
E se tutti parlassimo la stessa lingua?
Ci sentiamo a disagio davanti a uno straniero con cui è impossibile intendersi anche su cose elementari. La richiesta di un’informazione, il nome di un monumento o la sua paternità, una semplice espressione affettiva producono l’effetto di metterci in crisi. Ci si guarda sperduti, cercando di spiegarsi con suoni per lo più inarticolati, in cerca di codici, simboli, strumenti capaci, con una specie di magia, di chiarire il messaggio in misura sufficiente.
Il sogno di una lingua comune ha attraversato i secoli: pensiamo all’esperanto. il successo è stato sempre limitato, ristretto a una cerchia sparuta di persone, senza arrivare a risolvere il problema.
Eppure, l’esigenza dell’uomo è comprendere, comunicare e condividere, per cui non si rassegna al fallimento. Come superare l’ostacolo, evitando le semplificazioni spesso impraticabili (impariamo tutti l’inglese!)?
Oggi ho impartito l’unzione degli infermi a una suora ormai quasi incapace d’intendere e volere (certamente di udire: è praticamente sorda). Sono entrato nella stanza con tre sue consorelle, tra cui la madre generale e la vicaria. Si sono affrettate a dirmi che avrebbero risposto loro alle formule del rito.
Il miracolo è facilmente prevedibile: suor Anna, la malata, ha mostrato di comprendere bene, e al momento del “Pater” ha pregato insieme a noi.
La lingua comune è la lingua dell’amore: due italiani potrebbero convivere per anni e non capirsi mai, come dimostrano molte confessioni. Persone di diversa nazionalità o portatori di handicap, anche gravi, riescono di frequente a entrare, invece, in empatia perfetta.
Non basta l’esperanto, ci vuole la speranza: la coscienza di un amore espresso da un vocabolario che comunica senza bisogno di parole.
quartine di media estate

__
Un suono costante di biscotti, al burro
Nzuddhi frolle ciambelle zuccarate piparelli,
Momenti che croccano, spezie e zucchero,
Dai paesi che crollano, ciottoli, dai colli.
*
Stanotte sogno Ntinnammare,
Sogno le doppie acque giù al Pilone
Con lunghe bracciate io che non so nuotare
E mio padre che guarda da Filione.
*
Nel chiaro andavamo, io, in un sonno assorto,
Io e mio padre la domenica mattina,
All’approdo dei pescherecci al porto,
A una manna di pesci, all’altomare prossimo
al centro di Messina.
*
In collina eravamo bianchi,
Scendevamo al mare con un passaggio,
Risalendo sporchi di sale e stanchi,
I dodici anni un atto di coraggio.
In collina eravamo anche stanchi
Del tempo fermo nel solito raggio
Dell’abitudine, ma col paesaggio negli occhi
Nascevamo sempre a un eterno maggio.
*
I padri archiviavano i torti
nella pace a terrazze degli orti,
una pace a portata di mano,
all’alba, quand’era più piano l’umano.
*
Ho atteso certi antichi passi
Sotto le magnolie in San Leone –
All’ombra, come se inventassi
Come si cerca la scusa l’occasione.
Sarebbe come credere

Per i piccoli la vita è bella. Tutto sembra possibile, nulla li preoccupa e nutrono speranze senza sforzo. Il segreto del bambino è credere: alle fate, al grillo parlante, alla befana. Una volta celebravo messa e mi lasciai sfuggire: sarebbe come credere a babbo natale. Vidi le facce contrariate dei bambini e mi corressi in fretta: sarebbe come credere ancora all’uomo nero! E tra i banchi c’era il prete africano, catechista…
Credere vuol dire aprire il cuore. Più andiamo avanti, più qualcosa si accumula nel punto di contatto con il mondo, lo assottiglia, lo ostruisce, diventa una barriera di scogli a difesa delle onde che potrebbero investirci.
Abbiamo paura: del mare, dell’inconscio, delle forze esterne e interne che potrebbero sempre prevalere sulle più sofisticate resistenze.
Il bambino, no, non ha paura. Per lui il mondo è un regalo da scoprire: la calza dell’epifania trovata in fondo al letto, i pacchi ammucchiati sotto l’albero, la notte di Natale. Non crede che qualcuno possa fargli del male. E poi, perché? Il male è una cosa innaturale, un corpo estraneo, il nulla che vorrebbe presentarsi, ma a cui è bene chiudere la porta.
Tornare bambini: Gesù lo aveva detto, ma l’hanno messo sulla carta dei cioccolatini, nelle parole melliflue dei catechismi parrocchiali, nelle ironie di tanti mangiapreti.
Se ci fermassimo un momento, se non avessi mai pronunciato quella frase: “sarebbe come credere ancora”, se guardassimo il mondo per la prima volta, ci accorgeremmo che le fiabe hanno ragione, più ragione di noi.
In times of terror and war
di Stefanie Golisch
the end of the world; in which we live forever.
Thomas McGrath
Unsteady light over the tabby cat Berlin.
Summer, they say. A man hanging origami
parrots in a white birch long the alley. Life
runs slower while I’m watching him from
the café on the other side of the street. Friday
morning, breathing beauty and shame in the
steady rhythm of a parrots uncertain
paper heart Continua a leggere
Il messale

