Archivi tag: Lo specchio

39. Rattoppi

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Le hai aperto la porta come in trance. La mansarda non è più bella, da quando vi ha fatto irruzione con la faccia da Medusa: non vedeva l’ora di pietrificarti, di dar ragione a coloro che le avevano riferito il tradimento, che ti avevano colto mano nella mano insieme con quell’altra. Continua a leggere→

38. Viaggi e miraggi

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Torni da un altro viaggio, stressato come sempre: non le reggi più le signore brontolone che hanno sempre qualcosa da ridire, come se vivere fosse concentrarsi sull’unico punto nero nel foglio bianco del mondo. C’è mancato poco che ce le mandassi, ma non puoi cambiare ditta ogni tre giorni. Continua a leggere→

36. Simboli

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Hai sentito dei rumori, avvertito l’ombra di gente che correva e urlava. Ti sei accorto di quello che accadeva, ma la scrittura ti prendeva troppo, ti chiedevi come tutta la luce che invadeva la tua vita, l’aura di fiaba, in famiglia, nella scuola, la faccia seria della maestra Battistoni, Nazareno Pietroni con la pancia in fuori, lo snobismo di Aldo Bises, Continua a leggere→

35. Chi è?

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Come l’avete trovato, questo posto? Non avevate prenotato all’hotel di lusso in Rue de Berthollet? Ma in fondo, cosa importa? Ti sembra l’ideale, con le brocche stile Modigliani sulle mensole in legno, la stella grigia che pende dal soffitto, lo specchio che riflette il letto a due piazze dal copriletto arancione e la selva di cuscini accavallati senza un ordine preciso. Continua a leggere→

34. Sguardi

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Ti viene un dubbio: e se Futura non fosse come l’hai pensata? Se nel romanzo stessi costruendo un personaggio che è solo un parto della mente, una donna come l’avresti voluta, compresi i difetti, la durezza, il fanatismo, l’incapacità di vedere le luci e le ombre della vita? Continua a leggere→

33. Tutto un altro mondo

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Rotisserie de Beaujolais: c’è il numero telefonico, sulla tenda rossa. Si vede una striscia di fiume verde oltre il muretto e gli alberi in due file: la seconda spunta dalla banchina umida, percossa dalle chiglie dei battelli.
– Mi chiamo Nino.
– Io Dante.
– Un nome impegnativo.
Sopra il ponte, le nuvole sono un lenzuolo stropicciato. Continua a leggere→

32. Stigliano

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Parigi non c’è più: è rimasto un taccuino su cui scrivi la tua vita. Fofner ti guarda: sotto il fasci di luce dei suoi occhi, il miracolo del ricordo può accadere ancora. Hai bisogno di ritrovarti in quell’azzurro, come fosse lo specchio del passato, ma – e questo non sai come spiegarlo – anche lo specchio del futuro.
– Scrivi.
– Non ce la faccio, sono impedito da qualcosa.
– Un segnalibro? Continua a leggere→

31. Ritorna?

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E’ una strana situazione. La guardi bene, non ti eri accorto che fosse così bella. Che fare? Mattea è sparita, dopo averti vomitato la sua rabbia. Tornerà? Dicono che l’amore ritorni, certe volte. E se morisse per sempre? Per questo l’hai portata al cimitero e sostate in silenzio davanti alla tomba di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre? C’è una pianta grassa in un vasetto, con rami secchi che si slanciano in alto come cercassero qualcosa. Anche tu cerchi qualcosa. Ma all’improvviso cambi idea: Continua a leggere→

30. Sono qui

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Ricomincia, ricomincia. Ti senti stanco, ma non devi arrenderti. Col pullman della ditta nuova hai fatto dieci ore di viaggio, guida alla città e ritorno, ma ormai sei preso dalla smania, vuoi proseguire col romanzo in cui credi sempre più, convinto che ti porti a lei, non sai per quali vie, uno scrittore non sa mai dove lo porti il suo racconto, hai capito che non bisogna dar retta alle scuole di scrittura, ai falsi profeti degli schemi tutti uguali, hai imparato che la letteratura e la vita sono fatte della stessa pasta, ti sorprendono a ogni angolo e se provi a organizzare una struttura ci pensano i fatti e i personaggi a farli saltare ogni momento, Continua a leggere→

