Archivi tag: Francesco De Gregori

2. La maledizione

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Si sa qual è, oggi, la maledizione del romanzo: la vita si coglie per frammenti, le grandi visioni entrano in crisi, Alessandro Baricco dichiara inesistente la profondità. Sappiamo solo collegare, nella migliore delle ipotesi, le tessere sparse di un mosaico sempre più complesso. Se fosse vero, la posizione privilegiata sarebbe proprio questa: cosa c’è di più frammentario e provvisorio della periferia desolata e desolante di una grande città? Continua a leggere→

E’ ancora possibile scrivere un romanzo? 1. Incipit

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In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato nelle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere, e non si sgobba venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Chi si accinge a riempire il foglio bianco o la parte di schermo destinata alla scrittura, poi, si dà arie da bohémien, circondato da una cifra imprecisata di tazzine vuote da caffè e/o mozziconi di sigarette accumulati in ogni angolo; ha un aspetto scapigliato e una finestra che dà su qualche scorcio di città particolarmente pittoresco. Continua a leggere→

Tracce

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Per la prima volta, dal golfo di Sirolo, ho osservato a lungo il riflesso solare sulla tavola d’acqua increspata da una corrente appena percettibile. Ho sorpreso grumi di stelle in movimento, luci tremanti e vive, segnali di una realtà da decifrare. Ho capito che il mare è un cielo capovolto trafitto da stelle incorruttibili, tracce di una verità sepolta che a uno sguardo attento si trasforma in strada, come la scia di barche che planano sulla lastra di cristallo fino a perdersi o trovarsi giù in fondo, nella nebbia.

Cominciare dalla fine

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E’ circa un mese che torna nei pensieri, nella predicazione, nei colloqui, un criterio che potrei sintetizzare in questo modo: cominciare dalla fine. Ne lessi la prima volta in un libro che studiava le dinamiche della realizzazione umana. Guardarsi dalla fine della vita, considerare tutto da questa prospettiva: cosa vorrei si dicesse di me, quale memoria lasciare del passaggio sulla terra? Su tali basi, le scelte del presente cambierebbero, apparirebbero i valori autentici, si relativizzerebbero le dipendenze e ogni genere di possessività; saremmo liberi, riscattati dalla morsa della contingenza, lucidi nelle scelte fondamentali della vita. Non so perché, mi viene in mente l’aneddoto riferito intorno a un santo; a chi gli chiedeva, mentre giocava con la palla, che cosa avrebbe fatto se di lì a poco fosse finito il mondo, rispose: continuerei a giocare. Una risposta saggia, l’unica possibile a chi crede in quello che fa, al punto da non essere in grado di pensare ad altro.

Pezzi (La conquista dello spazio 12)

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Davanti al computer c’è un armadio che ospita vestiti e una congerie di oggetti stipati su due piani: tappi per le orecchie, inutilizzabili a causa delle otiti; un orologio-sveglia, adatto per i gruppi e le riunioni nel salone di casa; una serie di volumetti di Ravasi sul Primo e il Nuovo Testamento; una confezione di borotalco Robert’s per le patacche da smacchiare; un profumo di legno di Guajaco della serie Tesori d’oriente (la più economica che esista, a quanto sappia), una foto di don Mario che celebra nella cripta di Loreto, attorniato da tre preti, tra cui io, pronto a intervenire in caso di bisogno. L’immagine sembra l’unico dettaglio sensato, come se ciò che la circonda – una crema per le mani, una scatola trasparente di puntine, un timbro della parrocchia di San Carlo, una schiera di gessetti bianchi infilata in una scatola di Xamamina, pile da 1,5 Volt ormai scadute – fosse un segnale per ribadire il vuoto che la morte dell’amico ha lasciato nel mio spazio e nel mio tempo; oppure ricorda che ogni punto della storia, per quanto inutile e insignificante, acquista un senso solo in relazione a quella cripta, a quei corpi umani legati da un nesso indistruttibile, schegge di eterno che tracciano un percorso nel franare inevitabile del cosmo.

La nostra vita di là (Dalla De Gregori)

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Trentun anni dopo. Come fosse ieri, si potrebbe dire. E invece no, qualcosa è cambiato, siamo cambiati noi, dall’altra parte, le illusioni si sono esaurite nella sarabanda di menzogne, nell’inganno irriducibile che continua a logorare i nostri giorni, incurante dei segnali di tregenda che fanno balenare riflessi sinistri all’orizzonte. E’ cambiata la platea, ancora disposta, tuttavia, a entusiasmarsi per chi non crede che la vita sia uno spettacolo indecente da mostrare come le cosce e i seni delle donne, nell’incoscienza generale che pensa solo ad arraffare l’arraffabile, senza calcolare che alla fine deve pure tornare qualche conto, e se i conti non tornano ci sarà qualcuno che dovrà pagare. Eccoci qua: siamo una grande famiglia; abbiamo lasciato solo un momento la nostra vita di là. La nostra vita di là.

