre più complesso. Se fosse vero, la posizione privilegiata sarebbe proprio questa: cosa c’è di più frammentario e provvisorio della periferia desolata e desolante di una grande città? Continua a leggere→

E’ ancora possibile scrivere un romanzo? 1. Incipit

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In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato nelle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere, e non si sgobba venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Chi si accinge a riempire il foglio bianco o la parte di schermo destinata alla scrittura, poi, si dà arie da bohémien, circondato da una cifra imprecisata di tazzine vuote da caffè e/o mozziconi di sigarette accumulati in ogni angolo; ha un aspetto scapigliato e una finestra che dà su qualche scorcio di città particolarmente pittoresco. Continua a leggere→

Sabato

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Ultimo giorno, arrivo prima, senza programmarlo, perché sento sfuggirmi l’immagine-sintesi di tutta la vita. Sull’acqua quasi immobile c’è una scia contorta, che risale a chissà quando: il nostro è un passaggio effimero, che si disfa istante dopo istante, una forza irresistibile risucchia nel nulla ogni guizzo vitale. Occorre un’azione che si opponga, che faccia resistenza. A questo rimanda il primo nome: Faber. Ho il karma della focalizzazione, non perdo un secondo del mio tempo, come se un Dio mi avesse messo nelle mani un orologio ad alta precisione. Maria è il secondo nome, a ricordarmi che anche il meccanismo più perfetto ha bisogno di una fede per procedere spedito, un’apertura a un’energia straniera. Leopoldo è il terzo, dal santo che trascorse l’esistenza a confessare: la produttività e la fede non sono sufficienti se non si è disponibili per gli altri con la stessa cura. Ecco, questa è la mia vita, racchiusa in una vecchia cartolina del golfo di Sirolo, visto dall’alto. Vorrei che una lacrima cadesse fra le chiazze azzurre del mare quasi immobile, toccasse il fondo oscuro della storia; confesserei, finalmente, quello che non t’ho mai detto: una sola cosa posso darti, il mio dolore. Chiunque tu sia, spero ti basti.

Venerdì

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Il mare è a chiazze di luce azzurra: colori del’anima, naturalmente. So bene che tutto è dentro me: la barca da pesca immobile, in attesa di un guizzo, quella con la vela ammainata, cullata dalle onde di riporto, lo strato quasi impercettibile di nuvole che fa da contrasto all’orizzonte. Anche l’idea che oggi è il penultimo giorno di vacanza è solo in me: una chiazza opaca dove il riverbero del sole fa più male e costringe a difendersi, a cercare palliativi. Entra nel campo visivo la ringhiera grigia del terrazzo di Sirolo, a ricordarmi che siamo divisi inevitabilmente dalla felicità senza riserve, dall’abbandono del cuore. Se fossi una cosa sola con il mare, il cielo, la terra, la penna cadrebbe dalla mano, sarebbero loro a raccontare una storia d’acqua, di nuvole, di rocce. Ma non hanno parole: allo scrittore è chiesto di distinguersi dal mondo, di ignorare il suo abbraccio per potersi innamorare del suo sguardo. Può comprendere, così, il pescatore impietrito che fissa il filo a pelo d’acqua, l’immobilità della barca a vela in un riposo senza tempo, il taglio elegante delle nuvole incerte tra dissolvimento ed esistenza. La campana della chiesa parrocchiale batte le dieci. La chiazza si fa scura, mi toglie il respiro la fitta del futuro.

Giovedì

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E’ giovedì, parto fra due giorni. Devo prendere il massimo dagli istanti che torneranno l’anno prossimo, nella migliore delle ipotesi. Come portare a casa la bellezza, come fissare il verde delle felci, il bianco della roccia a strapiombo sul vetro azzurro dell’acqua? C’è una barca a vela, duecento metri oltre la riva: sembra immobile, e invece si sposta lentamente verso sud, come me, che starei qui per sempre, ma ho un vento che mi spinge e a cui non posso opporre resistenza. Ecco, ho capito come fare: sono io la barca, sono il mare, la roccia che abbaglia all’orizzonte, il cielo che abbraccia perfino il ricordo lacerante, il volto che mi appare accanto nella panchina in bilico sul mondo: sorridi, come sempre, come se il trenta dicembre del duemilaeotto non fosse mai arrivato, non fosse riuscito a strapparti dal mio sguardo.

Almeno questo

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Concerto di Naji Akim tra gente in canottiera, dame dell’Unitalsi a passeggio in mezzo alle navate, uomini sui sessanta che chiacchierano di chissacché, bambini urlanti in un andirivieni di carrozzine colorate. Una giovane donna si volta a lungo per osservare l’organo, a essere ottimisti; poi anziane che spettegolano, ragazzi disabili che agitano nacchere, religiosi con il saio blu che s’inginocchiano, mogli e mariti dai capelli bianchi che dopo il terzo brano abbandonano il campo biascicando imprecazioni. Le dissonanze della musica contemporanea sono tutte qui, nell’ignoranza della gente semplice capitata per caso nella chiesa aperta al pubblico. Grazie a Dio, al riparo della Santa Casa, la Mater dolorosa non può vedere nulla. Almeno questo le è stato risparmiato.

