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“Era mio padre” di Franz KRAUSPENHAAR

“Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… […] Bisogna allora continuare la strada da soli, nella notte. Abbiamo perso i veri compagni. Non gli abbiamo fatto la domanda giusta, quella vera, quando c’era tempo.” (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte).

Ma se “quella gente”, metti caso, era nostro padre, altro sarà il sentimento, il rimpianto per la domanda non fatta, per il gesto incompiuto “quando c’era tempo.” (“Vago nella nebbia dei ricordi. Cerco una risposta, senza alcuna certezza che questa risposta arriverà.”) Continua a leggere→

Il debole della forza, la forza del debole

Un recente intervento del teologo Vito Mancuso, “Al mondo è necessario l’impero della forza”, uscito qualche giorno fa su Il Foglio e su questo blog, ha suscitato polemiche e attacchi da parte dei commentatori. Alle tre domande poste in premessa – se è giusto che il pontefice riceva con tutti gli onori in Vaticano il presidente americano George Bush, se può considerarsi giusta la sentenza della Corte di Cassazione che ha ritenuto di non dover processare e condannare il soldato americano che ha ucciso Nicola Calipari, e, infine, se sia giusto il provvedimento di sospensione per un anno delle molte migliaia di procedimenti penali compreso quello che riguarda l’attuale capo del Governo – il teologo risponde, “con un sofferto ma al contempo inequivocabile sì”, ”avendo avvertito l’impero di ciò che i nostri padri greci chiamavano ananche, e i nostri padri latini necessitas, ovvero di quel ferreo meccanismo che pone l’individuo al cospetto di forze più grandi, e anche più importanti di lui […] Continua a leggere→

“Il sentiero” di Villa Dominica BALBINOT


Il sentiero – o per essere più esatti la strada sterrata che dalle ultime propaggini della frazione si snodava polverosa tra campi non tutti coltivati verso la vecchia strada non più ricostituita dopo la frana – era ondulato e a saliscendi, e sulla destra presentava panorami contornati d’azzurrino, pendii declinanti e, in alcuni punti, quasi scoscesi. Continua a leggere→

Europiè 5 – Attendendo Italia – Francia

Mentre seguo via internet i risultati elettorali delle comunali al mio paese (MPA in testa, la lotta è per chi andrà al ballottaggio col candidato dei leghisti siciliani), mi viene in mente che la notte sarà lunga, e magari potrei ingannare il tempo scrivendo di pallone.
Nelle ultime due serate i gruppi A e B hanno licenziato le ammesse ai quarti. E se il Portogallo è stato fulgido esempio di come una squadra sazia di punti possa tranquillamente perdere con una Svizzera senza speranza di passare il turno, i Cechi dimostrano quanto sia facile buscarle di diritto e di rovescio anche se si sta vincendo con due gol di scarto a un quarto d’ora dal fischio finale. Ma ‘sti turchi, perbacco, fino a qualche hanno fa erano terzo mondo calcistico (senza offesa per i turchi in ascolto), e adesso rifilano pappine alla ex squadra di Nedved. Se continuano a giocare così (cioè fottendosene di essere stati un terzo mondo calcistico, e rifilando pappine a chi capita capita), penso che, se e appena dipartita la nazionale azzurra, mi metterò a tifare per loro. Perché a me, in verità, quelli che in campo danno tutto sino all’ultimo minuto e se ne infischiano di essere gli sfavoriti, mi piacciono assai, ma assai assai. Sono pure andato a documentarmi, giusto per sapere qualcosa in più dei miei nuovi idoli. Così mi sono appuntato i nomi di Hakan Yak?n e Eren Derdiyok e Gökhan Inler; solo che questi nomi, durante la telecronaca, non li avevo sentiti mai e allora, leggendo meglio, ho scoperto che m’ero sbagliato. Cavolo, non erano tutti nazionali svizzeri? Ma vedi che curioso, ho pensato, i calciatori svizzeri sono turchi (e albanesi, e slavi, e spagnoli; qualcuno, che combinazione, pure svizzero); vuoi vedere che i calciatori turchi sono svizzeri? E invece no: sono turchi pure loro, con la sola eccezione di un brasiliano, ma che si chiama Maometto. Continua a leggere→