Corte marziale (soldatesse in Iraq)

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Fa uno strano effetto, come tutte le direttive che toccano diritti inalienabili. Immagino le coppie che si abbracciano con l’idea della corte marziale, m’interrogo su quanto una visione di giudici arcigni possa avere risvolti afrodisiaci. Ma è il lavoro, lo stipendio, la vita, anche se il rischio di lasciarla lì è forse pari a quello di rimanere incinta.

Certi ingaggi (New economics foundation)

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Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.

L’unico peso (ladri di supermercati)

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Ci sono giorni che non c’è da mangiare. Non tutti sono disposti a un digiuno d’avvento, soprattutto se la vita è una penitenza continua. Allora ti tocca decidere: trasgredire il settimo comandamento, la legge umana, la buona educazione, l’immagine sociale; o morire di fame, tu e i tuoi, l’unico possesso che rimane, l’unico peso che grava sul cuore.

Missionari in parlamento (a proposito di Giorgio Napolitano)

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La ricerca di una logica nel caos è segno inequivocabile di civiltà. Ogni realtà dell’essere parte imperfetta e tende alla propria perfezione. Così dovrebbe essere in politica: mettere ordine dove c’è ingiustizia, far crescere il bene, il rispetto, l’uguaglianza, rifiutare ogni forma di violenza, e negare che questo sia utopia. Non sono la giustizia e il bene a non avere un luogo: è l’essere umano che fa spazio al loro dispiegarsi. Qualcuno chiede di mandare missionari in parlamento: ecco, questa è la missione necessaria. Solo così può cambiare qualcosa in questa brutta storia.

L’eco (Berlusconi aggredito)

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Arriveremo al cannibalismo. Ci mangeremo a vicenda, e forse allora ci troveremo buoni. Quando l’ultimo essere umano rimarrà in piedi, con le mani sporche di sangue, si guarderà intorno e si interrogherà sull’esistenza di un’alternativa a tutto questo. Gesù Cristo, Ghandi, Luther King hanno detto una parola la cui eco si perde tra le urla contrapposte di populismo, terrorismo e demenza.

Evoluzione

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In questi giorni si è discusso animatamente – e probabilmente ancora si discute – su Lpels, di Darwin ed evoluzionismo. Difficile accordarsi sui presupposti e lo svolgimento scientifico della teoria e di tutti i corollari che comporta. Al termine evoluzionismo preferisco la parola evoluzione, perché porta il segno di una crescita, di un superamento. Potrei fare mille esempi; il primo che mi viene sotto mano è questo.

Le parole giuste (Wikileaks)

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Da tempo sapevamo che qualunque cosa si comunichi tra umani, per mezzo o nelle vicinanze di uno strumento tecnologico appropriato, viene raccolto in tabulati consultabili con il minimo sforzo. Telefonare, confidarsi in una mail, è come gridare sulla pubblica piazza. Devi trovare le parole giuste per parlare al tuo nemico anche nel momento in cui ti sfoghi con l’amico del cuore. Nemmeno al centro della catastrofe più inimmaginabile puoi trasmettere un messaggio personale, forse l’ultimo.

White Christmas

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E’ una delle canzoni più dolci che ricordo, il Natale di Francesco De Gregori. Rendeva bene il sentimento indefinibile, tra il malinconico e il complice, che regnava in quegli anni irripetibili. Ci si sentiva uno, senza sapere perché, e senza chiederselo. Fraternità casereccia, che riconciliava con il mondo. Le falle nel presente e nel futuro si scongiuravano presto, come il gelo vinto dalla tombola e il vino, dall’appuntamento col fuoco su una spiaggia piena di colori. Proprio come oggi.

Il nero della lavagna

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Non posso crederci. Cerchiamo spazi al chiuso per questi poveracci, diventiamo matti per costruire un dormitorio, trovare un luogo, un simbolo per dire che ci sono, che non si possono abolire, cancellare del tutto. Tra loro c’è il santo bevitore, il povero di Assisi; c’è Gesù, c’è Dio, l’ultimo degli ultimi, il più disperato della terra. Il mondo non è un cancellino per fare pulizia, per esaltare il nero della grande lavagna della vita. Ridateci un gessetto per scrivere il nome di chi piange, di chi impreca perché non trova più la sua panchina, la sua casa.