Tra due golfi

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E se fosse questo il centro del mondo? Se la storia di ogni essere vivente finisse per specchiarsi qui, nel golfo di Sirolo, per comprendersi davvero? Se il muso mite del Conero, appoggiato sul mare, fosse in realtà un oracolo, una Sibilla incaricata di emettere responsi sul destino che attende dietro l’angolo? Vedo un gommone rimbalzare sulle onde, avanti a me, come un cavallo imbizzarrito, indifferente alla solennità del luogo, rapito nell’ebbrezza acerba della velocità. E’ il dilemma eterno fra contemplazione e azione, la prova che la vita è sospesa tra due golfi, sotto lo sguardo da sfinge muta del Conero-Sibilla.

Tracce

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Per la prima volta, dal golfo di Sirolo, ho osservato a lungo il riflesso solare sulla tavola d’acqua increspata da una corrente appena percettibile. Ho sorpreso grumi di stelle in movimento, luci tremanti e vive, segnali di una realtà da decifrare. Ho capito che il mare è un cielo capovolto trafitto da stelle incorruttibili, tracce di una verità sepolta che a uno sguardo attento si trasforma in strada, come la scia di barche che planano sulla lastra di cristallo fino a perdersi o trovarsi giù in fondo, nella nebbia.

Che sarà

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Arrivo a Loreto allo stremo delle forze. Dovrei chiamare Linnio, che sta a Osimo, ci teniamo entrambi a incontrarci di persona. Non ho l’energia per comporre il numero, però. Così ho deciso di mettere la cosa nelle mani della provvidenza: se legge questo articolo e mi manda un cenno, vuol dire che è la volta buona, altrimenti sarà per un altr’anno, o un’altra vita. Perché la vita è questo: avvicinarsi senza mai incontrarsi veramente, il simbolo di un appuntamento che si realizzerà alla fine, quando la sceneggiata si sarà conclusa. Non dire così, lo sai che si gioca nel presente, la partita. Sì, lo so. Scendo nella piazza, c’è qualche persona sola che passeggia, come me. Le persone sole sono tristi. Mi sembra che uno mi segua in modo strano: che si sarà messo in testa? Guardo i passanti solitari con la certezza di essere diverso: loro non sanno che ci sei anche tu, non immaginano che stiamo conversando. Mi affaccio alla terrazza che spazia sulla campagna e il mare e il Conero che troneggia sullo sfondo: è bello ritrovarci qui, dirci ancora una volta quanto sono belle tutte queste luci.

Mi pare si chiamasse

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Potrei scrivere una storia straordinaria. Per esempio: il governo decide di cambiare rotta, annulla i privilegi, costituisce un Ministero delle disgrazie della gente, della disperazione di chi si vede costretto, da un momento all’altro, a mangiare alla mensa della Caritas. Il paese rimane spiazzato, si stropiccia gli occhi e si pizzica per verificare che non sia solo un sogno. Si va al bar a discutere la cosa, il caffè è meno amaro e costa meno, perché il barista si sente investito da un’improvvisa compassione. Il nuovo spirito contagia tutti: i governi mondiali gareggiano per dimostrarsi all’altezza di una politica finalmente rinnovata, nasce un nuovo impero romano della legalità e della giustizia, della fraternità e della coscienza. La chiesa ha un nuovo impulso, si moltiplicano i santi e nel mondo fiorisce un sentimento di cui si era persa la memoria: mi pare si chiamasse gioia o felicità.
Mi stropiccio gli occhi, vado al bar a prendere un caffè: all’orecchio arrivano bestemmie e imprecazioni. Uscendo, sento il barista protestare perché non ho lasciato i dieci centesimi di mancia.