29. Lungofiume

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Il lungofiume ti ricorda quello di Firenze. I lampioni sono uguali, come le curve delle insenature, i passanti che vagano con le camicie colorate e i cappelli di paglia, nonostante il cielo nuvoloso. Ti fermi davanti a un ristorante dalle tende verdi: Le Flor en l’Ile. All’interno, vedi coppie che si danno la mano, un ragazzo col berretto bianco che ride; sei tentato di varcare la soglia, ma non hai voglia di mangiare. Alzi gli occhi e inquadri i balconcini pieni di gerani, cerchi di leggere il nome della via, scritto in bianco su uno sfondo azzurro: Quai d’Orleans. Continua a leggere→

28. Un quadernetto nero

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La città è vuota: ci siete voi, in una brasserie ai confini del mondo, del tuo mondo, oltre il quale non riesci più a guardare.
– Scrivi un diario.
Cerchi di decifrare i suoi pensieri: ha gli occhi troppo grandi, impossibile gestirli.
– Per quale motivo?
Estrae un bloc notes dalla tasca dei calzoni, una moleskine con l’elastico scuro per assicurarla.
– Perché dovrei scrivere un diario?
Non risponde nulla. Prendi il notes  e lo apri alla pagina iniziale: c’è una frase in corsivo, difficile da leggere. Ti concentri: Quando gli chiesero cosa avrebbe salvato dalla casa invasa dal fuoco, lui rispose: il fuoco.
– Carina.
Fofner guarda lontano, sarà un vezzo, o un vizio. Cosa farai? Servirebbe a qualcosa annotare la tua vita?
– Finché non scrivi, è come se i pensieri e i sentimenti formassero una matassa ingarbugliata.
La proposta t’imbarazza: cerchi di distinguere le prime idee che ti vengono alla mente.
– Tu scrivi un diario?
Ha gli occhi fissi nei tuoi: provi paura, per un attimo.
– La mia vita la scrivono gli altri: sulle case diroccate, sui davanzali dei pontili.
Ti chini sulla pagina, prendi la penna dal taschino.
– Non pensarci, butta giù quello che passa per la testa.
Ti piace il bianco della carta: spalanca le possibilità, non ti costringe a essere quello che non vuoi. Rigiri la biro tra le dita. Alzi lo sguardo: Fofner ha ancora gli occhi puntati su di te. Ti ci specchi dentro, finché la testa non comincia a girare. Ti avvolge una nebbia fitta, che solo a poco a poco si dirada, mostrando un corridoio dai soffitti altissimi e le pareti chiare. Indossi un grembiule bianco con il fiocco azzurro. Cosa ci fai, da solo? Ti sei perso. Forse sei uscito dall’aula per andare al bagno, è il primo giorno di asilo, non conosci il posto. Le porte enormi sono chiuse, come potresti ritrovare quella tua? Saranno dieci: da dove sei venuto? Ascolti le voci che provengono da dentro, le maestre che gridano, gli scolari che si muovono tra i banchi, non riconosci l’intonazione alterata della tua insegnante, i pianti e le risate dei compagni di classe. Devi scegliere un’aula a caso, altrimenti starai qui per sempre. Ti dirigi verso quella che hai davanti. Ti slanci in tutta l’altezza, afferri la maniglia abbassandola appena, in modo da guardare di sbieco nella fessura sottile che si apre. Ecco, ce l’hai fatta. Qualcuno se n’è accorto, la maestra si volta di scatto, grida con quanta voce ha in corpo: chi è là! Sei costretto a entrare, con gli occhi socchiusi, il cuore che batte all’impazzata. Ti fai coraggio, getti lo sguardo sull’aula tutta bianca, piena di alunni col grembiule nero, più grandi di te, sgorbio minuscolo, al confronto. Dopo un attimo di esitazione, come obbedendo a un unico comando, scoppiano tutti in una risata acuta, terribile, sguaiata, mentre volano gli epiteti, asino, scemo, dove vai? Sei solo, col grembiule bianco, una lacrima enorme precipita sul pavimento grigio: la puoi vedere, spiaccicata come una pozzanghera in cui si specchiano la vergogna e la paura. Ti senti qualcosa tra le mani, un quadernetto nero, con un elastico per chiuderlo: cominci a scrivere qualcosa, sotto gli occhi grandi di Fofner.