Passeggiavo nel corridoio con un messale in mano. Non so da dove fosse uscito. Mia madre è devota, lo avrà comprato lei, o forse era un gentile lascito dello zio sacerdote. Avrò avuto dieci anni.
Il corridoio era in ombra, e univa le stanze della casa come una spina dorsale sorregge le membra: la camera dei genitori, che stranamente non ricordo; quella dei fratelli più piccoli, il salotto – spesso chiuso a chiave -, l’atrio, la cucina, la stanzetta di noi due più grandi, la sala per studiare, mangiare o vedere la TV.
Nel corridoio si poteva passeggiare: per questo avevo preso l’abitudine di andare su e giù con quel libretto di incerta provenienza, la cui lettura suscitava in me una curiosa sensazione. Le frasi chiare, solenni, perentorie, che non prevedevano risposte, ma solo un’adesione empatica, un riconoscimento della loro assolutezza, mi immettevano in un mondo sconosciuto che a me pareva bello, perché nessuno avrebbe mai scompigliato quelle righe: c’era un ordine lontano dal chiasso della casa, dai litigi tra fratelli, dagli interventi duri di mio padre, che soffocava ogni eccesso dell’infanzia. Nei miei piccoli passi lungo il corridoio, c’era una pace che vinceva le eruzioni improvvise della famiglia numerosa: i dispetti alla sorella sfortunata, nata dopo tre maschi; gli esperimenti sadici con le lucertole o con la carta di giornale, da bruciare di nascosto sul terrazzo; i rigori tirati contro l’armadio rosso e azzurro, appena verniciato.
Il messale l’avrei riesumato, molto più tardi. Avrei provato di nuovo la pace di quel lungo corridoio: un tempo senza tempo, in mezzo alle grida, ai pianti, alle risa sguaiate della Storia.
In cammino verso la marca gioiosa (VII)

Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.
Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.
Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.
«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
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Viaggi

Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. Il mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni si sfiorano: una si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo.
Se mi chiedo perché mi attiri tanto, quest’immagine, affiorano risposte prevedibili: te ne sei andato, con la tua valigia. La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, con le diverse sfumature di lontananza o vicinanza a Dio. Il mare – l’inconscio – replica i colori della vita, delle finestre dai battenti verdi, delle tende che ombreggiano negozi e ristoranti, degli attici e degli alberi che spuntano più in alto, come ciocche di capelli scuri. Le sagome, nell’acqua, risultano distorte: la risonanza nascosta delle cose ne coglie dettagli rinnovati, sensi alternativi. Forse, partendo, sei diventato più presente, mi hai consegnato una valigia piena di istruzioni, ricevuta dalle mani di Dio. La banchina è un’altra volta il punto d’approdo, un tuo ritorno senza interruzioni, privo dell’ansia di una falla che può aprirsi da un momento all’altro: per un edema, un ictus, o il diabete in agguato, come un serpente velenoso in mezzo all’erba. Il motoscafo ti ha condotto qui, la barca di Dio che sparirà tra poco, oltrepassando il bordo della foto.
Ecco perché lo sguardo non riesce a staccarsi dall’immagine: c’è una vita più reale di quella che continua da quest’altra parte; c’è un cielo più tangibile di quello che intravedo oltre la tenda della mia finestra, tra le ciocche di capelli degli alberi, là in fondo.
Essere o non essere

Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.
So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.
Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.
Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. Io, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.
112. Cose ridicole

I tanto vituperati messaggi, monotoni, insulsi, che persino un bambino avrebbe potuto formulare, si rivelavano sempre più preziosi. L’ultimo ricordava che il segreto dell’incontro con Dio sta nella preghiera. Banale, risaputo: eppure quanta gente continuava a rompersi il capo contro il muro dell’autosufficienza, nel tentativo di raggiungere la grazia ignorando la grazia, finendo nella disperazione o nel cinismo. La potenza dell’invocazione diventava il nostro pane quotidiano, l’accoglienza dello Spirito che scioglieva il calcare accumulato nei meandri della psiche e nelle fibre del corpo. Come diceva don Mario: materia spiritualizzata e spirito incarnato, la formula perfetta di una perfezione da inseguire, ma anche da pregustare ogni momento.
Il pensiero del paradiso era diventato un ingrediente costante delle nostre giornate: la lode eterna si specchiava in quella rivolta a Dio nell’attimo della precarietà presente, di una vita appesa a un filo, tanto più in un momento in cui l’unica salvezza possibile sarebbe stata aggrapparsi alle ali del Signore.
Tutto ciò era ridicolo agli occhi del mondo, ma proprio al mondo offrivamo l’energia potente e inesauribile della preghiera, la gioia paradossale di un vivere coi piedi sulla Terra e con il cuore in cielo.
Slanci

Davanti a me ho un quadretto con Gesù Bambino e san Giuseppe, che lo sorregge con la mano destra. È una posa plastica, perché Gesù è seduto sul braccio piegato, e la mano del padre putativo lo afferra saldamente per la pancia. Nell’altra mano ha un giglio, simbolo della purezza. L’uomo ha un’aria seria, raccolta, come fosse pienamente consapevole del valore del fardello. Fin qui niente di strano.
L’aspetto curioso si concentra su Gesù: ha un pigiamino bianco punteggiato di stelline scure, come i maghi di un tempo, e una faccia da scugnizzo che sembra voler scappare dalle braccia del padre, per lanciarsi incontro a chi lo guarda. La particolarità sta qui: è un Gesù che non può fare a meno di un collo a cui gettarsi, come quando i bambini piangono per essere presi in braccio da qualcuno che arriva all’improvviso.
Questa foto m’interroga ogni volta: come fa, Giuseppe, a sopportare un figlio che gli sfugge sempre? Gli basterà il giglio che gli resta in mano? La purezza, forse, consiste nella rinuncia a possedere, nel gesto di lasciar andare, nel soffrire un abbandono compensato dal bene dell’altro, di cui il santo è unicamente preoccupato?
Ma c’è un’altra domanda che si affaccia: a che servirebbero lo slancio di Gesù, il sacrificio di Giuseppe, la dinamica vivace dell’immagine, se di fronte non ci fosse qualcuno pronto ad accogliere l’offerta?
La conclusione è questa: guai a pensare la fede, in primo luogo, come un insieme di riti o di concetti; essa è innanzitutto lo slancio di un bambino che ti si getta in braccio, per trasformarti in persona viva e palpitante, da statua che eri. E questa è la sua sorprendente, intramontabile magia.
Luigi Maria Corsanico legge Samuel Beckett
[youtube=https://youtu.be/vUufWObSCBA]
da qui
Samuel Beckett
Que ferais-je sans ce monde
sans visage sans questions (1948)
Questa poesia è tratta dal volume
“Samuel Beckett, Le poesie”,
a cura di Gabriele Frasca, Einaudi 1999
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Alban Berg, Klavierstück in h-moll
************************************************* Continua a leggere
Cuori e monti