“Il giardino non esiste” di Alberto CAPITTA

Si sviluppa sulla traccia di una storia familiare l’ultimo romanzo di Alberto Capitta, Il giardino non esiste: quella di Romeo Scalas, titolare di un negozio di coloniali. Pur lontani dal realismo descrittivo, non è difficile riconoscere in Romeo un rappresentante di quella ricca e compiaciuta borghesia mercantile in auge fino a non molti anni fa, prima dell’arrivo della grande distribuzione. Continua a leggere→

Europiè 2. Gli arancioni ci fanno neri.

Una spiegazione è d’obbligo: perché da molto lontano. Ecco, sta il fatto che le partite le vedo da casa, in Sicilia, mentre gli Europiè si giocano in continente. E a dire la verità, nemmeno le vedo tutte. C’è anche una questione di lontananza nella lontananza. La prima, già detta, è geografica; la seconda è dallo schermo. Perché mica è facile seguire tutti gli incontri, visto che quello pomeridiano mi cade in orario di lavoro, e quello serale in coincidenza della pappa alla bimba (ed eventuale pannolino).
Tant’é. Cronaca, dunque. Continua a leggere→

Europiè. Cronache calcistiche da molto lontano. #1

di Mauro Mirci

La parola europei si può anagrammare in europie. Con la maiuscola e un accento sull’ultima “e” viene un Europiè che mi pare renda tautologica l’aggiunta “… di Calcio 2008”.
Europiè, dunque, come dire: Europiedi. E si parla, chiaro, dei campionati in corso in Svizzera e Austria. Non ci sono gli inglesi,che pure hanno dominato la Champions League. Questo per dimostrare che i soldi possono molto, ma per mettere su una squadra nazionale competitiva nemmeno quelli bastano. Un’amica mi chiede spesso se giocherà Ronaldinho, e io rispondo di no. Lei fa una faccia stupefatta e chiede come mai. “Il Brasile non gioca agli Europiè” le spiego io. “Non s’è qualificato?”. E no, dico io, certo che no, perchè non le ha proprio giocate le qualificazioni, perché il Brasile sta là, in Sudamerica, mentre gli Europiè li giocano le squadre europiedute. Ma lei contesta che se una squadra straniera può vincere il campionato italiano, non capisce perché Ronaldinho non possa giocare agli Europiè. E, illuminandosi, fa rilevare la presenza di Ronaldo, brasiliano, come tutti sanno, ancorché ciccione e fragilissimo Continua a leggere→

Osip MANDEL’STAM – Tre poesie

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.

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Potenze dell’Anima

Elémire Zolla se n’è andato il 29 di maggio ed è uscito da qualche giorno la riedizione curata da Grazia Marchianò di Potenze dell’anima , un altro dei suoi libri-chiave (1968), esce per i tipi della BUR Rizzoli.

Si tratta a mio parere di un grande libro.

Verrà presentato nella Giornata di studio:”La tradizione spirituale in Italia:Zolla ritrovato”,in programma a Pietrarubbia, nel Montefeltro sabato 7 giugno (vedi allegato).

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“Gli incendi” di Filippo DAVOLI

Nudo. E la nudità che ti distingue
dagli altri crocifissi della Terra
è il sublime ed altissimo vedere
di chi scolpendosi nel legno rinunciava
a ogni cosa di sé. Non hai nemmeno
ferite, solo silenzio
che copre la superficie liscia, opaca
di chi ascolta.
Sei nudo interamente, come la vita
che il mistero compatta
negli iniqui dolori, nei percorsi
labili della notte. Soltanto nudo
e totalmente altro.  Continua a leggere→

