RIPRENDIAMOCI LA SOVRANITA’ E LA DEMOCRAZIA

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IL CONTESTO REFERENDARIO DI QUESTI MESI NON E’ SOLO UN’OCCASIONE STORICA PER RAGIONARE SULLO STATO REALE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA E SOVRANITA’, RISPETTO A QUELLE DISEGNATE SULLA CARTA COSTITUZIONALE, E COME ANDREBBERO A CAMBIARE A SEGUITO DELLA RIFORMA. QUESTO BRAINSTORMING QUOTIDIANO – TRA INTERPRETAZIONI E INTERVENTI DA PARTE DEI MASSIMI ESPERTI, PROPAGANDA E INFORMAZIONE SUI MEDIA, E LIBERO E INTENSO CONFRONTO SUI SOCIAL NETWORK – STA ORIGINANDO UNA MAGGIORE CONOSCENZA DEL TEMA E DUNQUE UNA CONSAPEVOLEZZA PIU’ DIFFUSA, NEI CITTADINI, CHE POTREBBE APRIRE AL CAMBIAMENTO ATTRAVERSO L’ELABORAZIONE DI MIGLIORI REGOLE CHE GARANTISCANO UNA SOCIETA’ PIU’ DEMOCRATICA E MENO INGIUSTA.

 

Il regionalismo è morto, ha affermato qualche settimana fa il prof. Valerio Onida (Presidente emerito della Corte Costituzionale) in una trasmissione di La7, perché il Parlamento non ha mai voluto emanare i principi riguardanti le materie di legislazione concorrente. L’art. 117 Cost. recita infatti: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principî fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”. Continua a leggere→

Claudio Morandini: “Neve, cane, piede”

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Adelmo Farandola, ultimo dei solitari e eroe del recente Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Premio Procida 2016, Exòrma, pp. 138, euro 13) è un uomo dei tempi lunghi, dell’inverno senza fine sfiorante l’eternità. Eremita di montagna che rende leggendaria la vita lassù, egli non scherza mai, è vendicativo e testardo, un residuo di quelle antiche “generazioni che la povertà e la limitatezza degli orizzonti rendevano ostinate”. Confonde sogno e realtà, un po’ per diffidenza, un po’ per le strenue astinenze dal cibo, un po’ perché la solitudine lo ha reso afasico e smemorato. Di tanto in tanto, all’epoca del disgelo o prima del grande freddo, Adelmo lascia il romitaggio dell’alpe e scende in paese per provviste, acquattato dietro ai muri a spiare con riserve la vita altrui, dai ritmi e dalla ‘pulizia’ formale cozzante con il filosofico sudiciume che invece separa e protegge Adelmo dal resto del mondo. Da anni ormai conduce questa vita, da quando, lustri prima, l’odore della guerra l’aveva spinto in alto, “nelle combe più nascoste e ingrate” e egli, di nascondiglio in nascondiglio, s’era infine inchiocciolato nel petroso esofago di una miniera di manganese, imparando “il conforto di parlarsi da solo” sulle linee di una retorica semplice ove appendono i loro “cenci scuri” il Sonno, la Fame, il Freddo. Continua a leggere→

Vivalascuola. Un NO per difendere la Costituzione

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(Rielaborazione grafica dell’immagine di Francesco Mele)

La maggioranza di Governo si esprime insistentemente come se fosse un reato avere una opinione diversa, ad esempio dire NO alla “riforma costituzionale”. Questo è scandaloso, ed è ancor più scandaloso che susciti poco scandalo. Pensiamo ai “padri costituenti”. Forse Togliatti, Parri e Pertini la pensavano allo stesso modo di De Gasperi, Einaudi e La Malfa? Oppure di Calamandrei, Saragat e Dossetti? Eppure sono stati in grado di lavorare per dare alla Nazione una Costituzione che è stato luogo comune definire “la più bella del mondo”. La mancanza di ampie vedute e di capacità di mediazione va tutta a disonore dei “nuovi costituenti” ed è indice di grave incapacità politica. Come persone di scuola, questo ci preoccupa molto, e la “riforma costituzionale” ci allarma al pari della “Buona Scuola”, di cui quest’anno i disastri sono sotto gli occhi di tutti, perché l’una e l’altra prefigurano un paese privato degli spazi di democrazia e di partecipazione che già soffriamo nella nostra quotidianità. Questa puntata di vivalascuola presenta dichiarazioni per il NO di docenti universitari e una riflessione di Giovanna Lo Presti. I docenti universitari che vogliano aderire possono scriverci 10 righe a [email protected].
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70. Il battito

