Archivi categoria: Racconti

Maria De Filippi (2)

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di Emanuele Kraushaar

Quello dice che ha un salone di autonoleggio.
Dice “Io nella vita c’ho un salone di autonoleggio”.
Dice “Io c’ho”, proprio io c’ho nella vita.
La ragazza sul trono lo guarda e poi dice: “Maria, può restare”.
E quello si incolla alla sedia e sembra sbucare dalla tv.
In quel momento do un calcio allo schermo e mi faccio male al piede.
A me m’hanno eliminato alla prima puntata.
Alla ragazza ho detto: “Io nella vita…”, ma quella mi ha falciato le parole di bocca e, guardando verso Maria De Filippi, ha detto: “Maria no, è timido”.

Quello dice che ha un salone di autonoleggio.

Dice “Io nella vita c’ho un salone di autonoleggio”.

Dice “Io c’ho”, proprio io c’ho nella vita.

La ragazza sul trono lo guarda e poi dice: “Maria, può restare”.

E quello resta, si incolla alla sedia e guarda verso le telecamere.

In quel momento do un calcio allo schermo e mi faccio male al piede.

A me m’hanno eliminato alla prima puntata.

Alla ragazza ho detto: “Io nella vita…”, ma quella mi ha falciato le parole di bocca e ha detto: “Maria no, è timido”.

Maria De Filippi

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di Emanuele Kraushaar

Proprio così. Mia madre l’hanno presa al programma di Maria De Filippi quello degli uomini e donne che cercano l’amore in televisione. Io sto molto male quando vedo mia madre che corteggia uno dei tronisti, perchè quello ha i capelli tutti in avanti sulla fronte e tiene le scarpe slacciate. Non parla molto il tronista, invece mia madre parla molto e dice che quando fa le esterne con lui si sente se stessa. A me viene un nodo alla gola e mi sento pesante. Quando ci sono le esterne, a volte abbasso il volume, ma poi lo rialzo subito.

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Il camorrista

di Pasquale Giannino

Quando arrivai nella caserma di M., in Campania, ero piuttosto malandato: praticamente non mi reggevo in piedi. Il CAR a Potenza era stato devastante, non tanto per gli addestramenti – la mia tempra da “bandito” mi permetteva di tollerare quelle marce che ad altri ragazzi sembravano interminabili – quanto per il freddo polare che attanagliava in quel periodo il capoluogo lucano. Le camerate erano gelide, mi pareva di dormire all’addiaccio. Per di più avevo avuto la sfiga di non trovare neanche un cappotto. “Guaglio’, so’ finiti” mi disse un maresciallo grasso come un ippopotamo. Il momento peggiore della giornata era l’alzabandiera, quando eravamo costretti a restare sugli attenti a sopportare la solita preghiera del soldato e, a volte, le filippiche del comandante: “A casa vostra i cessi li tenete sporchi? Dovete imparare che ora casa vostra è la caserma!…”. Continua a leggere→

Draghi, Mostri e la Terapia (seconda e terza parte)

un racconto di Piero Moroni

DUE

Confuso, avevo voglia di camminare un poco, ieri sera dopo il silenzio magico del Clairon e dopo aver salutato le serveure antipatico, decido di incamminarmi scendendo le scale di rue du Calvair.
Strane ombre tra cui una che faceva fumo, mi seguivano.
Ho incontrato Pascal che lui, Pascal, dorme sotto una scalinata e che Enrico gli ha regalato un sacco a pelo nuovo e Pascal mi ha raccontato delle sue avventure che io non ci credo alle avventure di Pascal e poi dopo aver salutato Pascal e dopo avergli dato 10 Euro sono entrato Au Rendez Vous des Amis in Rue Gabrielle. Continua a leggere→

Viedellapovertà 4

Un dolore forte mi ossessiona, alla schiena, in basso, e giorno dopo giorno arriva a paralizzarmi una gamba. Cammino piano, sbilenco, non riesco a stare seduto né coricato, faccio fatica a rialzarmi. I dolori creano un diaframma tra noi e il mondo, e nell’al di qua c’imbozzoliamo cupi perdendo vitalità; riacquistandola, dopo un tempo indefinito, quasi sempre. E’ un assaggio di morte, della pena che spesso la precede. Continua a leggere→