Un genere fragile

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La canzone è un genere fragile: pochi accordi e un pugno di parole da sistemare negli stampini rigidi dei versi e delle strofe. Cosa puoi dire con mezzi così poveri? Meglio passare alla poesia o alla narrativa. Meglio riconoscere che è tutto un commercio, un modo per vivere di rendita con un successo di cinquant’anni fa: quanti cantanti ne hanno indovinata una e poi più niente? Ma i diritti d’autore fioccano e pagano. Basta con i festival e le raccolte da supermercato, si riconosca il fallimento anticipato di qualsiasi tentativo, si rinunci alle entrate immeritate di filastrocche senza senso.
O no? Continua a leggere→

L’essenziale

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Nella mia stanza ci sono cose inutili: una crema per mani, sempre scaduta quando sarebbe necessaria; un pettine con i denti troppo grandi; una confezione di borotalco Robert’s per le macchie, mai usato per sfiducia nella bontà del metodo; un nastro adesivo per pacchi, sommerso da altri oggetti; pile da 1,5 volts accomunate nello stesso destino di rovina; tappi per le orecchie inservibili perché mi condurrebbero dritto all’otorino; pennarelli per i cartelloni delle messe che si seccano perché sfruttati due o tre volte l’anno; puntine arrugginite, essendo ogni angolo impegnato da icone o da fotografie. Qual è il senso di un universo umano in cui l’essenziale si riduce a libri, penne e lampadario? Potrei rinunciare perfino all’orologio, perché mi chiamano ogni volta che gli occorro: è allora che provo un senso di superiorità sul borotalco e le pile, il pettine e il nastro per pacchi mai inviati. Eppure farò la loro fine: sarà l’essenziale a spiegarmi chi sia e cosa vuole da me, suo servo inutile.

Sala parto

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Ora che osservo la vita da un valico incontaminato, inaccessibile agli interessi che spesso inficiano i comportamenti umani, posso affermare – con la certezza possibile all’universo della provvisorietà – che decisivo è il sentimento autentico, portato alla luce in mezzo a obiettivi contingenti e compromessi, riscattato dal carcere dorato di ambizioni e cupidigie, pretese e megalomanie. Solo da qui si rivela l’inganno sotteso a un personaggio alieno dalla nostra essenza, che adottiamo ritenendolo più adatto a razziare ciò che capita a tiro, incurante delle esigenze altrui. Non so se sarà sufficiente una visione a tempo ormai scaduto; non so se un Dio migliore di me potrà accordarmi un appuntamento fuori orario, un perdono che renderebbe il letto di morte una sala parto pregna di attesa trepidante. Io resto qui, per la prima volta vero, in vita mia.

Parole

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Ogni tanto penso a Italo Calvino. Immagino che sensazione proverebbe nel mare di parole che rischia di sommergerci ogni giorno; parole grezze, buttate lì come viene per riempire un vuoto sempre più inquietante. Siamo inondati da messaggi omogenei, fabbricati con le stesse frasi, prodotti coi medesimi clichés. Come reagirebbe lui che lavorava su ogni singolo vocabolo, plasmando un concetto fino al punto da renderlo perfettamente levigato, depurato dai residui dei luoghi comuni e degli slogan? Ai funerali dico sempre che dovremmo, oltre a piangere il morto, raccogliere la traccia che ha lasciato, custodire l’eredità trasmessa. Ecco: freniamo la deriva, trattiamo ogni parola come una pietra preziosa da maneggiare con riguardo.

Subbuteo

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I nonni si contendevano i nipoti a suon di regali. Quando venivano da Napoli, era una festa anche per questo: soldatini, marron glacés, giochi del calcio in tutti gli esemplari. Una volta ce ne portarono uno che funzionava a molle: i giocatori affondavano in buche disseminate per il campo, e da lì sparavano palline come i vecchi flipper. Ma il modello più gradito era il Subbuteo: saremmo stati ore a giocare nel campo curato nei minimi dettagli, dove provavi la sensazione della partita vera senza sudare e senza il rischio che il solito terzino ti spezzasse le gambe. La tentazione più insidiosa, riflettei più tardi, è ridurre l’esistenza a un rettangolo perfetto in cui ogni cosa accade con un colpo di dito, e vincere o perdere non mette a repentaglio neanche un’unghia. E’ la differenza tra il dare la vita e il ritenersi buoni degli ipocriti, che mettono sulle spalle degli altri pesi insopportabili senza toccarli con un dito. Gesù non giocava a Subbuteo, ma aveva capito tutto molto prima.

Tutto più facile

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Provo a ricordare. Indosso il grembiule bianco e il fiocco azzurro, come un regalo dimesso da portare a chissà chi. Mi aggiro in corridoi enormi, con porte che puntano alla volta di soffitti altissimi (è il mondo visto dall’altezza dei quattro anni). Cerco disperatamente l’aula, ma non posso chiedere a nessuno negli anditi deserti come canyons di un pianeta sconosciuto. Devo compiere un gesto, anche se l’idea, timido e introverso come sono, mi atterrisce: entrare in una stanza rischiando di sbagliare, per cui tutti mi guarderebbero sospesi, per un istante eterno, poi esploderebbero all’unisono in una risata interminabile. Non ho alternative: mi sollevo sulla punta dei piedi, raggiungo a stento la maniglia, mentre immagini orribili mi spingono a mollare la presa e fuggire via lontano, ma sono qui, devo avanzare, mentre la porta si apre lentamente e tra i banchi scorgo figure dai grembiuli neri e i fiocchi bianchi, che mi squadrano come fossi una bestiola miserabile e ridicola. Poi, in crescendo, cominciano a sorridere, ghignare, sghignazzare. La mia carriera esordisce in salita: dopo, tutto sembrerà più facile.