E’ come se ci fosse sempre stato

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Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi. Ha un vestito sobrio, l’espressione calma, un sorriso facile ad aprirsi. Fa il volontario in una parrocchia di periferia, alla mensa dei poveri, coi quali si ferma a chiacchierare. Parla di felicità, sa che per loro è una cosa naturale, sebbene nessuno se ne accorga. Avverte la nostalgia di Dio, ma quando incontra quelle barbe ispide, gli abiti logori, la pelle secca, si sente finalmente a casa. Gli chiedono perché abbia tardato tanto a ritornare, lasciando che le tracce delle sue parole si perdessero nel rigore dei canoni e la pesantezza delle istituzioni. Lui li guarda, sorride: “Il regno di Dio ha questo di bello: quando arriva, è come se ci fosse sempre stato”.

I chiodi della storia

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Gira voce che siano stati proibiti alcuni canti nelle celebrazioni liturgiche: Dolce sentire, Osanna eh, Alleluja la nostra festa, Camminerò, Symbolum 77, Acqua siamo noi. Spero sia una voce falsa e tendenziosa. Non solo perché sono canti a cui è legata la mia esperienza di fede, intrisi di memorie che non esito a definire sacre per lo spessore delle relazioni umane e divine che richiamano, ma perché sarebbe indizio preoccupante di un giro di vite che non promette nulla di buono. Da tempo penso che la chiesa necessiti di un rinnovamento: il mondo, il linguaggio, la storia, stanno cambiando in modo irreversibile. La comunicazione religiosa deve stare al passo con i tempi; non per una forma di secolarizzazione, ma per essere fedele al principio fondamentale che la guida: l’incarnazione, una verità non riducibile alla dimensione asettica delle astrazioni, ma compromessa nella carne e nel sangue della vita quotidiana. Bisogna difendere e promuovere con ogni mezzo il matrimonio tra la fede e la realtà. Lasciarsi crocifiggere dai chiodi della storia.

Rose

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D’estate il prete resta solo. Per modo di dire, s’intende. La folla che ti assedia è sempre là, cerchi affannosamente un buco nell’agenda per l’ennesimo appuntamento che ti chiedono. Ma quelli che dovrebbero aiutarti sono in giro per il mondo, in posti ameni. L’idea stessa ti solleva: “stiamo riposando per voi”. Anche questo è solidarietà. Il problema è quando tornano: rigenerati, pieni di energie, pronti a notare ogni mancanza, mentre tu stai esalando l’ultimo respiro. Però non muori mai, sarebbe troppo semplice. E’ il bello del prete. Ho provato a spiegarlo ieri in uno degli innumerevoli matrimoni che celebro nel mese di settembre: citavo la scena di una pattinatrice (la sposa stessa) che lancia una rosa verso il suo ragazzo (lo sposo), seduto tra gli spettatori; lui, chissà perché – è distratto, o pensa che non sia diretta a lui – la lascia passare e finisce chissà dove. Dicevo che Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza. Il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente.

Nessuno si senta escluso

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Quando ti macchiavi la camicia, prendevi la cannuccia e versavi alcune gocce di acqua minerale. Non volevo crederci, eppure funzionava. Eri orgoglioso della scoperta e ci esortavi a fare altrettanto, sorridendo. Non ci ho mai provato, quando c’eri ancora, e ora che non ci sei, le cannucce non si trovano più. Quanti tuoi consigli preziosi non ho mai seguito. Quanti pezzi di storia rimasti incompiuti o inespressi.  Occasioni perdute per imparare l’ingresso in paradiso, che preparavi giorno dopo giorno, con pazienza certosina. Non sarò mai come te. Eppure mi hai dato qualcosa che non può finire, anche se sprofondassi nell’inferno. Dovessi dannarmi per sempre, mi porterò dietro il paradiso nelle gocce di una cannuccia intrisa d’acqua minerale. Un pezzo di storia diventato eternità.

Anche la solitudine

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Partivi per un corso di esercizi spirituali e non volevi lasciarmi solo: era un momento delicato. Mi hai prenotato una stanza all’hotel Le Dune di Sabaudia. Un posto in cui non avrei immaginato di poter entrare. I camerieri mi servivano e mi sentivo in colpa: avrei voluto rendermi utile, sparecchiare, lavare i piatti, ramazzare. I miei occhi azzurri si perdevano nel vuoto e ogni tanto incontravano quelli di una donna: allora tutto si fermava, diventavo come il nucleo incandescente della terra. Mi chiedevo perché il mondo si fermasse in quei momenti, perché il cielo sembrasse scendere dentro la sala e invadere ogni cosa. Avevo l’impressione che nessun gesto avrebbe incontrato resistenza. Ero un piccolo dio, di quelli senza nome, caduto su un pianeta di donne e camerieri, all’hotel Le Dune di Sabaudia. Ora non ci sei, e resta un uomo che sale sul colle appena fuori le mura, col suo carico di ricordi messo di traverso sulle spalle. Spero di ritrovarti presto, quando la pietra dell’ultimo albergo sarà rotolata via da un giovane dagli occhi azzurri e l’abito sporco di sabbia.