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Il battito del cuore: era questo il punto da cui la preghiera s’innalzava, come un grumo di vita donata, una traccia indelebile e viva dell’amore di Dio. Il cuore non lo puoi comandare, batte da solo; è stato messo lì da qualcun altro; qualcun altro ti dà il potere, ogni giorno, di sperimentare la gioia e la sofferenza, le delusioni e le sorprese, la sfida quotidiana che mette alla prova e fa fare un passo avanti verso la salvezza. Solo al ritmo di quel battito era lecito ricorrere ai criteri consueti della crescita interiore: l’analisi dei pensieri inconsci, la cura dei fini e delle motivazioni, la verifica finale dei comportamenti. Il battito del cuore era l’appello ininterrotto a dare priorità alla vita, a non ingolfarsi in acrobazie dell’intelletto o della volontà. Comprendevamo sempre meglio che per trasmettere amore non bastava sentirsi sicuri, impeccabili, difesi da incursioni esterne; ma semplicemente abbandonarsi all’amore più grande del Creatore, che si china sulla creatura comunicandole energia, guarendo le ferite, profondendo senso ai momenti più duri e in apparenza assurdi. Lo insegnavamo agli altri: ascolta il battito del cuore, fai spazio alla vita come dono. Il Regno di Dio era il sorgere improvviso di un’immagine, un ricordo, il segno di una presenza inconfondibile, il respiro del cosmo: tutto in un punto così infinitesimamente trascurabile, eppure ricco di una dignità senza misura.

I fatti inspiegabili

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di Riccardo Ferrazzi

I fatti inspiegabili possono presentarsi nelle forme più diverse, ma i più citati sono probabilmente i presagi che, in forma esplicita o sotto metafora, sembrano prefigurare il futuro. Anche in questo caso bisogna sottolineare che si tratta di fenomeni tutt’altro che rari.
Quante volte ci è capitato di commentare: “me lo sentivo che sarebbe andata così!”. Quante volte ci siamo rammaricati: “ah, se avessi dato retta al mio presentimento!”. Con queste espressioni amareggiate è come se chiudessimo la pratica: è andata così, pazienza. E non approfondiamo, perché temiamo di inoltrarci in un terreno cosparso di trappole e sabbie mobili. Continua a leggere→

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Bienvenu don Tonino

 

 

Monseigneur Bienvenu si chinava su tutto ciò che geme, su tutto ciò che espia. L’universo gli appariva come un’immensa malattia; sentiva dovunque la febbre, ascoltava dovunque la sofferenza, e senza cercare di indovinare l’enigma, si studiava di curare la piaga. Il grandioso spettacolo delle cose create era per lui oggetto di compassione. Ci sono degli uomini che lavorano per estrarre l’oro.  Lui lavorava  a estrarre la pietà.

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69. Quale bellezza

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Diventava importante capire come potessero convivere la bellezza della vita e l’epoca di sofferenza che si annunciava con maggior chiarezza. Eravamo sempre più coscienti di come bello, buono e vero fossero le vie d’accesso imprescindibili alla dimensione dello spirito. Rileggevamo le sintesi aggiornate di ontologia e metafisica, riferimenti certi nel contesto di confusione generale sulle basi della vita. La filosofia dell’essere era un farmaco provvidenziale nella perdita dei punti fermi, sintomo e causa di malattie spirituali di ogni tipo.
Ma come si potevano congiungere bellezza e dolore? Come coniugare l’ottimismo realistico di Dio con le tensioni, i conflitti, la violenza dilagante nelle strade della storia?
Avremmo dovuto chiederci, in preghiera, cosa turbasse il bello contemplato e vissuto nell’ottica “altra” del Vangelo. Fin qui, la risposta era scontata: la coscienza di un orizzonte oscuro, che incombeva sul mondo, era più che sufficiente a gettare un’ombra sulle nostre aspettative. Ma in che modo intravedere, sullo sfondo inquietante, la luce della speranza cristiana?
La risposta non poteva essere che una: in Dio, bello, buono e vero convergono perfettamente. Avremmo dovuto rivedere, dunque, la nostra concezione di bellezza, confrontarla con la Pasqua del Cristo, rivelarne la partecipazione alle sofferenze della Chiesa, l’unione alla Passione di Gesù. In questa prospettiva, si scopriva una bellezza nuova, che attingeva all’Essere di Dio, alla sua eterna verità e bontà. Oltre l’oscurità terribile del Venerdì Santo e il silenzio tombale del Sabato, si profilava la lama di luce dell’alba della Domenica mattina.