Draghi, Mostri e la Terapia (prima parte)

jazzun racconto di Piero Moroni


« Si j’etais plus pute je te demanderai de l’argent »
La Fille

« La tristesse c’est un espoir perdu qui se cherche un préfixe…Le désespoir »
( Léo Ferré )

« L’amore è un piritiello »
( Anonimo innamorato)

« E’ una storia d’amore di una farfalla.
E’ una storia d’amore come la vita di una farfalla.
E’ una farfalla che non è una farfalla.
Ma è una storia d’amore »
( L’autore in piena crisi d’amore)

 «Il jazz stasera é femmina e quando é femmina é tutt’altra poesia »
(Il bel giovanotto Samir)

DRAGHI, MOSTRI E LA TERAPIA

E’ perchè forse tu non lo sai ma stà malattia è davvero bastarda. Quando uno pensa di conoscerla è lì che diventa bastardissima.
Quando pensi di esserne guarito, allora, lì è il momento che questa si risveglia e ridiventa ancora più bastarda.
La malattia d’amore.
La malattia d’amore, quella che ciai quando vieni lasciato dalla persona che ami. La tua donna.
Quella che davvero ami. Continua a leggere→

Viedellapovertà 3

Era diventata una tassa sul sogno, ma pochi se n’erano avveduti, avendo la parvenza di un gioco, un semplice gioco che tutti potevano fare senza fatica. Con inspiegabile entusiasmo, ogni giocatore stabiliva l’entità della tassa, pari alla grandezza del sogno. Mai a memoria d’uomo era accaduta una cosa simile. Nelle case, nei bar, negli uffici persone di ogni età discutevano e si accordavano per giocare/tributare, depositando infine nelle rivendite, assieme alla giocata/tributo, le schedine coi numeri; attendevano poi l’estrazione, trepidanti, i milioni di giocatori. Continua a leggere→

Futili motivi

di Felice Muolo

Quando inizio a scrivere un racconto, so solo vagamente come andrà a finire e il più delle volte lo chiudo diversamente da com’erano le mie intenzioni iniziali. La storia che vorrei raccontare adesso ho cercato di scriverla infinite volte ma non sono mai riuscito a incominciarla. Il motivo credo consista nel fatto che conosco esattamente come va a finire. E, dal momento che narra una vicenda realmente accaduta, non potrei terminarla diversamente da come si è conclusa. Per poter riuscire nel mio intento, liberare una volta per tutte il mio cervello dalla sua incombenza, ho pensato di riportarla dalla fine. Continua a leggere→

“Serial writer” – Elisabetta Liguori

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La notte è più difficile, lo saprà di certo anche lei.
La notte nel silenzio ci sono volte che non la controllo: la parola monta, monta, monta, e poi tracima. Di notte se dormissi sarebbe meglio, è chiaro, ma il problema è che la bionda della volta scorsa non ha capito nulla di tutta la faccenda. Certo che no, si fidi, per questo ha fatto quella gran cagnara da circo, ché se fosse stata zitta un solo momento ad ascoltare, non saremmo qui, né io, né lei.
In verità capiscono di rado. Continua a leggere→

Io sono un bambino con un mantello nero. Di Nadia Agustoni

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(Il paese dei balocchi. Disegno)

IO SONO UN BAMBINO CON UN MANTELLO NERO.

di Nadia Agustoni

Io sono un bambino con un mantello nero, nero come la notte che è nera e come il buio in cantina che è nero e anche il bosco è nero e neri gli alberi e nera la terra che è ancora più nera nelle grotte e nero il cielo in cima ai rami e le foglie sono nere e neri gli uccelli e la civetta. Questo è il paese nero, con la gente nera e io non ho paura delle cose nere, solo dei cuori neri e di cappuccetto rosso che non capisce nulla dei lupi e fa le cose tanto per farle, ma mi hanno detto e ve lo dico, che solo i bambini veri capiscono i lupi, che solo i bambini neri parlano con i lupi e gli dicono le cose ai lupi come un comandamento e i lupi non rispondono, li guardano e sono lupi che fissano un bambino che è quasi una stella, la loro stellina oscura. Continua a leggere→