Era un professore come tanti. No, era diverso. Lo ricordo già un po’ anziano, con gli occhiali dalle lenti spesse, chino su un registro o sulla pagina di un libro. Era anche poeta. Ricordo questo verso: Monti d’Abruzzo, datemi il vostro cuore di pietra!
L’appello di un uomo sensibile, anche troppo, se invocava un cuore duro come un monte.
Insegnava lettere. Con lui, gli autori erano persone vive con cui entrare in relazione. Il testo base era il Petronio, di matrice marxista: metteva sempre in evidenza le strutture, come se la vita non fosse che un’accumulo di strati, uno sull’altro, come rocce calcaree, come i monti d’Abruzzo con cui lui parlava. Lo scrivere ha a che fare con l’industria o con l’agricoltura?
Solo più tardi capii che in questo c’è del vero, e cioè che l’universo è qualcosa in cui tutto è collegato, e se adesso digito parole sulla tastiera dell’iPad, ciò produce conseguenze incalcolabili, a me del tutto ignote.
Il professor Todini mi ha trasmesso l’amore per la letteratura. Non so come facesse a tenerci buoni e attenti nello stesso tempo. Forse ero io che nutrivo un interesse sviscerato per la sua materia. No, era lui, che svolgeva il lavoro con passione, dopo tanti anni, col suo cuore sensibile, che avrebbe scambiato volentieri con un monte d’Abruzzo.
Ci sono persone che ti segnano per sempre. Quando penso al Todini, al Petronio comunista, all’aula che in quell’ora sembrava diventare sacra, piena di strutture che evocavano altro, un universo in cui ogni cosa è in rapporto col resto, e se scrivi qualcosa non resta senza effetto; quando penso al professore, dicevo, vorrei offrirgli un grazie tardivo, che comunque arriverà, per un altro, imprevedibile miracolo del cuore che rimane cuore e non diventa monte.
BUONA LETTURA: “Shiai e Ai. Combattimento e amore”. Lamberto Garzia
“BUONA LETTURA” 13. “Shai e Ai. Combattimento e amore“. Lamberto Garzia
Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.
—
Shiai e Ai (effigie edizioni, 2014) è certamente uno dei lavori più ispirati e compiuti di Lamberto Garzia, dove la poesia segna la storia di un amore guerriero, dei suoi abbandoni e del suo ritrovarsi, delle sue confidenze e delle sue conquiste, unicamente sotto forma di combattimento, scontro di corpi che si annusano, si cercano e si respingono. Continua a leggere
La preghiera-salmone

Bisogna ammetterlo: nel confessionale, a volte, la gente arriva triste. I Padri orientali aggiungevano ai sette peccati capitali un ottavo pensiero cattivo: sì, proprio quello, la tristezza. Però distinguevano fra una tristezza buona e una cattiva. Quest’ultima è prodotta dal peccato, la prima nasce con il pentimento, le lacrime sante che sgorgano da un cuore contrito.
Gira che ti rigira, quindi, diverse persone si confessano gravate da una pesantezza profonda, un pessimismo storico, se non proprio cosmico, legato al fatto che uno cade e ricade, e a forza di cadere, si ritrova a terra in tutti i sensi.
In questi casi, io dico che le cose si capiscono meglio dalla fine.
Andremo in paradiso, no? Facce un po’ incerte: speriamo, padre. Bene, andremo in paradiso; lì scopriremo finalmente la bellezza e la bontà di Dio, di gran lunga maggiori di quanto avremmo immaginato con la nostra mediocre fantasia. Cosa faremo, allora? Altro sguardo perplesso. Soltanto una cosa, che fluirà spontanea, naturale: loderemo.
Gesù ha dichiarato che chi crede in Lui, ha la vita eterna. Si, ha detto proprio “ha”, e non “avrà”. Quindi un assaggio, un antipasto, almeno uno snack di paradiso ce l’abbiamo qui. Basta lodare. Sguardi ancora più perplessi, come a dire: mah, non mi viene, sarebbe una mezza forzatura…
La lode è una preghiera-salmone, dico io, risale la corrente. All’inizio sembra strana, inutile, ridicola, poi ti accorgi che continua da sola, senza sforzo. Perché? Perché è la nostra identità. Se la lasciamo fare, siamo già in paradiso, anche in mezzo all’inferno che per tanti è l’esistenza. La tristezza, allora, non è più che un ricordo sbiadito, un peccato rimesso, dall’eternità.
Immagine e somiglianza