Per Gregorio, barbone morto sotto un treno

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di Flavio Tannozzini

Manca soltanto un treno, per tornare a casa

e non sentire più

quel fischio che mi fa impazzire,

il rumore di ferraglia nella testa,

il rombo dei convogli sui binari freddi, in gallerìa,

lo stridore dei freni, che mi graffia i timpani e la faccia

al suono di sirene.

Tutto questo è nel vino, come sempre: lo so che non esiste,

e nemmeno succede,

è solo uno scherzo del pensiero. Continua a leggere→

SUL TAMBURO n.27: Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, “Chirù”

michela-murgia-chiruIl fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, Chirù, Torino, Einaudi, 2015

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di Giuseppe Panella

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È singolare come il percorso letterario e tematico di Michela Murgia coincida (ma in modo palindromicamente rovesciato) con quello di uno scrittore da lei molto lontano come Flaubert. All’inizio, la scrittrice sarda ha redatto uno Sciocchezzaio o Dizionario dei luoghi comuni con il suo libro d’esordio (Tutto il mondo deve sapere, Milano, Isbn Edizioni, 2006 – una raccolta vibrante di aneddoti di cronaca vissuta e di (mal)costume cui si è ispirato anche il regista Paolo Virzì per un suo film non troppo ben riuscito, Tutta la vita davanti del 2008). Poi si è cimentata con il suo Salammbô (la Sardegna ancora arcaica dei riti e delle credenze in un mondo soprannaturale dove c’è spazio per chi, da psicopompa, accompagna i non ancora defunti nel regno dei morti) e anche con una possibile Madame Bovary sempre con lo stesso, magnifico romanzo, Accabadora (Torino, Einaudi, 2009) dedicato com’è alla descrizione dell’infanzia e del passato remoto riletto nel presente.

E ora con questo suo ultimo Chirù prova a redigere la propria, personale Educazione sentimentale, anche se non ci riesce del tutto compiutamente.

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Michele Caccamo e l’impossibile salvezza

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di Augusto Benemeglio

 

  • Anima ferita

 

Michele Caccamo è uno che ha  provato  di tutto, sappiamo dei suoi tre anni drammatici trascorsi in carcere, delle sue resistenze contro le infamie della mafia calabrese , della “maledizione che tuttora vive  negli occhi che sanguinano ogni giorno senza conoscerne il motivo, nel terrore delle voci e delle ombre, della sua bocca piena di scheletri del passato e del suo petto su cui grava un’incudine di ferro che toglie il fiato a ogni protesta, del suo urlare  e mordere le vene nei pugni, la lingua, le scarpe. Continua a leggere→

Pierre-Yves Leprince, Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

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Negli alberghi può succedere di tutto. Se poi a occupare la stanza numero 22 dell’Hôtel des Réservoirs, affacciato sul parco di Versailles, è Marcel Proust, si capisce che la faccenda si fa davvero intrigante. Siamo nel 1906, il futuro autore della Recherche lì alloggia mollemente segregato in attesa che l’appartamento parigino che abiterà nei successivi anni, al numero 102 di Boulevard Haussmann, sia pronto. Come trascorre il proprio adorato Tempo? Prendendo appunti e osservando scrupolosamente “la grande nemica dell’alta società: la realtà”. Attratto dalle emozioni e dal gusto del Vero, che “annoia o sconvolge”, il trentacinquenne inquieto ospite smarrisce uno dei preziosi taccuini su cui verga le prime battute di quello che sarà il suo capolavoro. La camera viene messa a soqquadro ma non c’è cameriera che riesca a trovarlo. Il portiere, Massimo, affida quindi la petit recherche al giovanissimo Noël, fattorino diciassettenne dell’agenzia “Bâtard e figli, pedinamenti e indagini di ogni sorta”, e, al presente, voce narrante dell’intera vicenda, ricostruita a distanza di ottant’anni dai fatti. Continua a leggere→