Viedellapovertà 2

Forse non sono mai stato abbastanza intelligente, pazienza, bisogna farsene una ragione. E’ una di quelle cose a cui si preferisce non pensare, sperando di cavarsela, in qualche modo. Facevo fatica a concentrarmi, a capire al volo; gli insegnanti rispiegavano per me, e questo non mi faceva piacere, così come le sbuffate, le occhiate e le risatine dei compagni. Tolte storia e religione, ero un po’ una frana ovunque. Ma la storia mi faceva sognare, e dimenticare le cose spiacevoli: i rimproveri, le prese in giro, l’essere ultimo in tutto. Continua a leggere→

Fumo. Di Nadia Agustoni

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(Jean Michel Folon. Disegno)

FUMO

di Nadia Agustoni

Riempito il sacco di vento e saliti i gradini tre alla volta fin sul tetto, appena giunto, colsi due o tre stelle e lanciai in aria il vento che ricadeva ovunque. Avevo una foglia in ogni tasca e pensavo all’autunno, alla notte che sembrava uno scudo, al tempo che scivolava piatto tra vita e vita mentre mi cresceva il cuore come un pensiero che cresce troppo e avevo paura di ascoltare: chissà se ero un principe o un bambino e chissà se mi ero perduto in un cielo di puntini più chiari e magari stavo per scoprire che non esistevo, che tutto questo non era il mondo e io sognavo senza un altro sogno che mi svegliasse. Continua a leggere→

Viedellapovertà 1

Mi bastava ciò che guadagnavo. Le spese, certo: un mutuo consistente, le pesanti bollette di luce, gas, telefono; e quelle impreviste, visite o cure mediche a pagamento, un conguaglio da pagare, un regalo, e via dicendo. Ma ci scappavano sempre i libri, le riviste, una serata al cinema.
Poi la separazione, lo stare insieme diversamente, coi figli; l’abbandono di una casa col mutuo ancora da pagare, la rinuncia agli arredi comuni, alla propria auto, alle proprie cose; e una nuova casa in affitto, altri arredi, utensili e oggetti necessari da comprare; e un cumulo di vecchie e nuove bollette. Continua a leggere→

Mi sveglio, di Andrea Sartori

Mi sveglio d’estate in un sudato sudario intriso del mio freddo. È febbre. Odo il raggricciare gesticolante d’una delle mie disgustose zampine, ed è la venticinquesima che cerca l’abbraccio della ventiseiesima, mentre tutte le altre paiono cicale intente a frinire nel loro tentacolare distendere le antenne. Eppure non sono antenne d’intelligenza ciò che distendono, ma arti rivoltati al cielo, ora scoperti dal lenzuolo intriso dell’umidità della notte trascorsa, pennellato di macchie gialle, forse la putrescenza del mio tronco. O è la linfa del mio corpo? Fisso il soffitto. Accanto al lampadario un clown con sformati pantaloni verdi mi fissa, sul naso ha una palla rossa, sulla testa un cappello floscio, una giacca dalle lunghe falde non lo veste ma lo copre tutt’intero. Stridono, ora, mentre sfregano le une con le altre, tutte le mie corte zampe, e mi pare che l’uomo sul soffitto sorrida, allungando un braccio verso il mio letto, che sta perpendicolare alla sua figura. Continua a leggere→

Federica Pellegrini

di Emanuele Kraushaar

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Mi sveglio abbastanza presto, tenuto conto che è domenica e che ieri sono stato in giro fino a tardi. Questo significa che avrò molto più tempo per non fare niente. Dopotutto è un agosto di cicale e poco altro.
La ragazza mi ha mollato da un paio di settimane e da un paio di settimane me ne sto tappato in casa a vedere la televisione. Esco solo dopo il tramonto e vado a mangiarmi una fetta d’anguria, poi se capita rimango a chiacchierare con il lavavetri del semaforo di piazza Irnerio.
Oggi però me ne andrò al mare.