Ieri è venuta a confessarsi una ragazza che ha tentato per due volte il suicidio. Era scossa, i nervi fremevano ancora per l’uscita dall’ennesimo gorgo. Non aveva nessuno con cui confidarsi: la madre, la sorella e la zia non volevano vederla. Di fronte a situazioni come queste, c’è un momento di panico: il tempo è sospeso, lo spazio si restringe, fino a prendere la forma di un imbuto. I sentimenti all’ingrosso sono inutili, perché non passano nel tubo troppo stretto. Occorre qualcosa di leggero, di liquido, magari: una lacrima, forse, è l’ideale. Piangete con chi piange, raccomanda san Paolo. È la scuola elementare dell’ascolto, da includere nell’istruzione obbligatoria. Ma in questo, spesso, restiamo analfabeti.
La ragazza mi guardava, attendendo un’assoluzione o una condanna. O forse no: desiderava, di certo inconsciamente, che le dicessi l’unica parola capace di distoglierla per sempre dal suo triste proposito.
Davanti a me, nascosta, c’era l’immagine di Cristo: la tengo sempre lì, cercando in quegli occhi le soluzioni sconosciute all’uomo, essere diviso fra la terra e il cielo, e per questo esposto a dubbi laceranti. Anche il confessore è in bilico fra il consiglio umano e lo scatto verso l’alto, o l’Altro, che è lo stesso.
Cristo, dunque, era lì, davanti a me. Pregando, ho compreso che non mi chiedeva di pronunciare frasi, ma di compiere un gesto: dare quel Volto a lei, per metterle di fronte la sua vera immagine, la somiglianza con chi non toglie la vita, ma la dà. Confidati con Lui, le ho suggerito. Lei mi ha sorriso, mi ha regalato un “grazie” di sorpresa, ed è uscita incontro al suo futuro.
Summertime
di Stefanie Golisch
Il romanticismo non è una scienza esatta.
Flavio Almerighi
Weltzeituhr
L’appuntamento è a una certa ora in
punto. Poi, a lui viene in mente qualcosa
e lei, all’improvviso, deve partire. Sono
laddove non mi cerchi, dice all’uomo
capovolto sotto la Weltzeituhr. Da qualche
parte sono le undici e trentacinque, un tempo
anche io avevo un cane di nome straniero.
Ma uno è di fretta e l’altro non ha tempo
da perdere. Un bambino travestito da vecchio
dice a sua madre torno presto. Oggi compie
gli anni, ma quanti non se ne ricorda. È bello
seguire il primo che passa senza pensarci.
Wie spät ist es eigentlich, chiede la donna
di antica tristezza, ma nessuno lo sa. In ogni
caso è troppo tardi per andare a dormire. Ti
amo, dice un lui distrattamente mentre lei si
volge dall’altra parte
Canicola
Quando ti dicono che questa sarà la tua
ultima estate, cosa fai? Come si può pensare
la parola ultima quando l’aria vibra di luce
e dalla finestra giunge il brusio del mercato
del sabato? Presto tu non ci sarai più e il
mercato continuerà, il caldo insopportabile,
il freddo insopportabile, il chiacchiericcio.
Mancherà soltanto una voce. Niente di che.
In quel giorno. Ma oggi è oggi. Ti sei appena
alzato. Devi ancora lavarti, tagliarti i baffetti.
Vestirti come si vestivano i vecchi quando
eri bambino tu. Più tardi scenderai in strada.
Andrai al bar a prendere un caffè. Darei la
solita occhiata ai titoli del Corriere della
sera, mentre le ragazze fuori sfidano i tuoi
sguardi. Ti levi il cappello davanti a tanto
inganno, ma non c’è nessun cappello, solo
un cane che abbaia e, quando chiudi gli
occhi, delle immagini che non narrano una
storia compiuta
Desiderata
[youtube=https://youtu.be/OO_P1dOOOuU]
da qui
Ci sono cose che avremmo voluto fare noi. A me capita con la poesia.
Vorrei aver scritto io “Prima che bruci Parigi”, di Nazim Hikmet. Lo sento come un brano magico, mentre a molti è del tutto indifferente. Ricordo di averlo proposto in video – con la splendida lettura del mio amico Luigi Maria Corsanico – ad alcuni conoscenti cui è risultato ostico, noioso. Grazie a Dio, c’è gente cui è sfuggita una lacrima, di fronte a questa lieve profezia dei nostri tempi.
Poi c’è “Questo è il prologo”, di Lorca: il più grande, non tanto per lo spessore culturale, né per la visione dell’arte o della vita, ma perché ogni parola che gli usciva dalla penna era un relitto d’altri mondi, che ognuno vorrebbe visitare, per un giorno.
Come ignorare, poi, l'”Annunciazione” di Rainer Maria Rilke, dove l’arcangelo Gabriele ci sembra di conoscerlo da sempre, fallibile anche lui, al punto da scordare il contenuto della sua missione?
Vorrei aver scritto anche “Questo amore”, che alcuni considerano più adatta alla nota carta da cioccolatini. Per me è irresistibile: del resto, si sa che la realtà fa risorgere in ognuno qualcosa di ineffabile, in cui non possiamo non specchiarci.
L”Ode alla notte”, di Pessoa, vorrei averla data alla luce in un’ora di tristezza, in cui tutti i suoi superlativi avessero il potere di strapparci al pozzo nero in cui a volte rischiamo di cadere.
E infine, “Dall’immagine tesa”, omaggio doveroso a Rebora, che ha percorso la mia stessa strada. Neanch’io aspettavo qualcuno; anch’io ho resistito, come lui, a sbocciare non visto, sedotto da un quasi inudibile bisbiglio.
In cammino verso la Marca gioiosa (VI)