Villa Dominica BALBINOT – Quattro poesie


FEBBRE LESSICALE

Incateno allora le parole
al canone impuro
di febbre lessicale,
all’invisibile vaglio
di intendimento sotterraneo.
Poi le inanello
– decerebrate e affossate
come conche –
in nevrosi esangue,
nella rassegnazione contemplativa,
nel quietismo del sermone,
rivelatrici chimiche
di ipotesi congelata.
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“Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea” e “Forme concrete della poesia contemporanea” di Sandro Montalto



Sandro Montalto
– Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea
– Forme concrete della poesia contemporanea
Edizioni Joker  – Novi Ligure, 2008
272 e 292 pagine – 20,00 euro ciascuno

 

“Questo lavoro, che si articola in due volumi, raccoglie e organizza alcuni scritti critici editi e inediti su poeti contemporanei. Continua a leggere→

“Poesia non poesia” di Alfonso BERARDINELLI

I poeti impossibili

 

    Come si può parlare criticamente, usando il linguaggio della critica letteraria, voglio dire, con il suo carico di cognizioni storiche e tecniche, occupandosi di tanti nuovi poeti? Me lo chiedo da tre decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima volta. La produttività poetica dilaga. Negli ultimi due tre anni devo essermi distratto (me ne accorgo ora) perché apprendo che sono nate nuove scuole, nuove tendenze, di tonalità prevalentemente sadico-ilare o depresso-sadica. Continua a leggere→

“Il sogno della vita” di Giulio MARCHETTI


Carezza

Oltre questi anni la tua pelle riposa
e concede lo sforzo del sole
a qualcuno che ne possa godere
più a lungo di te che sei luce.
E allora tendere le dita
pressate dagli sguardi senza tempo
e memoria, perché nulla in quel momento
è visibile agli occhi più della bellezza.
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Alloro di Svezia (a cura di Daniela Marcheschi)

di Massimo Maugeri

“Perché mai studiare la letteratura italiana oggi? Quali significati e quali valori tanto grandi essa porta con sé, grazie ai nomi che l’hanno resa illustre, da farla amare con passione – nonostante ogni convenienza in un mondo votato alla causa dell’interesse economico – e da far quasi dannare taluni per studiarla, se non addirittura per farla?” Continua a leggere→

LET NOW WOMEN – il reading è sicurooooo!

l’illuminazione in performance di Francesca Genti
terzo appuntamento di letnow! al femminile che abrigliasciolta propone sul palco dello spazio nessun dormaComunicato stampa – Varese, 22 aprile 2008

abrigliasciolta e lo spazio nessun dorma continuano ad associarsi nello sforzo di avvicinare alla lettura la fascia dei potenziali “cultori” della performance bpm, presentando le pillole di Letnow! direttamente dalla scena contemporanea per re-imparare a scandire i battiti della lettura.
Tutte le ultime domeniche del mese all’ora dell’aperitivo è possibile assaporare giovani scritture al femminile attraverso le performance delle stesse autrici: non semplici reading o incontri parlati con gli autori, ma il piacere di affidarsi all’oralità rappresentata da chi il libro l’ha pensato, sudato e performato.

Letnow, performance nello spazio letterariario contemporaneo, dopo aver inaugurato a febbraio la sezione women con Chiara Zocchi accompagnata da Zeno Gabaglio, ed aver proseguito con voce, parole e gesti di Silvia Monti e suoni, canzonette e melodie di antonella cantoni in fa bene/fa male, propone questa ultima domenica di aprile una tumultuosa torinese con ben due pubblicazioni alle spalle.

Francesca Genti, enfant terrible della poesia contemporanea che ha pubblicato a soli 26 anni Bimba urbana, regala a Varese in anteprima la performance illuminazione davanti al banco dei surgelati, dal titolo della sua raccolta appena terminata e pronta per la pubblicazione. Accompagnata dalle sue installazioni “illuminate”, Francesca svolazzerà davanti ad un concretissimo aperitivo allo spazio nessundorma per la prima sperimentazione, che dopo la pubblicazione presenterà il testo in tutta Italia.
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Le due Americhe

 Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di  più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno,  messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena  possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede  e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

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Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.