Due libri sui ‘nostri’ gatti

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di Guido Michelone

Il gatto è forse l’animale più raccontato, simboleggiato, rappresentato, evocato dalle arti in quasi tutte le civiltà umane dalla pittura alla poesia, dalla narrativa alla scultura, dal design al fumetto, dalla fotografia al cinema. Persino su Facebook il felino vanta il maggior numero di post affettivi, elevandosi quale argomento principe fra i numerosi discorsi interconnessi. Continua a leggere→

68. La speranza

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Spiegare cosa fosse la speranza cristiana era un compito arduo, in quel periodo. Per chi fosse avvezzo al linguaggio delle profezie non poteva essere un problema: sullo sfondo oscuro degli eventi, la salvezza era un punto luminoso, inconfondibile. Solo la coscienza esatta del male avrebbe potuto avvertirci del bisogno urgente di salvezza. La narcosi imperante, invece, imponeva le lenti rosa dell’illusione a buon mercato, la fiducia malposta in un buonismo che avrebbe lasciato con la bocca amara.
Pensavamo alla domanda di Dio al profeta appena convocato: Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo, Signore.
Mandorlo, in ebraico, significa anche “vigilante”. Il profeta era un’insonne sentinella chiamata a tenere gli occhi del popolo vigili sul tempo che veniva. Un compito scomodo, soggetto a ogni forma di critica e obiezione, ironia e perplessità.
San Massimo il Confessore, uno dei grandi Padri della Chiesa, diceva che i vizi provengono da due attitudini interiori: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Mai come allora, la società narcisistica – com’era stata definita – pareva soggetta a questi sbandamenti, opposti ma complementari. La perdita di Dio, del rapporto personale e profondo, aveva aperto la strada a ogni forma di presenza surrogata, esasperando, insieme, la morbosità e la fuga.
Come venire a capo di una distanza in apparenza incolmabile?
Sapevamo di dover restare saldi, costanti nell’annuncio, premurosi nelle spiegazioni, comprensivi nei confronti degli scettici e di quelli che, in nome di una falsa nozione di speranza, negavano l’urgenza della conversione. Sì, la speranza era proprio l’aggrapparsi alle ali di Dio, che avrebbe sostenuto coloro che accettavano di aprire occhi e orecchi alla sua eterna parola di salvezza: “quando vedrete queste cose, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

La meccanica del pane. Poesie 2010 – 2015 (Castelvecchi, 2016). L’urlo e il furore di Michele Caccamo

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La meccanica del pane di Michele Caccamo non è una comune raccolta di poesie. E’ un unico testo lancinante, un palinsesto che copre cinque anni terribili della vita e della scrittura di questo uomo-poeta. E’ un lungo e intenso piano sequenza del dolore pari solo al penetrante sguardo della cinepresa di Aleksandr Sokurov. E’ una ballata alla Woodie Guthrie che accompagna con il ritmo della scrittura l’epopea degli sconfitti in questa nostra Grande Depressione Civile. I suoi versi fanno salire dal fondale più profondo dell’anima uno Spiritual contro la schiavitù della giustizia. Anche i girasoli si accordassero/ sarebbero angeli sorveglianti/ quanto le anime pulite/ degli ultimi campagnoli/ che hanno il cuore spaccato/ dalle concimazioni genetiche(…).

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Il Moonlanding di Dalla Porta

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di Guido Michelone

Talvolta anche su ‘La Poesia e lo Spirito’ occorre parlare di musica, soprattutto quando i dischi hanno un risvolto poetico. Il nuovo disco Moonlanding, a nome del Paolino Dalla Porta Future Chamber Quartet, idealmente comincia con l’esergo ad apertura di booklet: è una frase dalle lezioni americane di Italo Calvino il quale dice: “Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio”, a cui sembra fare da eco lo stesso autore che Dalla Porta inserisce a pié pagina: “Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”. Continua a leggere→