In questa esposizione, si fa conoscenza con alcuni aspetti della teologia catara del XIII sec.
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.
Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.
Un silenzio prolungato, il vecchio chiuse gli occhi.
«Ascolta. Un re volle fare i conti con i suoi servi. Fu portato uno che gli doveva diecimila talenti. Non avendo costui di che restituirgli, il padrone ordinò che fosse venduto con la moglie e i figli e quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza e ti restituirò tutto. Avuta pietà del servo, il padrone lo lasciò andare rimettendogli il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui, che gli doveva cento denari e lo prese per il collo: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: Abbi pazienza, ti rifonderò il debito. Ma egli non volle e lo fece gettare in carcere, finché non avesse pagato il debito. Al signore fu riferito tutto l’accaduto. Allora fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.»
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Versetti

Quando compresi quello, cambiò tutto. La vita è fatta di dettagli, che richiedono attenzione. Sappiamo della chiamata ad Abramo, resa sempre con “va’ dove ti mostrerò”, mentre la traduzione più fedele sarebbe “va’ verso te stesso”; oppure dell’ormai celeberrima “qol demama daqqa”, diventata il “mormorio di una brezza leggera”, anziché la “voce di silenzio sottile”. Gli esempi potrebbero estendersi a ogni campo della vita. È importante sapere, per esempio, che un indiano che fa “no” con la testa dice “sì”, o che le corna, per i metallari, non sono un’offesa, ma un segno di riconoscimento.
Per venire al personale, avevo sempre ritenuto che il versetto più importante della Bibbia fosse 1 Giovanni 4,8: “Dio è amore”. Si è detto, fra l’altro, che pur smarrendo l’intero libro sacro, questo passo basterebbe a svelarne l’essenziale. Dio è agàpe: come esprimere meglio il senso di un’esistenza e di un messaggio?
Eppure, il cammino cristiano mi ha convinto che c’è un versetto più determinante, 1 Tessalonicesi 5,17: “pregate incessantemente”. Che Dio sia amore, infatti, può restare un dato esterno, qualcosa che non modifica la vita. È la preghiera che introduce in quella eterna verità, vincendo il male che impedisce di aderirvi e lasciando assaporare il bene del vincolo con Dio. Si capisce perché, a Medjugorie, Maria non faccia altro che ripetere “pregate, pregate, pregate”. Lei sì che se ne intende.
È la conferma di qualcosa in cui ho sempre creduto: i dettagli salvano la vita.
L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 7

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.
Amore e ginnastica, Edmondo De Amicis (1892)
E se la sit-com l’avesse inventata l’autore di Cuore? Niente di strano, avremmo la conferma che un autore sottovalutato perché sentimentale e retorico, è invece tutto da riscoprire per la sua modernità. Edmondo De Amicis infatti è stato un autore nazionale e popolare, nell’accezione gramsciana autentica e non sarcastica, ed ha anticipato in questo romanzo l’indiscreto e rassicurante rapporto voyeristico tra attore e spettatore.