27. Parlare

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Le hai raccontato tutto, almeno credi, alla stazione di Parigi, tra la selva dei pali che reggono il soffitto, le vetrate ad arco che gettano luce sui binari, la gente che passa con la fretta dei rappresentanti, il fiato grosso dei vecchi, i bambini che fuggono ridendo dalle madri in ansia. Le hai detto dei viaggi in treno per raggranellare qualche offerta, dei quattrocentomila chilometri in macchina in un’Italia tutta da scoprire, del viaggio nella città assolata in cui cercavate un uomo di cui si sapeva solo il nome. Continua a leggere→

26. Il disegno

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Dovresti descriverla sul letto sospeso, tra il sonno e la veglia, col viso d’angelo che non diresti mai capace di ammazzare; indovineresti i suoi pensieri, la lotta tra l’abbandono fiducioso e la resistenza orgogliosa all’impulso di parlarti, di baciarti. Continua a leggere→

25. Come va a finire

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Hai deciso di fare ancora un giro sulla litoranea, prima di partire. I ricordi ti entrano dentro come sabbia negli occhi. Ogni centimetro di strada ti ricorda qualcosa, ogni cespuglio, ogni tratto di mare che appare all’improvviso tra un corbezzolo e un pino. Compi i gesti di allora, sbirci verso gli occhi di lei che regge sconsolata le birre acquistate chissà dove, eri già brillo prima di comprarle. Continua a leggere→

23. Ai confini del paradiso

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Vi state guardando: siete imbarazzati. Vi chiedete come sia possibile che i racconti nascano dal nulla, in un viaggio a Parigi dove pare di trovare una risposta, perché la vita è una domanda e a un certo punto s’intuisce un segno, un’indicazione misteriosa che viene nel sonno, cadute le difese che impediscono d’identificarti nelle storie altrui, come quando lo scrittore è davanti alla pagina e sente che le parole arrivano, da dove non si sa, le annota in fretta, perché se gli sfuggissero finirebbe tutto, e basta niente per distrarlo: un rumore, il chiacchiericcio delle donne che preparano il pranzo per la pasqua, mentre lui trasforma desideri e incubi nelle file uguali delle lettere, incompreso, perché nessuno può capire chi capisce tutti, chi è in attesa di uno sguardo, un gesto sottratto all’attenzione, un ti amo sussurrato nel buio galeotto di una sala; mentre gli altri si agitano sul palcoscenico, lui origlia alle porte, capta i segnali, coglie al volo gli oggetti che a un altro non direbbero nulla, ma a lui dicono tutto: Continua a leggere→

22. Ferite

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Non riesci a vedere in lei una terrorista, eppure è così, ne sei sicuro.  Sei bloccato al primo capitolo del tuo romanzo: potresti dargli una svolta, una deviazione dal percorso; un pentimento per l’omicidio in banca, la clandestinità, la fuga perpetua da investigatori e polizia. Possibile che pensi solo alle azioni proletarie, alla battaglia contro i mulini a vento della finanza mondiale? Continua a leggere→

21. Comunque soffi il vento

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Perché ti piacciono i Queen? Non riesci a perdonartelo. Hai cercato di smarcarti dalle mode, di non confonderti col branco, eppure, quando senti Bohemian Rhapsody,  ti prende allo stomaco, non sapresti come dirlo; più cerchi di staccartene, più ti senti costretto a riascoltarla. Estrai una sigaretta dal pacchetto, dov’è finito l’accendino? Ecco, lo stacco: I see a little silhouette of a man. Scaramouch, scaramouch will you do the fandango. Forse è qui che non resisti. Finalmente trovi l’accidente di accendino, t’innervosisci per l’allitterazione, la cacofonia, o come cribbio si dice. Continua a leggere→

20. Brasserie

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Sembra facile girare per Parigi. Sei una specie di fantasma che nessuno riconosce. Un negozio di sushi: Dio ce ne scampi. Ha la saracinesca chiusa, avrà fallito? E tu? Non è arrivato il momento di cambiare? Una tabaccheria con la tenda rossa e nera: chiusa anche questa! Ma cos’ha la città? Ha saputo che saresti arrivato proprio oggi? Procedi come l’uomo invisibile tra gente che non ti guarda in faccia. Continua a leggere→