Perfettamente

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Eldo Scani nacque in provincia di Reggio Emilia diversi anni fa. Non sapeva rassegnarsi a quell’aria piatta che lo perseguitava: si chiedeva perché in tanti potessero spaziare con lo sguardo tra vette e abissi, colline amene e superfici marine, mentre lui, a perdita d’occhio, non vedeva che pianure e campi, campi e pianure, che alla fine gli uscivano dalle orbite per la disperazione. Diventò scrittore: nei suoi libri non contava la trama, quanto i riferimenti a scalate e immersioni; l’altezza e la profondità trasmettevano il piglio, l’accento, l’atmosfera. Perdette la vena la volta che fu costretto a descrivere particolareggiatamente una pianura. Cominciò a dipingere e, da tavolozze e pennelli, prendevano forma paesaggi dolomitici colmi di silenzi suggestivi o inebrianti orizzonti d’acque dolci e salate. Ma la pianura, prima o poi, si profilava inesorabilmente, e desistette. Un bel giorno si affacciò alla porta di casa, un punto invisibile e perduto in mezzo a  una distesa di terreni agricoli: il panorama gli sembrò incantevole, vivace, per l’accostamento di forme delicate, le macchie improvvise di colore. La mattina stessa si ammalò e si spense in men che non si dica. Fu cremato e collocato nel cimitero della cittadina, in un fornelletto al piano più alto con vista sul prato all’inglese, pareggiato così perfettamente come non s’era mai visto in tutta la provincia.

Alzarti

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Ci sono giorni in cui ti pare di perdere la fede: non sai perché, ma qualcosa inaridisce fino alla consumazione, non senti nulla e vorresti rassegnarti al peggio. Quando bruciarono don Mario, il mondo mi crollò addosso e mi chiesi dove fosse Dio. Ma i momenti insostenibili, forse, sono quelli in cui sembra che ognuno prenda parte per se stesso, che il mondo sia solo un formicaio d’insetti folli, l’un contro l’altro armati. Se esiste Dio, mi dico, da qualche parte deve esistere anche il bene, altrimenti è tutta un’illusione. Si parte, allora, alla ricerca di un ricordo, una sensazione, un frammento di bontà che ti ha riempito l’anima di vita. Poi ti accorgi che non basta, che manca qualcosa d’importante: devi alzarti tu, compiere un gesto, diventare ricordo, sensazione, frammento di sollecitudine da scolpire nella memoria del tuo prossimo, perché possa credere di nuovo.

Due calcoli

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Sarebbe bello poter parlare a tutti senza difese né tabù, ignorando i risvolti ipotizzabili, gli effetti collaterali, gli strascichi indesiderati. Comunicare schiettamente, sfogandosi al bisogno, confidando gioie e preoccupazioni, affidando al cuore dell’altro la vita come è. Si eviterebbero nevrosi, risparmieremmo patrimoni dilapidati in medicine, apriremmo scenari di ritrovi fraterni, segnali profetici di una società più giusta. Dopodiché, ci facciamo i soliti due calcoli; ricordiamo che la Bibbia raccomanda di non fidarsi del primo che ti capita e soggiunge: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Lanciamo un’occhiata nostalgica alla fila di case snocciolate come rosari fino all’orizzonte, alziamo il bavero scuro della giacca e ricominciamo a lavorare, come niente fosse.

Fisime

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Si potrebbe costruire una psicologia sulle inconsistenze che ci fanno sentire a nostro agio, a cominciare dagli oggetti che prediligiamo, per motivi spesso imperscrutabili. A colazione utilizzo, se possibile, il cucchiaio con il manico rosso, più ampio del normale, perché ritengo sia più maneggevole, probabilmente a torto. La tazza deve essere, tassativamente, quella larga e bianca e i bricchi per il latte sono distinti in ordine di gradimento, per cui, prima di rassegnarmi al più indesiderato, rovisto dappertutto, nelle credenze e gli angoli della lavastoviglie. Persino gli asciugamani e gli stracci da cucina sono soggetti a un esame rigoroso: se avesse un’anima, la materia subirebbe traumi ingovernabili e magari, chissà, siamo realmente circondati da utensili euforici o depressi, arroganti o desolati. Ma il mistero è sull’altro versante: di che significati carichiamo il cosmo che ci ospita, al punto da contare amici e nemici persino in un pigiama o un portaocchiali? Grazie a Dio, c’è l’amore universale, la fratellanza della materia cosmica, che rende uguali e liberi oltre ogni fisima o mania.