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Memoria d’un attore folle, di Andrea Sartori

Com’è accaduto che la follia sia entrata nella mia vita? La follia che solidifica il pensiero in figure antropomorfe, in voci a bassa frequenza, in onde lunghe che s’insufflano nell’udito? Ho cercato un perché, sì, l’ho cercato; forse lo cercavo ancor prima d’impazzire, ed è stato quello a farmi precipitare. Sono precipitato all’indietro portandomi appresso una semplice domanda senza oggetto e senza tempo, giù, in un abisso che si spalancava fondale dopo fondale, mentre ero incapace di farmi convincere da chicchessia ad arrestare la caduta, perfino da Kurt Gödel e dal suo teorema sulle classi d’oggetti. Anche nella formulazione dell’argomento razionale sfarinavo verso il basso, ed unghiata dopo unghiata praticavo dei varchi nei veli che avvolgevano il mio corpo e quello degli altri, deciso a togliere ogni gualdrappa, ogni abito acquisito, dritto dritto allo schianto contro l’immodificabile, l’eterno e l’identico. Mentre cadevo ho perduto l’adesione al ritmo naturale del tempo. In realtà non perché l’ho negato, ma perché l’ho intensificato in un presente in cui tutto era simultaneo con tutto: tutto il mio passato, peraltro filtrato da ricordi opinabili, tutto il presente mio e altrui, mediato dalle mie congetture, dalle mie convinzioni, dai bisogni incisi nella mia mente come ulcere su di un corpo. Continua a leggere→

Un amico vero

di Pasquale Giannino

Il dolore al braccio fu improvviso e lancinante. Aveva avuto uno strano presentimento la sera prima, una fitta dietro lo sterno gli aveva tolto il fiato per alcuni istanti. Sarà colpa dell’arrosto – aveva detto fra sé – sapevo che non l’avrei digerito. Poi il respiro era tornato regolare, lentamente era salito sulla mansarda che aveva in affitto nello stesso palazzo della trattoria, si era adagiato sul divano e aveva ricominciato a pensare al discorso che avrebbe pronunciato il giorno dopo… Ora però il senso di soffocamento era più intenso e prolungato, un dolore insopportabile gli opprimeva il petto, come una sorta di ragnatela si irradiò fino al collo. Continua a leggere→

Vestiti, che usciamo

Oggi lei si aggirava in casa senza combinare niente. Come al solito, da un po’ di tempo a questa parte. Ogni tanto si prende la testa tra le mani e subito va a versarsi la medicina, quelle che non dà mai a noi e sta nella boccetta piccola col contagocce. Alcune delle medicine le possiamo prendere anche noi, spesso ce le dà, me la boccetta più piccola è solo per lei. Sta sempre male, lei, passa giorni interi nel letto, lamentandosi. A volte gli occhi le lacrimano, come quando noi avevamo preso la malattia agli occhi e allora lei ci faceva gli impacchi. Lei non fa impacchi, ma asciuga le lacrime man mano che sgorgano. I suoi non sono lamenti seri, perché all’ora dei nostri pasti si alza e prepara tutto, come prima di questi comportamenti. Prima veniva quell’altro e noi ci eravamo affezionate, poi non si è visto più e lei ha cominciato a gridare la sera nell’oggetto che squilla. Non gridava tutto il tempo, solo ogni tanto. Continua a leggere→

Il cappellino di Aretha Franklin

di Patrizia Perlingieri

Sotto un volo di ciambelle gonfiabili di ogni foggia e colore spuntano gambe di pantaloni arrotolati al polpaccio. Di una nuance tra il beige e il verde, che di definito ha solo la distanza dall’ultimo lavaggio.

Tommaso scorge la cosa in lontananza sulla battigia, ed è contento.

Si era sentito così stupido ieri dinanzi al salvagente appena acquistato che si sgonfiava in giardino.

Tu vuoi aiutarli e loro ti fregano, ecco quello che aveva pensato.

Elena, dal patio, si era limitata a fare spallucce e poi era andata a cospargersi il corpo di crema doposole. Ma lui sapeva esattamente che aveva pensato la stessa cosa. Sempre la stessa cosa:

Sei il solito cretino che crede di poter cambiare il mondo. Continua a leggere→